Nov

21

Grazie a Miryam per la segnalazione.

Nov

19

“Aspetta un attimo” ho detto a mia moglie quando al TG delle una è apparso un volto molto familiare, almeno a me.
Cosa avevano da dire di nuovo su Emanuela Orlandi, dopo tutto quello che era già stato detto?
Su questa povera sventurata ragazza, cittadina vaticana – l’ultima cittadina dello Stato pontificio di sesso femminile, scomparsa nel nulla un pomeriggio del Giugno del 1983 hanno scritto in molti, tutti con tratti in comune e con piccoli distinguo. Ferdinando Imposimato, l’ex giudice, Di Cesare e Provvisionato – che ne hanno delineato uno scenario turpe, e soprattutto Pino Nicotri, in due libri, il primo del 2002, il secondo molto più recente, dello scorso anno, dove compare addirittura la famosa banda della Magliana.
Oggi alla tv dicono che, dopo 26 anni(!) hanno identificato Mario, il primo telefonista, colui che prima di tutti contattò, all’interno delle mura vaticane, la famiglia Orlandi. Quel Mario che, assieme all’Americano, tanto sembrava sapere e che poi alla fine sembrò essere tutta una montatura, come una montatura sembra essere questa storia dai contorni a dir poco patetici. Tutto avviene in un triangolo tra Roma e il Vaticano, in palazzi di proprietà del Vaticano, con modalità strane e turpi. Il coinvolgimento della Santa Sede adesso in retrospettiva viene chiaramente visto come un modo per edulcorare ancora di più una brodaglia fetida fin dall’inizio. Entra nel turbine Ali Agca, l’accostamento al rapimento di Mirella Gregori, agenti segreti e guardie svizzere che muoiono nelle mura dello stato più segreto, protetto e discusso del mondo.
Adesso la rivelazione dell’uccisione un mese dopo il rapimento e della cementificazione. Alla stessa conclusione giunge Nicotri nell’ultimo testo, tra tutti il meglio dettagliato, anche se lui identifica altri responsabili e modalità estranee al cemento.
Se Emanuela fosse ancora viva, e ce lo auguriamo per certi versi, ascolterà mai quello che viene detto? E cosa ne potrebbe pensare, lei, che a 15 anni aveva tutta la vita danti a sé?

Nov

14

Hanno trovato l’acqua sulla luna, ne gioiamo.
Io, personalmente, sarò più contento quando troveranno materia grigia e coscienza civica nell’encefalo di un politico. Anche in concentrazioni modeste, ancora non compatibili con la vita.

Nov

8

O son rincoglionito tutto d’un tratto o un c’ho mai capto nulla!
Parlano di oscurare i blog dove si ritiene si possa incoraggiare la gente a delinquere e si lascia che un Ministro di Stato urli come una suffragetta invitando chiunque a disattendere il dettato di una sentenza proveniente, fra l’altro, da un’autorità più alta di lui e creata volontariamente dai governi europei. Boh!
“Noi il crocefisso dalla aule non lo togliamo”, detto con piglio di altri tempi, diciamo un’ottantina d’anni fa. Non ce l’avessi già, una cosa del genere mi farebbe venire l’ernia.
Non ne possiamo veramente più di quelli che difendono il crocefisso, di quelli che fanno ciò che Ponzio Pilato avrebbe dovuto fare a suo tempo, e lo fanno perché hanno visto che l’argomento tira, avendo ampiamente superato la prova del tempo.
Onora il padre e la madre, si diceva. Per uno Stato, quali sono i genitori se non le autorità ad esso superiori? Ecco come lo onoriamo. Brandiamo la sentenza Bosman come il trionfo della giustizia illuminata, quella europea che fa strada e non appena si tocca un povero Cristo appeso, invece che aiutarlo a scendere si sceglie un chiodo più resistente, ancora di più se il muro è in Abruzzo. Ma, alla fine, più che La Russa dovrebbero vergognarsi tutti quelli che lo hanno applaudito. Se Gesù fosse stato presente alla lettura della sentenza, probabilmente sarebbe stato il primo a farsi scendere. Sì, perché, alla fine, due metri e mezzo da terra sono troppi. L’altezza giusta è, e sempre sarà, quella del cuore, ed il bello del cuore è che nessuno lo vede, neanche il proprio, ma lo percepisce e lo sente nei gesti quotidiani.
Difendono il crocefisso quelli che di famiglie ne hanno due o più, che pur divorziati pretendono la comunione?
Difendono il crocefisso quelli che il venerdì mangiano pesce e a Natale regalano, al commerciante senegalese sotto casa e al Signor Levi, un salame, salvo poi risentirsi quando questi dicono che non possono accettare “in fondo, il divieto di mangiare carne di maiale è una norma igienica di quelle parti… e poi sono loro che si devono adattare.”
Difendono il crocefisso quelli che statuiscono che gli ebrei debbano chiamarsi solo Levi o col nome della città di provenienza?
Difende il crocefisso Leo Longanesi con il suo “tengo famiglia”; difende il crocefisso La Pira che, al termine della sua missione, chiede alla delegazione straniera il denaro per tornare a casa, ché lui non ne ha. Difende il crocefisso Don Milani che, obbedendo a regole, crea un’esperienza per tutti quelli a cui l’esperienza e la possibilità erano state tolte in partenza.
E forse, a ben pensare, i più alti difensori del crocefisso sono i tanto aberrati massoni: La Marmora e Cadorna che, annettendo Roma proclamano “libera chiesa in libero stato” (ne avessero presa una!) Garibaldi che, offertogli il comando dell’esercito americano durante la guerra di secessione, rifiuta perché non si combatte una guerra fra fratelli.
Alla fine, come si vede, la storia si ripete.
C’era una volta un re… no, ragazzi, adesso è soltanto un pezzo di legno.

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