Sep

28

Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I (da Wikipedia)

Trentatrè giorni sono pochi, ma nel caso di Albino Luciani sono stati sufficienti per imprimere nelle persone una memoria indelebile.
“Il Papa del sorriso”. Così lo ricordano in molti. L’ultimo tra i papi italiani nasce a Canale d’Agordo nel 1912, in una terra depressa e socialista. Tale era il padre, che però non si oppose alla decisione del figlio di entrare in seminario. Fu ordinato sacerdote nel 1935, e nel 1958 venne nominato Vescovo per mano di Papa Giovanni XXIII, al quale succederà anche nella carica di Patriarca di Venezia.
Persona estremamente illuminata, colto e poliglotta, mostrò apertura anche verso gli strumenti anticoncezionali (ma la sua posizione venne occultata all’indomani della sua elezione al Soglio di Pietro), ma soprattutto rappresentò l’umiltà della Chiesa. A Venezia rinunciò al motoscafo, spostandosi quando poteva in bicicletta. A Conegliano contribuì personalmente al sostentamento della famiglia di un professore sfrattato da una casa di proprietà di un chierico (inizialmente, addirittura, lo ospitò nel palazzo apostolico, cosa che causò lo sdegno degli altri sacerdoti), minacciando anche di vendere i gioielli per assicurare la sopravvivenza di un ospedale pediatrico.
Il tempo del suo pontificato fu caratterizzato soprattutto dagli scandali finanziari. Volontà di Luciani era quella di risanare i vertici finanziari del Vaticano e di ripulire (ed in un certo senso impoverire) la Chiesa di Roma.
Proprio nel momento in cui decise di attuare quel piano, la sua vita si interruppe.
Esattamente 28 anni fa, tra un giovedì ed un venderdì, come quest’anno.
Su Papa Luciani segnaliamo il libro di David Yallop.

Sep

20

Manuel II Paleologo (da Wikipedia)

L’edizione di ieri di Repubblica riporta, a cavallo tra la prima e la ventunesima pagina, un articolo di Bernardo Valli dal titolo “Il Pontefice e il teologo”.
In esso si racconta del ritorno di Joseph Alois Ratzinger (e tra un po’ capirete perchè mi riferisco al Papa col suo nome secolare) all’Università di Ratisbona, dove insegnò teologia quasi mezzo secolo fa.
Durante il discorso il professore fra i professori cita un dialogo tenutosi nel 1391 ad Ankara tra il sovrano Manuel II Paleologo ed un letterato persiano.
Nel commentare il fatto, la mia scelta sarà quella di non riportare la citazione, per il semplice fatto che la sua pronuncia è avvenuta, a mio sommessissimo avviso, nelle circostanze sbagliate. Nelle circostanze, si badi bene, non nel luogo. E vi spiego perchè.
Che Joseph Ratzinger sia uomo di profonda cultura, molto più preparato del suo predecessore, nessuno lo nega. A lui però fa difetto sia l’abilità politica che il senso della posizione e del tempo quasi teatrale nei quali il pontefice polacco era un maestro. Nesun problema ci sarebbe stato se quell’intervento fosse avvenuto a porte chiuse, in assenza di stampa ed altri mezzi di comunicazione di massa, che dovendo sottostare alla legge dei tempi televisivi tagliano, censurano, omettono… in una parola decontestualizzano.
Non si può pretendere che una platea mondiale abbia la stessa levatura culturale di un teologo. Se così fosse, il potere della Chiesa Cattolica Romana sarebbe compromesso da tempo.
Il Papa si è sentito umano: professore tra i professori. E forse per un secondo si è dimenticato di essere il capo spirituale di una comunità grandissima e, quel che più conta, sovrano indiscusso di uno Stato che, ancorché piccolo, è estremamente potente.
L’incidente ha quindi natura politica, e sembra oltretutto portare la longa manu della famiglia di Manuel II visto che il padre Juan V fu ricevuto dal Papa a Roma nel 1371, suscitando il disappunto dei suoi sudditi e finendo prigioniero a Valencia per mano della Serenissima (alla quale promise la cessione dell’isola di Tenedos, porto strategico verso i Dardanelli) per i motivi più normali che oggi affliggono molte persone: un prestito.
Speriamo che in seguito Joseph Alois Ratzinger si ricordi di essere sempre, 7 giorni alla settimana, 365 giorni all’anno, un Papa. A noi fa piacere sapere che è stato professore universitario e che ha un’immensa cultura, ma per il posto che ricopre la prima e necessaria virtù è il pragmatismo.

