Jan
27
So you see I have come to doubt all that I once held as true
January 27, 2010 | Leave a Comment
I più avranno riconosciuto la citazione che dà il titolo a questo post.
Guardando ed ascoltando il live di Simon and Garfunkel di qualche anno fa, vengo rapito da una serie di flashback e mi rendo conto che a stento riesco a percepire il respiro che si è fatto sottile.
All’improvviso mi riappare davanti agli occhi lo spartito di “Kathy’s Song”, che per tanti anni ho suonato, prima col flauto e poi accompagnandomi alla chitarra, senza mai averla ascoltata, come per tante altre canzoni.
Succede quindi che quando l’ascolto a volte rimango sorpreso da quello che sento, non mi sembra “canonico”, perché il primo imprinting è stato proprio il mio, aver messo le mani sullo strumento e tradotto quei segni in musica. Poi venne l’ascolto, ma molti anni più tardi.
E il solo finale di Simon che non riuscivo a portare sullo strumento, tanto pessimo è sempre stato il mio orecchio, pigro, assuefatto alla rapidità dell’occhio, che quando si uniscono diventano veramente un tutt’uno, due cose che si completano e rafforzano vicendevolmente. Poi una sera, al Jazz Club, fu Brando a mostrarmelo. Mi bastò guardarlo una volta, codificarlo in testa e non me ne sono più dimenticato. Se invece avessi dovuto ascoltarlo e trascriverlo ci avrei messo delle ore….
Le strade piovose dell’Inghilterra, nella quale ancora non ero mai stato, lo sforzo di sentire gli odori delle strade del Village soltanto vedendo le foto sbiadite in bianco e nero nelle quali c’erano questi due bassotti geniali con due voci che mai più ho sentito, ma anche il ragazzotto spettinato che viveva in quelle zone e che tanto mi avrebbe fatto tremare il cuore e sussultare con quelle sue sinestesie, quegli accordi buttati lì, apparentemente senza arte né parte ma che alla fine facevano un quadro che aveva le movenze di Kandinsky.
E poi la mente mi riporta a Paul Simon in piazza Santa Croce, ai suoni del silenzio che si infrangono sulla facciata bianca e ottocentesca. All’arena civica di Milano, quando vidi Dylan per la prima volta, Joan Baez che si interessa quando le dico, in Piazza Anfiteatro a Lucca, che ero stato a Carmel ed avevo visto la sua casa, che addirittura mentre assistevo ad una rappresentazione di “Brigadoon” al teatro all’aperto proprio a Carmel avevo incontrato una sua vecchia vicina di casa che la ricordava con tanto affetto – tranne quando si era portata da New York “quel ragazzaccio spettinato che faceva un trambusto della malora.”
È in momenti come questi, quando riesco ad isolarmi dal resto e l’attenzione viene completamente assorbita da ciò che vedo, che la mente si ferma, riesce a ritrovare sensazioni che sempre più raramente si manifestano, ma non è colpa del tempo, casomai è colpa dello spazio, che adesso in un condominio più di tanto non si può suonare, e la voce è troppo alta, mente prima questi problemi non esistevano, e la memoria delle sensazioni se non viene esercitata tardi a farsi strada.
Gli strumenti sono sempre lì. Sono bellissimi, pregiati, suonano meglio adesso di allora. Ma è la mano che si è rallentata, che si risveglia solo quando la voce comincia ad affaticarsi perché poco stimolata, ed è un continuo rincorrersi.
Però quando succede che si riesce a ricordare di dimenticarsi di essere arrivati a dubitare di tutto ciò che si reputava un tempo vero, allora sì che si vola. Anche solo per 3 minuti, che sembrano comunque un’eternità.
E, una volta di più, anche questo post è incapace di tradurre tutto quello che avevo in mente.
Peccato.
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