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Le versioni dell’essere
June 6, 2010 | Leave a Comment
Da ormai molto tempo scrivo molto meno sui blog in genere. Ciò non significa che non scriva affatto; semplicemente, scrivo di cose troppo lunghe per essere compresse in un post.
Mercoledì scorso, all’improvviso, ha suonato il campanello. Era il mio più vecchio amico, non solo in senso cronologico. Era nei paraggi ed ha deciso di passare.
Ha fatto bene. Progressivamente stiamo tutti perdendo il piacere di ricevere o fare una visita inaspettata. Sembra quasi che non essere impegnati tutti i secondi della giornata sia nota di demerito.
Abbiamo passato un bel pomeriggio ed un’ottima serata. Queste cose riconciliano un po’.
Quello che riconcilia meno è vedere che, così come gli uomini hanno la naturale tendenza a riunirsi in gruppi per soddisfare il loro bisogno di appartenenza, allo stesso modo queste riunioni alla fine finiscono per essere un braccio di ferro su chi debba prevalere. Si parla di amicizia, quasi amore fraterno, di mettere l’ego da parte e poi si finisce per dire ad un altro “devi”, perché altrimenti si lascia che sia l’ego a prendere il sopravvento.
Devi? Ma siamo tutti rimbecilliti, tutto d’un tratto?
Alla fine, sono proprio quei posti dove si reclamizza la libertà di essere ciò che si è, unita alla tolleranza, quelli che producono il maggior numero di faziosità e partiti presi. Tutte le associazioni, da quelle a cui apparteniamo da tempo a tutte le altre, alla fine difficilmente riescono a resistere a questo richiamo, a rendere tutti uguali ma a crearne di più uguali.
E allora ben vengano le visite inaspettate, di chi non si vergogna di pensare che è piacevole passare a salutare qualcuno anche se non annunciati, e che se questo qualcuno in quel momento non ha nulla da fare non è uno che si gira i pollici, ma semplicemente ha tempi e modi diversi da quelli che normalmente pensiamo essere quelli di prammatica.
E abbasso chi dice sempre ho da fare per evitare di rispondere o per giustificare il fatto che non ha voglia o non gli/le va di pensare.
Sembra che ci prepariamo sempre le condizioni per fare bella figura ed invece, nel momento clou, ci ricopriamo di materiale organico di rifiuto (perché dire merda è una parolaccia.)
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