Sep

14

La notizia è di appena due ore fa.
Bob Dylan, per le liriche di Modern Times, avrebbe attinto a piene mani dall’opera di Henry Timrod, misconosciuto poeta della guerra civile americana morto nel 1867 all’età di 39 anni.
Non è la prima volta che per Dylan si parla di plagio. I lettori affezionati delle sue fanzines ricorderanno uno studio su Time Out of Mind nel quale si diceva che interi versi erano stati copiati ed usati in contesti diversi. Un esempio: trying to get to heaven before they close the doors.
Accanto al disappunto o alle lingue affilate c’è anche chi, come Walter Brian Cisco – studioso di Timrod – mostra soddisfazione per queste citazioni, in grado di riportare questo poeta agli echi delle cronache. Anzi, secondo alcuni il cognome del poeta sarebbe contenuto nelle lettere di Modern Times.
Dylan è, per alcuni versi, uno degli ultimi continuatori della tradizione folk americana, e quindi in ossequio a questo ruolo è proprio possibile che citi da fonti che altrimenti potrebbero cadere nel dimenticatoio.
Recentemente qualcuno ricorderà di aver visto un servizio del Tg2 nel quale si diceva che “Yesterday” in realtà sarebbe un plagio di una vecchia canzone napoletana del 1895, della quale però non si trova lo spartito. Potrebbe essere, così come la melodia potrebbe avere qualcosa del brano partenopeo. E la stessa cosa si potrebbe dire per Dylan.
O no?
Comunque, adesso vado a leggermi qualcosa di Henry Timrod e poi vi dico.

Sep

7

La fonte è seria, la notizia sorprendente. “Modern Times“, nuovo album di Bob Dylan, è entrato subito al vertice della classifica americana. L’ultimo album di Dylan ad averlo fatto è stato “Desire” nel 1976.
La costante oliatura della macchina Dylan, i continui riconoscimenti, premi e documentari hanno ridestato la curiosità del grande pubblico nei confronti del 65enne menestrello di Duluth. “Modern Times” è stato definito da Chris Rollason come il disco più tetro di Dylan (dal punto di vista dei testi).
L’articolo della Reuters, però, sbaglia quando afferma che Dylan ha sempre registrato con la Columbia: per un breve periodo dal 1974 alla fine del 1975 Dylan ha registrato per la Elektra-Asylium, con la quale ha publicato le edizioni originali di “Planet Waves”, “Blood on the Tracks” ed il doppio live “Before the Flood”.

Sep

6

Sul numero di ieri di Repubblica compare un articolo di Vittorio Zucconi dal titolo “Usa, un popolo senza ferie”. La notizia magari lascerà sorpresi coloro che vedono gli Stati Uniti come il paradiso del benessere, ma non soprende chi con questo Paese ha o ha avuto a che fare.
La logica, oltreoceano, è molto diversa dalla nostra. Anzitutto, quando si trova un lavoro d’ufficio le prime ferie ci spettano dopo circa due anni e sono più o meno dieci giorni. Seconda di poi, non scordiamoci che 3/4 degli americani non hanno passaporto, e che quindi passano le vacanze (se le fanno) nel loro Paese, spesso per andare a trovare i loro parenti più prossimi o per godersi un po’ di tempo soli con il proprio consorte.
Inoltre, le vacanze sono spesso una sorta di premio prima di una grande “avventura” o dopo una vita di lavoro.
Altro dato che sorprende è la bassissima propensione al risparmio di questo popolo, più o meno il 3%. Il che significa che il ricorso al debito (sia esso prestito, mutuo o fido) è una prassi consolidata, una regola che da noi sta prendendo sempre più campo, a tal punto che esistono persone che in Italia prendono in prestito danaro per andare in vacanza. La vacanza come status-symbol! E pensare che, quando quaranta e passa anni fa, i nostri genitori passavano lunghi mesi nei paesi dei nostri nonni, sbuffavano tanto. Erano in e non lo sapevano.
La cosa che più deve sorprendere è che anche in Italia da una parte ci stiamo avvicinando agli usi e costumi americani, che sono completamente diversi dai nostri e che possono anche limitare fortemente le nostre possibilità.

Sep

4

Con la sconfitta al terzo turno degli Us Open ad opera del tedesco Becker (niente a che vedere col più famoso e titolato Boris, che Andre aveva sconfitto su questo stesso campo nella semifinale del 1990), Andre Agassi chiude a 36 anni la sua brillante carriera. É il quinto giocatore assieme a Don Budge, Rod Laver, Fred Perry e Roy Emerson ad aver vinto tutti e quattro i tornei del Grande Slam.
Rivelatosi a 16 anni come l’ennesimo enfant terrible della scuola di Bollettieri, coi suoi capelli arruffati (li perderà col tempo) ed un tennis di anticipo mai visto prima, colpirà subito John McEnroe che affermerà di “non aver mai visto un sedicenne tirare così forte” (Stratton Mountain 1986). Gli anni successivi alla rivelazione sono consistenti più per l’immagine ed il portafoglio che per il suo gioco. Poi, anche grazie all’aiuto di Anthony Robbins, Agassi migliora, raggiunge la finale di Wimbledon nel 1992 liquidando proprio McEnroe in semi ed Ivanisevic in finale (dopo aver perso quella dell’US Open del 1990 per mano di Pete Sampras) e da lì al 1999 vince tutti gli atri tre tornei (in totale 8 titoli: Wimbledon, due Us Open, 4 Australian Open e Roland Garros). Memorabile la vittoria al Roland Garros, risalendo da uno svantaggio iniziale di due set. Memorabili anche le sue sfide con Pete Sampras, alcune delle quali ritenute tra le partite più belle di tutti i tempi.
Sposato prima con Brooke Shields, è da tanti anni il marito di Steffi Graf, dalla quale ha avuto anche due figli. É inoltre il fondatore della Andre Agassi Foundation per i ragazzi a rischio in Nevada.
Questo ragazzo che col tempo ha saputo diventare un uomo, con tutto ciò che la cosa comporta, ci mancherà.

