Aug
28
He Had a Dream
August 28, 2010 | Leave a Comment
Il 28 agosto 1963 un numero altissimo di persone, per l’epoca, i mezzi di trasporto e le condizioni sociali, marciò per la terza volta su Washington.
Lì un pastore battista dell’Alabama, della stessa città nella quale Rosa Parks poco tempo prima si era rifiutata di cedere ad un bianco il posto a sedere su un autobus, proferì un discorso, nel quale diceva che aveva un sogno, che si sarebbe spezzato meno di 5 anni dopo a Memphis, complice una pallottola, la stessa cosa che nel corso del tempo si era scontrata con altre persone del tipo di Medgar Evers, Malcolm X e via discorrendo.
Il sogno dell’eguaglianza germogliò definitivamente la notte del primo martedì di novembre del 2008, quando il primo Presidente di colore è stato eletto. Lo stesso che, per come vanno le cose oggi, difficilmente sarà rieletto tra due anni, ma che ha riportato una ventata di fiducia negli Stati Uniti. Se il settembre di ormai quasi dieci anni fa e la strategia del terrore e della paura aveva contaminato gli americani, l’amministrazione Obama ha dato un giro di vite molto positivo a tutto questo, anche se altri problemi si affacciano all’orizzonte.
Non verrà rieletto Obama, ma intanto ha dimostrato che era possibile, che i sogni visionari degli altri in realtà tanto visionari non lo sono.
Oggi mio nipote compie due anni. Io ho le placche alla gola, alla fine di agosto, mah!
Dimenticavo: a Washington, dopo King, prese il palco un ragazzino smilzo, accompagnato da una bella ragazza bruna. Si chiamavano (e si chiamano tuttora) Joan Baez e Bob Dylan. Cantavano che tutto sarebbe cambiato quando la nave sarebbe arrivata. Ma la Mayflower era giunta a Plymouth, da un pezzo.
Aug
27
Elogio della leggerezza
August 27, 2010 | 2 Comments
Ci sono giorni in cui il famoso post sul rasoio mi pesa come un macigno (“sometimes my burden is more than I can bear” diceva qualcuno nel 1997.)
I quasi 2000 commenti hanno dato inizio a numerosi altri forum sull’argomento, che a loro volta hanno notevolmente ravvivato una conoscenza ed un interessamento sopiti quasi da secoli. A volte però mi rendo conto che molti si aspettano da quello che viene scritto una soluzione rapida, definitiva e soprattutto perfetta per le loro lame, i loro visi e le loro facce, cosa impossibile.
Molti si surriscaldano, chiedono sempre di più, confutano, aggiungono, mettono del loro, creano correnti di pensiero e molto altro, smembrando il rasoio più famoso della logica, il Rasoio di Occam. Inutile aggiungere là dove quanto è detto è già sufficiente, dice l’assioma del famoso monaco-filosofo medievale. Insomma, il nostro rasoio si sta sempre più allontanando da quello di Occam.
Assieme a quello si sta perdendo l’essere leggeri, la leggerezza che tanto si addice agli esseri umani. Temo che questo accada perché si pensi che essere leggeri significhi automaticamente prendere le cose alla leggera e, ovviamente, niente è più lontano dalla verità.
Questa mancanza di leggerezza assale un po’ tutto e tutti in questa fase del mondo. Nelle suonerie che massacrano Lippi fino ai gruppi su Facebook che minacciano di morte il tizio che tali suonerie ha creato – e che probabilmente ci ha guadagnato su una certa cifra, sicuramente molto di più di chi lo vuole morto. Dai tifosi che assaltano Maroni per la tessera del tifoso (una volta la tessera di partito suscitava commenti di tutti i generi, adesso te la dà anche il gommista) all’onnipresente papa che una volta tanto se la piglia anche con un governo che non è quello italiano (insomma se la piglia con un governo.)
Quindi, a conti fatti, dico che invidio la leggerezza d’animo dei monaci zen e di chi prende le cose per quello che sono e per uno streaming continuo nella propria esistenza.
Ma soprattutto invidio i bambini, quegli esseri meravigliosi che ancora sanno come fare a dire non gioco più, alzarsi ed andarsene quando le cose non vanno più a genio. Magari fossimo tutti ancora così.
Aug
2
C’è qualcuno che non si è mai sentito così?
August 2, 2010 | Leave a Comment
Jul
31
Il gioco delle persone cantate
July 31, 2010 | 5 Comments
Proprio ieri mi sono reso conto che associo spesso e stabilmente persone a brani musicali.
