Nov

28

Quella di Gianluca Genoni è un’impresa che ha dell’incredibile. Ha battuto il record di apnea che apparteneva all’inglese David Blaine, portando il tempo alla cifra record di 18 minuti, 3 secondi e 69 centesimi (fonte).
L’impresa è avvenuta nella splendida Mantova.
Genoni dà veramente l’idea di cosa si può fare e quali sono i limiti dell’essere umano.
Limiti? Questa parola, in effetti, suona un po’ strana. 18 minuti in acqua, a testa in giù e senza respirare…

Nov

18

Across the Universe

November 18, 2008 | Leave a Comment

Adesso vivo nella casa dove sono nato e cresciuto.
Vivo, cioè, di nuovo in quella casa.
Poco è rimasto dell’aspetto di origine. Mia sorella c’è stata un po’ di tempo, ha buttato giù alcuni muri, ha ampliato la zona pranzo e tolto il muretto divisorio del reparto notte.
Oggi, tra una pausa lavorativa e l’altra, mi sono messo ad ascoltare qualcosa, ne avevo proprio bisogno.
Sono finito su “Across the Universe” dei Beatles. ella versione poi finita su “Rarities” o “Past Masters”, insomma non in quella uscita su “Let It Be”.
Ma forse poco importava.
È stata come la madeleinette (o come accidenti si scrive) di Proust.
È riapparso un mondo che credevo sparito. Ma non dentro di me.
Mi è tornato in mente Alessandro, che abitava al terzo piano (adesso è a Melbourne); è stato lui che mi ha “iniziato” ai Beatles, io che ero un piccolo violoncellista (e piccolo, in quel senso, sono sempre rimasto) tutto musica classica e nient’altro (quanti ne ho picchiati alle scuole elementari perché mi sfottevano…), la vista dalla finestra del terzo piano che dava al dilà del cortile, che io non riuscivo a vedere perché ero al primo, il corridoio che all’epoca mi sembrava lunghissimo con la stanza in fondo a sinistra.
Lì ascoltavo, e poi pregavo mio babbo di comprarmi i dischi, o meglio le cassette.
E la partitura, quando la lessi per la prima volta, con quella battuta in 5/4, e quando provavo a cantarla il fiato che non mi bastava mai.
Tutto di nuovo lì, come allora, come ormai quasi trent’anni fa.
Alessandro, come detto, non è più lì, neanche la sua famiglia; i pochi ragazzi che abitavano nel condominio sono andati via, ce ne sono rimasti soltanto due, che ormai hanno di gran lunga passato i quaranta.
Rosa è la più giovane del palazzo.
Un primato.
Ma il brano, quello, è sempre lo stesso.

Nov

9

Alzi la mano chi, fra quelli che sono stati in piedi a seguire l’andamento delle presidenziali americane, non covava l’idea di poter dire un giorno: “È stato un evento storico, e l’ho seguito passo per passo.”
C’è stato anche chi, alle prime proiezioni relative agli stati dell’East Coast, che davano McCain in vantaggio financo di 14 voti elettorali a 3, si è scoraggiato ed è andato a dormire. Fra questi Gianluca, il mio compagno delle elementari che su Facebook aveva espresso anche la sua insoddisfazione, sotto forma di “strani presagi”.
Le elezioni americane avvengono il primo martedì del mese, a meno che non coincida con il primo giorno del mese. Quest’anno sono cadute il 4 Novembre, giornata nella quale l’Italia festeggia la vittoria nella I Guerra Mondiale, e nella quale Firenze ricorda l’alluvione del 1966.
È un appuntamento al quale chi si interessa di politica raramente manca, desideroso anche di disegnare gli schieramenti e le alleanza politiche del futuro.
E quest’anno ancora di più, a maggior ragione.
Il primo candidato afroamericano, giovane, contro un veterano del Vietnam (tra un ventina d’anni forse non ce ne saranno più!). Un cliché per disegnare la mappa del nuovo mondo, la linea del cambiamento.
Se ci pensate bene, il risultato era scontato.
Per una semplice ragione.
Da anni, decenni, tutti si aspettano un segnale, un cambiamento di rotta. Dai tumulti egualitari degli anni ’60, dalle varie manifestazioni, dalla marcia su Washington, dall’”I Have a Dream”, da Martin Luther King, Jr. “free at last”!) che lascia il palco ad un giovane ragazzino poco più che ventenne che cantò: “Quando la nave arriverà, tutti i pesci salteranno fuori dall’acqua ed il sole rispetterà tutti i volti sul ponte.”
Tutti ci avevano sperato, ma l’occasione non si era mai presentata. Neanche quest’anno sembrava accadere, visti gli ostruzionismi della fazione Rodham-Clinton e, in fondo, di tanti altri aspetti.
Quando, invece, le riserve sono state sciolte, tutto era perfetto per il “grande salto”. Come al Palio di Siena, nel quale il cavallo di rincorsa entra quando gli altri sono allineati.
Ho seguito il tutto non alla televisione (perché da quando l’ho spostata di stanza l’antenna dà dei problemi), ma sul pc, grazie al wireless, santo wi-fi.
Già alle 2.30 la CNN dava sulle proiezioni la scalata di Obama, 31 stati contro 17, 34 contro 23, fino a 233 contro 159.
Era quasi fatta.
Erano quasi le 4.
Mi assopisco.
Dopo un tempo indefinito, qualcosa mi dice, anzi mi parla con una certa solerzia: “Vai a vedere, l’hanno fatto. Ha vinto!”
Scatto in piedi (e scatta anche la schiena), mi metto il pc sui ginocchi, ristabilisco la connessione, santo wi-fi fa il suo lavoro.
Sulla sinistra c’è il volto di Obama, ed un numero: 297, con la spunta gialla!
Ha vinto!
Ha passato la fatidica soglia dei 270. Erano 27 in più. Altro giochino matematico.
Come la matematica, anche la cabala dei numeri se la ride su Obama. Nato il 4 di Agosto, esattamente il giorno successivo a quello nel quale Colombo salpò da Palos per “scoprire” il Nuovo Mondo.
Agosto, l’0ttavo mese. 8, il numero dell’abbondanza per i cinesi ed il numero della rinascita per l’esoterismo della ghematria. 1961, l’anno di nascita di Obama, dove la somma dei numeri dà proprio 8!
Il 44° Presidente: 4+4=8!
Allora, cosa mi dite in proposito?
In più, il popolo, la gente. Volevano un cambiamento.
Hanno fatto quello che ad altri manca. Anziché concentrarsi su cosa non andava, si sono concentrati su cosa volevano, ed ecco che il risultato è venuto da sé.
Tutti lo leggono come un monito, un segnale dei tempi che cambiano: ma non lo è, è soltanto un allineamento di intenti, tutti diretti verso un comune intento.
Conta dove si vuole andare, non da dove si viene.
Ciò che è stato è stato.
È forse proprio questo il miracolo di Barack Obama. Avere chiuso col passato ed averci insegnato a guardare al futuro.