Sep

2

James Scott Connors, per tutti Jimmy o Jimbo, nasce il 2 Settembre 1952 a Belleville, Iliinois. Alla tenera età di due anni la nonna gli diede in mano una racchetta. “Vai a palleggiare contro il garage, e divertiti”.
E Jimbo, negli anni, si è divertito.
Ma soprattutto ha fatto divertire noi. 109 titoli in singolare, record assoluto negli uomini (nella graduatoria di tornei totali è secondo solo a John McEnroe, che in singolare ne ha vinti 77, ma in doppio 78), pochi i titoli in doppio, tra cui un Wimbledon in coppia con Ilie Nastase, ma soprattutto un esempio di tenacia, longevità e personalità sul campo.
Come disse giustamente Gianni Clerici, Jimmy potrà avere avuto paura nella vita di tutti i giorni, ma in campo mai. Non lo abbiamo mai visto trattenere il braccio durante un punto importante o sottrarsi alla lotta.
I più giovani ricorderanno gli Us Open 1991 quando con Patrick McEnroe, fratello minore di John, si trovò sotto due set a zero e palla per lo 0-3. Patrick seguì a rete un attacco sul rovescio bimane di Jimmy e questi lo passò, mettendo la palla sulla riga. Esultò come se avesse vinto Wimbledon, trascinò lo stadio con sé, e gli altri – il fratello di Patrick in testa – capirono che il vento era cambiato. 4 ore e 20 ci vollero a Jimmy per aver ragione di Patrick, ma lo scontro epico doveva ancora avere luogo.
Negli ottavi, contro Aaron Krickstein, al quale rendeva 15 anni di età , si trovò sotto 2-5 nel quinto set. Recuperò il break portandosi sul 4-5, 5-5 per poi giungere al tie-break, vincendo quell’incontro in 4 ore e 42 minuti, uscendo dal campo saltando come un grillo. Era il 2 Settembre 1991, quel giorno compiva 39 anni. Una volta rientrato negli spogliatoi svenne. Dovettero fargli due flebo di glucosio. Ciononostante arrivò in semifinale, arrendendosi al bombardiere Jim Courier, che l’anno dopo avrebbe concluso anche l’avventura americana di Johnny Mac.
A lui si deve inoltre l’istituzione del circuito dei Senior, che oggi attira veramente tantissimi appassionati, che si recano su un campo per vedere un tennis ormai definitivamente perduto.
Per oltre 10 anni Jimmy ha affidato i suoi colpi alla mitica Wilson T2000, una delle primissime racchette in metallo, ancora un oggi un gioiellino. Si narra che, quando la Wilson cessò la produzione, molte persone inviarono a Connors la propria racchetta per consentirgli di continuare ad usarla.
Una delle altre grandi immagini di Jimbo risale al Roland Garros 1991. QUel giorno aveva di fronte Michael Chang, trionfatore due anni prima. Tra i due correvano 20 anni (addirittura, la prima volta che Connors partecipò a Roland Garros, Chang aveva due mesi!). Arrivarono al quinto set, e Jimbo pareva affaticato. Piazzò un punto vincente all’inizio del quinto, un rovescio sulla linea, poi si avvicinò all’arbitro e gli disse che non ce la faceva più. Incredulo, Bruno Rebeau gli chiese “sei sicuro?”, e Jimmy sorridendo gli disse “se ti dico che non ce la faccio, vuol dire che è vero”. Quando l’arbitro annunciò il ritiro, tutti si alzarono in piedi ad applaudirlo, Chang uscì completamente ignorato e Jimbo, scortato da due persone che lo sorreggevano, mandò un bacio al pubblico. Si ritirò, come ancora una volta notò puntuale Clerici, senza suscitare la compassione di nessuno, come un uomo conscio dei propri limiti.
Auguri, grande Jimbo!

Sep

1

Stasera alle 21 a Bologna con partenza in Piazza Galvani terrò una presentazione itinerante del mio libro. Toccando i principali centri della Bologna occulta e misteriosa, traccerò i paralleli con le argomentazioni del libro stesso, ed eseguirò anche qualche brano accompagnandomi alla chitarra.
Siete tutti invitati.

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