Invitandovi a fare altrettanto, ecco la mia lista. A parte il primo nome, gli altri sono in ordine sparso.
Un’ultima cosa: alcuni dei destinatari, ascoltando il brano, si ricorderanno perché. Ma non tutti, perché come spesso succede le associazioni, se non hanno un aneddoto alla base, sono molto personali.
Rosa
Curzio
Andreino
Godofthegod
Andros
Francesco
Tiffani
Chris
Sara
Alberto (r.i.p.)
Glauco
Nicola il mio quasi omonimo
Mariagrazia
Pìolo Veronese
Andrea Mann
Blumen
Dafne
Erica
Steve G
Peccio
Silvia R.
Charles l’autista newyorkese
E tutti quelli che sono venuti, se ne sono andati, e quelli che verranno.
Jun
6
Le versioni dell’essere
June 6, 2010 | Leave a Comment
Da ormai molto tempo scrivo molto meno sui blog in genere. Ciò non significa che non scriva affatto; semplicemente, scrivo di cose troppo lunghe per essere compresse in un post.
Mercoledì scorso, all’improvviso, ha suonato il campanello. Era il mio più vecchio amico, non solo in senso cronologico. Era nei paraggi ed ha deciso di passare.
Ha fatto bene. Progressivamente stiamo tutti perdendo il piacere di ricevere o fare una visita inaspettata. Sembra quasi che non essere impegnati tutti i secondi della giornata sia nota di demerito.
Abbiamo passato un bel pomeriggio ed un’ottima serata. Queste cose riconciliano un po’.
Quello che riconcilia meno è vedere che, così come gli uomini hanno la naturale tendenza a riunirsi in gruppi per soddisfare il loro bisogno di appartenenza, allo stesso modo queste riunioni alla fine finiscono per essere un braccio di ferro su chi debba prevalere. Si parla di amicizia, quasi amore fraterno, di mettere l’ego da parte e poi si finisce per dire ad un altro “devi”, perché altrimenti si lascia che sia l’ego a prendere il sopravvento.
Devi? Ma siamo tutti rimbecilliti, tutto d’un tratto?
Alla fine, sono proprio quei posti dove si reclamizza la libertà di essere ciò che si è, unita alla tolleranza, quelli che producono il maggior numero di faziosità e partiti presi. Tutte le associazioni, da quelle a cui apparteniamo da tempo a tutte le altre, alla fine difficilmente riescono a resistere a questo richiamo, a rendere tutti uguali ma a crearne di più uguali.
E allora ben vengano le visite inaspettate, di chi non si vergogna di pensare che è piacevole passare a salutare qualcuno anche se non annunciati, e che se questo qualcuno in quel momento non ha nulla da fare non è uno che si gira i pollici, ma semplicemente ha tempi e modi diversi da quelli che normalmente pensiamo essere quelli di prammatica.
E abbasso chi dice sempre ho da fare per evitare di rispondere o per giustificare il fatto che non ha voglia o non gli/le va di pensare.
Sembra che ci prepariamo sempre le condizioni per fare bella figura ed invece, nel momento clou, ci ricopriamo di materiale organico di rifiuto (perché dire merda è una parolaccia.)
May
18
Nota: questo post appare anche, con titolo diverso, sul blog di Chitham.
Avevo 12 anni quando andai in piscina per la prima volta.
Quel giorno imparai anche a tuffarmi “a bomba”. Mi divertii come non facevo da anni. Pregai quindi mio cugino di portarmi di nuovo. Come tutte le volte, mi disse di chiamarlo se qualcosa non andava.
Presi la rincorsa: volevo fare il più bel tuffo a bomba mai visto.
Uno, due, tre. Rincorsa e via un bel salto.
Poi l’acqua.
Impiegai molto più del previsto a raggiungere il fondo. Mi fu subito chiaro perché. In quel punto la piscina era molto più fonda rispetto a dove avevo sempre saltato.
La prima cosa che imparai quel giorno fu che le piscine sono costruite in pendenza e quindi hanno profondità variabili.
Inutile dire che mi spaventai. Cominciai ad annaspare come un’anatra impazzita, respirando a pieni polmoni ogni volta che arrivavo in superficie. Dopo aver respirato, urlavo a squarciagola il nome di mio cugino, che era qualche metro più in là a divertirsi con i suoi amici. Capii quindi che o me la cavavo da solo oppure non me cavavo per niente.
Cominciai a usare le mani a mo’ di ali, spingendomi in superficie e respirando, dopodiché andavo a fondo, saltavo e riaffioravo in superficie. Poi mi venne in mente un racconto di un’amica di mia madre che disse di aver camminato sott’acqua da dove non toccava fino a riva, saltando solo per riprendere fiato. Decisi che era la cosa da fare, quindi mi voltai verso il bordo della piscina, presi fiato e feci il primo passo. Non servì a niente.
