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Dipendenza da Internet e strumentalizzazione del corpo femminile: hanno scoperto l’acqua calda!
March 1, 2007 | 25 Comments
Opsonline si occupa di un paio di questioni spinose. La prima riguarda la sessualizzazione dell’immagine femminile, la seconda la dipendenza da web.
Una ricerca scientifica ha evidenziato che la costante strumentalizzazione del corpo femminile come oggetto per incrementare vendite e fama sta rendendo alla donna un messaggio dal quale trapela che le possibilità di una persona siano direttamente legate al suo sex appeal. Con disgrazia della persone un po’ meno avvenenti (secondo i canoni odierni della bellezza, che sono diametralmente opposti a quelli di trent’anni fa) o quelle avvenenti ma alle quali manca la pecunia per essere ancora più bone grazie al bisturi, costrette a posizioni secondarie o di tappabuchi.
Ma, dico, se ne rendono conto solo adesso? È dalla seconda metà degli anni ’80 che ci infarciscono di top model, superstangone che farebbero sbavare un morto, che per tenere il passo coi tempi e ridisegnare i canoni della vamp subiscono interventi chirurgici e ritoccano il loro aspetto originario (provate a vedere la bellissima Pamela Anderson del 1992 e quel canotto infiammabile che è adesso: non la riconoscete, è impossibile!). E poi ora si lamentano, dicono che porta a delle patologizzazioni? Quanto le persone ci hanno letteralmente mangiato con questa cantilena? La vampona, la chirurgia plastica a portata di tutti, i pantaloni a vita bassa (che stanno proprio male alle donne, a meno che non abbiano un fondoschiena meraviglioso ed una schiena arcuata alla perfezione)…. Provate ad andare in classe, in terza media, senza questi capi d’abbigliamento o senza gli accessori che ti rendono una bambolona: si viene ghettizzati!
Quello che fa rabbia è che questo fenomeno non solo colpisce gli/le ultraventenni (che a un certo punto, se spendono i loro denari, facciano cosa vogliono), ma si sta sempre di più indirizzando verso gli adolescenti e i pre-adoloscenti.
Passiamo poi alla dipendenza da web: si dice che si preferisce il monitor di un computer alla vera vita. Io credo che questo valga soprattutto per le ultimissime generazioni, quelli che hanno il cellulare fin dalla quinta elementare e che si parlano usando gerghi da sms che fanno la rovina della sintassi; quelli che non riescono più ad orientarsi in un posto pieno di persone e, anziché cercare, chiamano e chiedono “dove sei?” (avete notato quanto la nostra capacità di osservare si sia limitata da quando usiamo sistematicamente il cellulare?). Internet segue la stessa falsariga.
Io navigo in rete dal 1989. Con Internet ho potuto pubblicare due libri, accorciando i tempi di contatti con gli editori; pubblicare una rivista on-line dedicata ad un mio idolo, visitata da circa 1 milione di persone in 10 anni; conoscere persone intellettivamente stimolanti che altrimenti non avrei mai potuto neanche pensare di incontrare; dialogare con i miei scrittori preferiti. Ed usare questo blog.
Quindi, il problema non è tanto della dipendenza, quanto dell’essere ignari dell’offerta informativa e di intrattenimento (oltre che di istruzione) che una tale fonte rappresenta.
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“Tappabuchi” è bellissimo, anche se involontario, pensaci bene…..
In effetti, hai proprio ragione…
Caro Nicola,
Devo amettere che il tuo blog mi intriga sempre di più…Gli argomenti sono sepmre interessanti.
Ho visto che nella home page del tuo blog dedichi spazio al grande Marquez, scrittore profondo e illuminato, il cui stile semplice e immediato è una freccia che colpisce diritto al cuore. Per tanto vorei unire la mia voce alla tua nel tentativo di sottolineare la grandezza di questo uomo che ha fatto del racconto e del romanzo la “cifra” della sua sfida e della scrittura il mezzo con cui espimerla.
Ammiro Marquez come ho ammirato lo stile profondo di un altro scrittore e filosofo: Jean Boudrillard, la cui voce si è spenta pochi giorni fa. Osservatore critico della realtà sociale contemporanea Boudrillard ha avuto il merito di comprendere che la riduzione a puro “oggetto” della persona rappresenta la caratteristica essenziale del mondo iper-reale che abitamo.