Nov

3

Chiunque conosca Steve Gilligan sa quanto profonda sia la sua intelligenza, quanto attenta la sua percezione e che, sono parole di chi lo conosce bene da anni, “he’s so sweet and loving”.
Lo scorso Agosto, quando l’ho visto arrivare ad Abano Terme, sono andato a salutarlo; lo avevo avvertito della mia presenza, ma il mio server faceva i capricci e non aveva ricevuto l’email. Mi ha abbracciato, con fare sincero, mi ha detto che si era chiesto se ci fossi stato anche quest’anno.
Aveva una maglietta bianca, con su scritto “Obama 2008“. La stessa maglietta l’aveva il giorno della chiusura dell’evento, in bella mostra, sul palco, davanti a tutti.
Una sera, durante una cena solo per lui, Rosa ed io, ci aveva raccontato la sua reazione di bambino prima e di adolescente poi alla notizia degli omicidi dei due Kennedy. Era così trascinante, nelle parole e nelle espressioni, che non potevi fare a meno di pensare di essere lì con lui.
Ci diceva che era una cosa che aveva scosso tutti quelli che, come lui, credevano in un cambiamento. E sembrava che la cosa fosse tornata prepotentemente dopo 40 anni, 40 anni dopo l’assassinio di Robert kennedy e Martin Luther King Jr.
Stamani, appena sveglio, trovo la sua email che rimanda ad un video su Youtube, una fantastica campagna elettorale per Obama, che fonde tutte e tre le modalità sensoriali di base (quella visiva, con le fotografie; quella auditiva, con Bruce Springsteen, e quella cenestesica, con le emozioni provocate dall’abbinamento visivo/auditivo alle parole “cambiare, possiamo” scritte sui cartelloni dei presenti).
Mi colpisce l’immagine di Obama senza cravatta che saluta, la mano destra che tiene due libri. Il tipico uomo che si imbarca in un viaggio e che legge per impiegare il tempo. Quello che fanno molti di noi quando saltano su un treno o su un aereo.
Ma il video è fatto tutto molto bene: quando Springsteen invita a rockeggiare, con il suo “Let’s go”, l’immagine mostra un cartello “La mamma è per Obama”. Wow, fantastico. La mamma e l’urlo del figlio dell’altra America, da molti considerato l’erede di quel Bob Dylan che 45 anni fa, poco prima che Oswald (o chi per lui) mettesse fine al sogno americano proferiva “The Times They Are a-changin’”. Seguito da due volti dalla carnagione scura e poi un bambino sotto la pioggia, bianco, con i capelli rossi.
Obama sullo “Slow Train Coming” che adesso sembra aver deciso di arrivare, la bambina accigliata che tiene il cartellone.
E di nuovo un colpo di genio: mentre Bruce dice “stand by your side” si vedono Obama e La Clinton insieme! Ma ‘sto tipo è bravo: potrebbe fare il massmediologo di professione e il pubblicitario (guardati, Klaus Davi).
Se un appunto lo dobbiamo trovare, va cercato nell’essersi concentrato troppo sulle minoranze. Pochi bianchi rispetto ai neri. Il cambiamento paventato è un’onda che arriva da molto lontano, proprio dagli anni dei “Times Changing”, un’onda che si è accumulata nel tempo, che Jesse Jackson non era riuscito a cavalcare e che adesso invece può essere fatta propria obbedendo alla più elementare delle leggi sulle rivoluzioni: si fanno con i materiali di chi le subisce.
Se ancora avete dei dubbi che l’America sia quella che ci propongono nei notiziari, quella della corsa affannosa verso il denaro a spese di tutto e di tutti, guardate questo video.

Nov

2

Adesso che la vicenda sul trasferimento del sito e del dominio si è conclusa, posso dirvi tranquillamente che negli ultimi 8 giorni di Ottobre la media delle visite si è aggirata attorno alle 450, ottimo risultato.
Premetto che in questi giorni scriverò sulle presidenziali americane (la macchina elettorale tutto può), sulle posizioni di McCain e Obama, entrambi nati in Agosto, peraltro.
Mi riprometto di arrivare a 25.000 visite mensili prima della fine dell’anno.
Siete tutti invitati!
Un caro saluto a tutti.

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