Panico completo.
Ricominciai allora a fare l’anatra subacquea e nel giro di poco tempo (non so quanto, a me sembrò un’eternità) riuscii ad aggrapparmi al bordo.
Salii in superficie, individuai mio cugino, andai verso di lui e lo trattai come peggio potevo. Mi aveva detto di chiamarlo se avevo bisogno. A cosa serviva se non mi sentiva?
La seconda cosa che imparai è che, quando ti trovi davvero nelle peste, nessuno può tirarti fuori, solo te stesso.
Ma quello che quel giorno non ho imparato è stata un’altra cosa, ben più importante delle altre due. Di quell’esperienza, ho ricordato sempre e solo la paura, il terrore, non il fatto che da solo ero riuscito ad aggrapparmi a riva. Tant’è che da quel giorno, ogni volta che l’acqua mi arriva alla gola, mi sento mancare il respiro, fossi anche nella vasca da bagno.
Da ogni esperienza possiamo trarre tutti i ricordi, le lezioni ed i feedback che vogliamo. Perché allora scegliamo sempre quelli negativi? È esattamente quello che ho fatto io: invece di darmi una bella pacca sulle spalle e dire che una volta dominate le acque era giunto il tempo di divertirsi a bagno, ho deciso di starne alla larga. E così tutte le volte che sono andato al mare con gli amici me ne sono sempre stato a riva a guardarli, non sono mai andato in piscina e meno che mai ho fatto snorkeling alle Maldive.
Tutto perché quel giorno ho deciso di scegliere di ricordare la paura lasciando stare tutto il resto.
Stamani è esploso tutto. Mi sono finalmente ripreso dall’ernia che mi ha paralizzato per un mese intero e reso semi-invalido per altri tre. Adesso devo soltanto rimettermi in forma, liberarmi del (troppo) peso in eccesso e continuare a mantenermi flessibile. Il nuoto è, inutile dirlo, la scelta migliore. Istintivamente ho scartato subito l’opzione, prima ancora che me ne rendessi conto. Mi sono sorpreso al punto di chiedermi perché. E lì ho capito.
Scusatemi se scrivo adesso, sono appena tornato, mi sono iscritto ad un corso di nuoto.
Apr
23
Dedicata a…
April 23, 2010 | 1 Comment
Chi non dorme e ha gli occhi aperti
Chi comincia dietro a Rimbaud che schizza veloce in una strana notte newyorkese
Chi, quando ha incontrato Monica Bellucci, le ha chiesto se aveva letto le poesie di Garcia Lorca
Chi comincia a organizzarsi perché tra poco deve fare le valigie
Chi sognava un mese più gentile e invece…
Chi è stato al limite dell’Oceano e non si è chiesto niente
Chi cerca di darsi ragione rafforzando il suo niente
Chi veste i propri pensieri con la faccia degli altri
Chi crede di diventare importante facendosi fotografare con quelli famosi
Chi non vede oltre il proprio naso
Chi ha il naso troppo corto da non poterlo nemmeno vedere
Chi chiama solo quando ha bisogno, perché solo allora gli altri vanno bene
Chi ha sassi nelle scarpe che quando se li toglierà…
Chi non ha mai abbastanza parole
Chi si dispiace solo dopo aver fatto il danno
Chi vuole tempo
Chi ancora aspetta Godot
Chi conosce il tempo di partire e quello di restare
Chi nonostante tutto, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia…
Chi non va dal medico perché ha paura di sentirsi dire che sta male
Chi parla di qualcosa senza sapere minimamente di cosa si tratta
Chi innalza templi alla virtù
Chi, nella gioia e nel clamore, se li gode e osserva anche chi sta peggio
Chi sul treno non ha paura di sorridere al vicino
Chi fa due chiacchiere soltanto per il piacere di farle
Chi pugnala alle spalle per poi dire di essere stato costretto dall’indifferenza altrui
Chi prende il tè sepre alla stessa ora
Chi spegne il computer sempre alla stessa ora
Chi si batte il petto perché gli altri guardano
Chi, quando gli altri non guardano, tanto non guardano e quindi si può
Chi mente e poi si arrabbia perché lo fanno anche i propri figli
Chi parla solo quando ha qualcosa da dire
Chi, quando non ha niente da dire, sta zitto.