La foto pubblicitaria fatta circolare per reclamizzare il marchio D&G è la prova del fatto che l’iper -reale supera il reale e lo usa per i suoi scopi. Che cosa c’è infatti di più reale dello stupro? Che cosa c’è di più iper-reale e immediato del mesaggio che tale immagine comunica?
Reale e reificato è il corpo della donna che facendosi immagine diventa strumento di seduzione ,fin qui l’immagine. Poi tocca all’osservatore fare due più due: donna supina trattenuta da un uomo, mentre altri uomini guardano indifferenti la malcapitata. L’indifferenza degli uomini non mette in allarme l’osservatore che subito si rende conto di essere spettatore di una “scena” pubblicitaria. Tuttavia,l’indifferenza degli uomini è anche l’indifferenza di chi guarda che non vede criticamente, prescindendo dall’immagine, ma, appunto, guarda. D’altronde come dargli torto, è “solo” banale pubblicità . L’indifferenza dell’osservatore rispetto a ciò che guarda è la vittoria della pubblicità , che usa la realtà , e la mette, per così dire “in scena” e recitandola la supera, la giustifica, la provoca, la immobilizza nella sua istantantanea indifferenza.
Samuele
Caro Samuele,
Grazie mille per i commenti e per avermi fatto notare la dipartita di Jean Boudrillard.
Per quanto riguarda l’associazione corpo femminile/immagine che vende, è vecchia quanto il mondo, e concordo in pieno che la pubblicità che tu citi è un esempio parossistico di tutto questo. La cosa che secondo me dovrebbe farci maggiormente riflettere è che adesso per attirare l’attenzione usiamo sensazioni e fattispecie sempre più estreme, una sorta di parossismo dell’attenzione indotta.
Mi domando ancora perchè in Italia le opere di Wilson Brian Key non siano tradotte. Questo Paese è molto allineato con l’informazione “ufficiale”, raramente si trovano le voci minoritarie. Sembra quasi che far parte di una corrente di minoranza sia macchiarsi di chissà quale colpa.
Caro Nicola,
Scusa ma non ho capito, cito testualmente: La cosa che secondo me dovrebbe farci maggiormente riflettere è che adesso per attirare l’attenzione usiamo sensazioni e fattispecie – in concreto a cosa ti riferisci? – sempre più estreme – cioe?, una sorta di parossismo , una sorta di parossismo dell’attenzione indotta – ovvero?
L’ultima parte della tua analisi la condivido totalmente. Il fatto è che in Italia come in nessun altro paese va di moda la figura dell’intellettuale che sa tutto di tutto ed è come se non sapesse nulla; perchè di fatto non sa nulla, o meglio quel poco che sa lo sa vendere come fosse tutto. Galimerti docet!
Ti ringrazio per tutti i chiarimenti che vorrai darmi…
ciao ,Samuele
Permettimi una piccola aggiunta che mi è sfuggita…
La mia riflessione sulla pubblicità di D&G non voleva soffermarsi solo ed esclusivamente sula circolarità corpo femminili/vendite spropositate, che, sono d’acordo con te, è scontata quanto il sorgere del sole. Ma sul fatto che quell’immagine, ispirata alla realtà quotidiana, è indifferente alla realtà che “recita” è lettaralmente apatica, finta, artificiale, drammaticamente innocua nella sua altrettanto drammatica inutilità . Il problema non è il corpo della donna usato come oggetto, che, ripeto, è come dici tu un fatto assodato e scontato. Il punto è che l’immagine non scandalizza, non smuove nulla, non fa riflettere su questo cazzo di sistema che impone a tutti i costi di apparire plasticamente come manichini acefali mediatizzati.
ri-ciao, Samuele
Ciao Samuele,
ricordi cosa ho detto sabato in occasione del workshop? Spesso, quando mi esprimo, mi riesce difficile farmi capire. Detto, fatto.