Jan
27
So you see I have come to doubt all that I once held as true
January 27, 2010 | Leave a Comment
I più avranno riconosciuto la citazione che dà il titolo a questo post.
Guardando ed ascoltando il live di Simon and Garfunkel di qualche anno fa, vengo rapito da una serie di flashback e mi rendo conto che a stento riesco a percepire il respiro che si è fatto sottile.
All’improvviso mi riappare davanti agli occhi lo spartito di “Kathy’s Song”, che per tanti anni ho suonato, prima col flauto e poi accompagnandomi alla chitarra, senza mai averla ascoltata, come per tante altre canzoni.
Succede quindi che quando l’ascolto a volte rimango sorpreso da quello che sento, non mi sembra “canonico”, perché il primo imprinting è stato proprio il mio, aver messo le mani sullo strumento e tradotto quei segni in musica. Poi venne l’ascolto, ma molti anni più tardi.
E il solo finale di Simon che non riuscivo a portare sullo strumento, tanto pessimo è sempre stato il mio orecchio, pigro, assuefatto alla rapidità dell’occhio, che quando si uniscono diventano veramente un tutt’uno, due cose che si completano e rafforzano vicendevolmente. Poi una sera, al Jazz Club, fu Brando a mostrarmelo. Mi bastò guardarlo una volta, codificarlo in testa e non me ne sono più dimenticato. Se invece avessi dovuto ascoltarlo e trascriverlo ci avrei messo delle ore….
Le strade piovose dell’Inghilterra, nella quale ancora non ero mai stato, lo sforzo di sentire gli odori delle strade del Village soltanto vedendo le foto sbiadite in bianco e nero nelle quali c’erano questi due bassotti geniali con due voci che mai più ho sentito, ma anche il ragazzotto spettinato che viveva in quelle zone e che tanto mi avrebbe fatto tremare il cuore e sussultare con quelle sue sinestesie, quegli accordi buttati lì, apparentemente senza arte né parte ma che alla fine facevano un quadro che aveva le movenze di Kandinsky.
E poi la mente mi riporta a Paul Simon in piazza Santa Croce, ai suoni del silenzio che si infrangono sulla facciata bianca e ottocentesca. All’arena civica di Milano, quando vidi Dylan per la prima volta, Joan Baez che si interessa quando le dico, in Piazza Anfiteatro a Lucca, che ero stato a Carmel ed avevo visto la sua casa, che addirittura mentre assistevo ad una rappresentazione di “Brigadoon” al teatro all’aperto proprio a Carmel avevo incontrato una sua vecchia vicina di casa che la ricordava con tanto affetto – tranne quando si era portata da New York “quel ragazzaccio spettinato che faceva un trambusto della malora.”
È in momenti come questi, quando riesco ad isolarmi dal resto e l’attenzione viene completamente assorbita da ciò che vedo, che la mente si ferma, riesce a ritrovare sensazioni che sempre più raramente si manifestano, ma non è colpa del tempo, casomai è colpa dello spazio, che adesso in un condominio più di tanto non si può suonare, e la voce è troppo alta, mente prima questi problemi non esistevano, e la memoria delle sensazioni se non viene esercitata tardi a farsi strada.
Gli strumenti sono sempre lì. Sono bellissimi, pregiati, suonano meglio adesso di allora. Ma è la mano che si è rallentata, che si risveglia solo quando la voce comincia ad affaticarsi perché poco stimolata, ed è un continuo rincorrersi.
Però quando succede che si riesce a ricordare di dimenticarsi di essere arrivati a dubitare di tutto ciò che si reputava un tempo vero, allora sì che si vola. Anche solo per 3 minuti, che sembrano comunque un’eternità.
E, una volta di più, anche questo post è incapace di tradurre tutto quello che avevo in mente.
Peccato.
Jan
26
Scatto alla risposta e scatto alla bestemmia
January 26, 2010 | Leave a Comment
Due tra le cose più assurde degli italiani sono lo scatto alla risposta e lo scatto alla bestemmia.
Lo scatto alla risposta è una delle assurdità più terrificanti nelle quali mi sia imbattuto in tutta la mia esistenza. Non ho neanche avuto la forza di vedere se è praticato in altri paesi, ma penso proprio di no.
Si tratta di un ossimoro di proporzioni gigantesche, bibliche direi, dato anche il secondo argomento in titolo.
Dal momento che il telefono serve per comunicare, si fa pagare di più quando si raggiunge il destinatario della comunicazione. Ma c’è di più: si paga anche quando non si raggiunge il destinatario realmente, ma anche virtualmente, come accade con le segreterie telefoniche.
Paga di più se parli. In barba alle tariffe convenienti, che più convenienti sono, più caro è lo scatto alla risposta.
“Scattare, utente!” ora che anche il servizio militare è facoltativo, per qualcosa dovranno pur scattare gli italiani.
Poi c’è la famosa storia del moralismo vaticanista. Posto che la bestemmia può essere sintomo di maleducazione e anche di una certa ignoranza (anche se oggi l’eguaglianza non è più certa come un tempo), è veramente illogico e discriminatorio escludere una persona da una competizione perché bestemmia – o moccola, come si dice da queste parti.
E diseducativo. Per più di un motivo (ah, se n’era già parlato!)
Perché sancisce una volta di più il principio di disuguaglianza tra cittadini e persone. Chi bestemmia il Dio dei cristiani è fuori; la politicante che chiama Maometto in un certo modo è incensata e continua ad andare in televisione, mente il disgraziato barese che ieri sera è stato eliminato dalla competizione più alienante della TV (per favore, fate un’orgia di quelle come si deve e mentre la fate ruttate, scureggiate e bestemmiate, così tolgono questo strazi per sempre – peccato che vedremo la Marcuzzi un po’ meno, ma tant’è!) viene ammesso alle soglie dello studio e da lì impedita l’entrata dietro le sbarre.
DIETRO LE SBARRE!
In una televisione (e quindi in un Paese) dove si ospita continuamente una persona condannata più volte in sede penale, solo perché fa tendenza e perché divide l’alcova con la soubrette che reclamizza i telefonini della ex azienda di Stato – quella che ha fatto dello scatto alla risposta un profitto di dimensioni inimmaginabili.
Quindi, largo ai pluripregiudicati, alle politicanti che offendono le altre religioni. Carcere mediatico a chi si lascia uscire una frase detta peraltro in dialetto e quindi capita da meno di mezza Italia; sospensione a Luigi Tosti che, riconosciuto innocente in Cassazione, viene sospeso dall’esercizio delle funzioni perché si rifiuta di celebrare un processo di fronte al solo crocefisso per questioni di eguaglianza e data la laicità dello Stato (ah ah ah, lo stato laico!)
Per tacere dei culi che ci propinano sotto il naso a tutte l’ore, alla legittimazione delle storie extraconiugali e delle storie occasionali che mettono i protagonisti sotto i riflettori e danno alle persone il messaggio più educativo che ci sia: evviva la civiltà dello scopo, il sesso casuale con uomini, donne o animali di passaggio, in culo a tutto e tutti, basta svuotarsi – se non è una bestemmia questa…
Mammamia che schifezza!
Mammamia che schifezza!
Mammamia che desolazione!
Jan
17
Nicola Menicacci’s 116th Dream
January 17, 2010 | Leave a Comment
La sala era grande, molto grande, tanto da poter essere divisa tranquillamente in due ambienti nei quali si potevano svolgere attività concomitanti. Quando io sono entrato, mi sono accorto che la mia sezione era ovviamente quella dall’altra parte. Ho cominciato ad attraversarla mente mi venivano incontro uomini e donne che parlavano in inglese, con indosso i loro abiti rituali, chi drappi o grembiuli, chi fasce, chi anche maschere e gioielli. Il più carismatico sembrava avere in volto un’aurea argentea, e tutti si sistemavano ai loro posti. Per passare in mezzo e allo stesso tempo non fare molto rumore, procedevo mostrando i segni e pronunziando le parole che ben conosco, al che la fiumana di gente si scostava, sentendola comunque bisbigliare dietro di me, come a sorprendersi che io sapessi. È stato in quel momento che mi sono reso conto di indossare la camicia bianca con i gemelli, del tutto inadeguata a quel luogo, che adesso più che una stanza appariva come una caverna rischiarata da fiaccole alle pareti.
Una persona si avvicina, sorridente, la camicia azzurra e la giacca grigia; mi ha dato la mano, che ho ristretto facendo sentire il tatto, allorché il sorriso si è ancora di più ampliato.
Non so quanto ci è voluto per traversare tutta quella gente. So soltanto che quando sono arrivato dall’altra parte Rosa sorrideva, tutti i tavoli erano apparecchiati, la masseria aveva i soffitti arcuati che ben ricordavo.
Ci siamo messi a sedere sorridendo.
Checché ne dicesse qualcuno, i sogni sono influenzati da così tante variabili che alla fine è difficile poter riuscire a ricavarne un significato.
Forse, se non avessi visto la scena finale di Scooby-Doo, di sicuro una cosa così la mia mente non l’avrebbe partorita.
Fondamentale è la coda dell’occhio….
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