Quando parlo di parossisimo delle sensazioni parlo del fatto che la mente suscettibile alle suggestioni della pubblicità ha alzato una sua soglia, bombardata com’è, e quindi ha bisogno di qualcosa che sia oltre quella soglia. Se nei primi anni ’90 bastava guardare una gamba lunghissima che tirava una calza mentre si diceva che la differenza si vede, sente e tocca, lo scorso anno per vedere una pubblicità di calze dovevamo vedere due che simulavano un amplesso a tempo su un divano con tanto di rantoli. Ecco cosa intendo quando dico sensazioni sempre più estreme. Lo stupro, più estremo di così…
Quindi, prima di tutto l’immgine colpisce a livello subliminale (o inconscio che dir si voglia), ma poi entra in gioco la parte critica che scarta la realtà della situazione. Ma l’immagine è già fissata e quindi siamo destinati a ricordarla.
Di pubblicità che richiamavano sensazioni forti e che io trovo rivoltanti te ne posso citare a bizzeffe.
Caro Nicola,
Non preoccuparti l’importante è capirsi. Condivido pienamente. La cosa che trovo, passami il termine, “disarmante”, è la normalità con qui queste immagini passano e che, allo stesso tempo evocano. Se non l’hai vista, ti consiglio di guardare l’immagine di D&G, io sono rimasto basito per il fatto che “lo stupro” è messo in scena come fosse la cosa più normale di questo mondo, scontata, come il sorgere del sole.
Grazie, per gli stimoli sempre interessanti, Samuele
Alla fine, sono andato a vedermi l’immagine.
A parte i maschietti un po’ poco virili, mi saltano agli occhi almeno due grossi inserimenti subliminali. Quando si impara a vederli, non si smette più.
Comunque bisogna proprio che questa gente si dia una calmata, anche perchè si travalicano troppo spesso i limiti del buon gusto.
Caro Nic,
Tu che sei una persona sensibile e intelligente hai colto che la foto passa il segno della decenza e diventa pura volgarità .
Ieri mi è capitato di sfogliare GQ, rivsta che racconta la moda del momento e il trasformismo delirante dell’uomo-donna e della donna che, neangando la propria femminilità , e quindi esasperandola all’eccesso nella dimensione esclusivamente sessuale, concentra su di sè lo sguardo spento di un uomo che non sa più chi è. Ma dove andremmo a finire?
Ti chiedio lumi sui due grossi inserimenti subliminali. Quali sono? Oggi mi riguardo la foto …
Come te lo spieghi questo bisogno sempre più acceso alla trasgressione mascherata da buon gusto?
Da notare poi che questa “trasgressione” è presente in tutti gli ambiti dellla vita “culturale”. Basta visitare la Biennale d’arte di Venezia per rendersi conto di questo. La concezione dell’arte è cambiata radicalmente ne corso degli anni e sebra che la trasgressione sia diventata la “regola aurea” dell’arte…
Che la concezione dell’arte sia cambiata in foza di un sensazionalismo è così da un pezzo. Secondo me, uno degli elementi che fanno da spartiacque è l’avvento di Andy Warhol.
La sua opera è interessantissima: dalla dichiarazione della banalità come opera d’arte (ci vuole arte anche solo a dire una cosa del genere) fino all’esaltazione delle serigrafie. Mi ricordo nei primi anni ’90 una mostra qui a Firenze a Palazzo Strozzi; non mi vorrei sbagliare, ma mi sembra fosse su Lautrec (che uno con la mia memoria abbia dubbi su chi fosse l’artista, significa che non mi ha colpito più di tanto), nella cui ultima sala venivano mostrati lavori dei suoi ideali continuatori. E c’era una delle framosissime serigrafie di Marylin. Era così bella che vi restai incollato per ore, io che neanche amo Marylin, tranne che quando è ritratta da Milton Greene.
Ma la cattiva eredità di Warhol sta nel famoso trip della “fama per 15 minuti”, che nella sua accezione più estrema porta al Grande Fratello (anche perchè non credo che anche il fan più assiduo sia in grado di guardare una siffatta trasmissione per più di un quarto d’ora), e nella generalizzazione di questo principio che alla fine porta ad un bruciarsi rapido.
Proprio in questi giorni esce “Factory Girl”, sulla vita della bellissima Edie Sedgwick, spinta nel baratro della Factory e morta a 28 anni per droga. Curiosamente, gli uomini che giravano attorno a lei, da Warhol, poi Bob Neuwirth e Bob Dylan (che ha chiesto il sequestro del film perchè lo diffama; indubbiamente potranno aver calcato un po’ la mano, ma che con la Sedgwich abbia avuto a che fare è ormai notorio: chi sarebbe altrimenti la “Just Like a Woman”?) sono sopravvissuti alla grande.
Anche qui la lezione mi sembra evidente: chi conia un principio ed uno stile di vita è il primo a non esserne contagiato in modo grave.
Veniamo poi alle suggestioni subliminali: ne vedo almeno tre: tra le nuvole, nella scapola destra di chi tiene la ragazza e nel braccio destro dell’uomo alla destra dei due, quello in piedi. Non per niente, quella casa di moda si rivolge ad ambo i sessi.
Condivido…Andy W. ha sicuramente colto la “cifra” essenziale dell’arte “contemporanea”. Le sue serigrafia, tutte proiettate nell’immediata e seriale raffigurazione della realtà , tendono a ricalcare, per altro con effetti visivi molto interessanti, la banalità del quotidiano….La genialità di W., se così vogliamo chiamarla, è l’aver compreso che il linguaggio dell’arte stava cambiando radicalmente. Il progressivo abbandono dell’arte figurativa – ricca di indicazioni simboliche – ad es. Botticelli, L.Da Vinci, ha prodotto un’arte “povera” tutta proiettata al risultato immediato e contestualizzato nel “qui e ora” penso in questo caso alla tela lacerata di Fontana, oppure, se vogliamo, ancora più provocatorio, la “merda d’artista” confezionata in barattoli di latta esposti alla Biennale di Venezia – 2002.
P.S.: Quando scrivo: “Il progressivo abbandono dell’arte figurativa – ricca di indicazioni simboliche – ad es. Botticelli, L.Da Vinci, ha prodotto un’arte “poveraâ€, intendo dire che è cambiato il linguaggio dell’arte che da simboico-metaforico ( quindi evocativo di una trazione saldamente radicata nel tessuto culturale ,quale “ethos” di riferimento a cui ogni uomo volge lo sguardo con timoroso rispetto ) si passa all’immagine pura e autoreferenziale.
L’abbandono del linguaggio metaforico, semeiotico per dirla alla Jung, coincide probabilmente con la progressiva eprdita di formazione culturale dell’artista. Si abbandonano le botteghe dove ci si formava e si finisce sempre più in un ambiente di formazione individuale dove al limite si può avere un precettore per i primi anni, ma poi alla fine ci si fa le ossa da soli. Paganini docet, anche se in quel caso il talento era così grande da giustificare molte cose. Col tempo, il Maestro d’Arte cessa di essere anche un esperto o studioso praticante di filantropismo e portatore di tradizione, e l’arte diventa sempre più un movimento di rottura (il ’900 è pieno di esempi: dadaisti scapigliati e via discorrendo).
Forse la Factory poteva essere vista come una stravagante rivisitazione del concetto di bottega rinascimentale, anche se la sua filosofia permeata di eccessi e sperimentazioni che alla fine hanno fatto la fine che hanno fatto ne hanno distolto un po’ lo spirito.
Certo che si potrebbe scrivere un libro con tutti questi spunti!
Questa decadenza io la percepisco – anzi da buon visivo la “vedo” – sopratutto nel contesto linguistico. Tu giustamente rilevi l’abbandono del linguaggio allegorico-metaforico-simbolico – di cui Dante fu Sommo Maestro – coincide con il restringimento del panorama espressivo, concettuale e semantico. Tutto vero!
Tuttavia a me pare che a restringersi non è solo l’apparato linguistico in sè, ma ad indebolirsi è proprio la struttura
fondamentale di suddetto apparato, ovvero, l’immaginazione…
Ci si veste allo stesso modo; si parla allo stesso modo; si gesticola allo stesso modo. L’impoverimento del linguaggio và di pari passo con l’omologazione dello stile. Nessuno è poù stimolato a ricercare la diversità , anzi ne ha paura! L’autenticità personale comporta la diversità rispetto al “gruppo”…e questo fa paura…
Non ci sono più maestri e quelli che oggi vengono etichettatti come Maestri del secolo sono “gli intellettuali” che nulla sanno, al di fuori della loro puzza…
Ti rigrazio, ne discuteremo….
Scrivere libri è la mia passione!
Oltre all’abbandono del linguaggio metaforico dantesco o, per non andare così lontano nel tempo, di T.S. Eliot, l’omologazione e il livellamento verso il basso si vede soprattutto nella sintassi che si usa nei “messaggini” al telefono. Mi chiedo se questa necessaria ristrettezza di spazio sia dovuta realmente a problemi di portata tecnologica oppure sinceramente si vuole un’informazione tronca, neanche essenziale.
Eppure, in questo panorama melmoso si elevano sublimi esempi linguistici, ovviamente neanche considerati dalla critica. Pensiamo a Erri de Luca, Carlo Lucarelli, Marcello Fois. A questi nuovi maestri della lingua e della penna (De Luca, che si forma sull’ebraico antico; Fois, che impara l’italiano a 6 anni, di madre lingua sarda) dovremmo volgere lo sguardo. Loro scrivono con uno stile loro, non tutti uguale come coloro che vendono un sacco e poi, stringi stringi, poco dicono (come Baricco, che peraltro scrive benissimo, ma alla fine il succo è veramente poco).
Andiamo a cercare una strada, qualcuno l’ha già tracciata. Forse non proprio la strada non presa di frostiana memoria, ma chissà …
Avremmo tempo per discutere della cosa in modo più approfondito…Concordo con te sul fatto che gli scrittori da te citati rappresentino uno stile particolare. Prendiamo Lucarelli ad esempio: con le sue storie intrecciate, il suo linguaggio sciolto, immediato, veloce…caspita! Ultimamente ho letto “Il ponte” di Vitaliano Trevisan, un libro che ti consiglierei di leggere perché contiene molti interessanti spunti sul “restringimento” della lingua…molto bello…
Aggiunto Trevisan alla wish list!
A proposito,
dI Trevisan ti consiglio anche I venticinquemila passi, edito da Einaudi come l’altro libero del Nostro che ti ho raccomandato quest’oggi.
A breve il mio pallosissimo commento sulla politica….
A, presto
ovviamente volevo scirivere libro non libero…la stanchezza…
scrivere…
Io sto scrivendo. Chissà però se questo lavoro, al contrario dei due precedenti, sarà pubblicato. Io me lo auguro, anche perchè non sono navigato, ma neanche autore di primissimo pelo…
C’è un titolo molto bello di un autore argentino – mi pare! – “Raccontare è resistere”, egli ovviamente si riferiva alla resistenza dello scrittore dinanzi all’imperante conservatorismo della cosidetta “critica”. La “Letteratura”, quella con la “L” Maiuscola esiste solo nella testa del critico di turno che pensa di poter ragionare per “categorie” infilando , in ogni angolo dello scibile umano il proprio giudizio. Esiste casomai la “scrittura” ed esiste lo “stile”. E questo, se non vado errato, lo diceva anche Dante Alighieri, il quale, a mio avviso, gran parte degli studiosi o non ha capito, oppure, ha volutamente frainteso. Discutere sul fatto che quella di Dante sia o no “alta” letteratura mi sembra una questione oziosa e inutile – da notare poi che è proprio questo approccio positivista che viene insegnato nelle nostre scuole! Dante Alighieri è poeta del “suo” tempo! Come lo è stato Parini e tutti gli altri….La “letteratura” non è una vetrinetta piena di eventi staticamente chiusi in sè stessi La letteratura, è fondamentalmente scrittura e stile entrambi testimonianza di una tradizione viva, dinamica, e che, proprio per questo, sfugge a qualsiasi pretesa di classificazione…
Scusa dello sfogo, ma quando leggo certe cose mi vengono i brividi!
A proposito di pubblicità …hai visto quella della 3? Più evidente di cosi si muore…ciao Samuele
Ancora non l’ho vista. Quando John Grinder mi darà un attimo di tregua mi reco subito ad un pc