Sep

1

Da tempo non parlo di avvenimenti che toccano socialità e politica; la ragione è che sostanzialmente mi sembra realmente fiato sprecato parlare di niente.
Però sulla questione di Como qualcosa la vorrei dire. Anzitutto la storia dei diari dell’ex capo del governo dell’era monarchica è vecchia quanto il mondo; secondo, che se quei diari fossero veri ci sarebbe da chiedersi un paio di cose. La prima è: chi li ha tenuti così tanto tempo e soprattutto nascosti; la seconda – c’è almeno un accenno al famoso carteggio con Churchill, che è come l’araba fenice (“che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa” diceva Lorenzo da Ponte, invero riferendosi ad altre cose.)
Fatto sta che due giorni fa nell’ambito della rassegna “Parolario” è stato invitato Marcello Dell’Utri a parlare proprio di quei diari, che se ho ben capito sono stati da lui riscoperti, curati e infine si è deciso di pubblicare. Quello che è successo lo sappiamo tutti. Adesso, dalla mia posizione privilegiata di osservatore esterno voglio procedere ad un cambio di prospettiva. Sembra proprio che la lunga introduzione al dibattito da parte del moderatore sia stata quantomeno infelice. La filippica dell’importanza della scoperta, della lode spasmodica al ritrovatore e quant’altro è poco consigliata quando una anche superficiale analisi del clima avrebbe potuto rivelare il rischio di tumulti. Crisi economica, politici privilegiati e condanne sono davvero una miscela esplosiva.
L’allungo di quella introduzione ha fomentato gli animi ancora di più.
Ma non sarebbe stato meglio far parlare subito Dell’Utri? In questo modo la gente, contestatori in testa, se voleva apparire attenta e ribattere con cognizione avrebbe dovuto ascoltarlo. Invece no. Sinceramente, che qualcuno si sia potuto sentire menato per il naso davanti ad una presentazione (che per definizione è adulatoria) di un tipo controverso mi sembra cosa abbastanza prevedibile, nonché possibile.
Poi, ovviamente, tutto è buono per strumentalizzare.
Capezzone parla di violazione di libertà di espressione. La cosa mi sembra piuttosto brutta, perché detta così per me significa una cosa sola: solo quelli lì hanno diritto di dire quello che vogliono. Peccato che l’articolo 1 della nostra charta dica che la sovranità della Repubblica appartenga al popolo, e che popolo siamo tutti, nessuno escluso, e che non esiste più un popolo grasso ed un popolo minuto, patrizi o plebei. Retaggi dell’antica Roma, dai quali andrebbe omessa la città natale di D’Annunzio a mo’ di sigla.

Aug

27

Ci sono giorni in cui il famoso post sul rasoio mi pesa come un macigno (“sometimes my burden is more than I can bear” diceva qualcuno nel 1997.)
I quasi 2000 commenti hanno dato inizio a numerosi altri forum sull’argomento, che a loro volta hanno notevolmente ravvivato una conoscenza ed un interessamento sopiti quasi da secoli. A volte però mi rendo conto che molti si aspettano da quello che viene scritto una soluzione rapida, definitiva e soprattutto perfetta per le loro lame, i loro visi e le loro facce, cosa impossibile.
Molti si surriscaldano, chiedono sempre di più, confutano, aggiungono, mettono del loro, creano correnti di pensiero e molto altro, smembrando il rasoio più famoso della logica, il Rasoio di Occam. Inutile aggiungere là dove quanto è detto è già sufficiente, dice l’assioma del famoso monaco-filosofo medievale. Insomma, il nostro rasoio si sta sempre più allontanando da quello di Occam.
Assieme a quello si sta perdendo l’essere leggeri, la leggerezza che tanto si addice agli esseri umani. Temo che questo accada perché si pensi che essere leggeri significhi automaticamente prendere le cose alla leggera e, ovviamente, niente è più lontano dalla verità.
Questa mancanza di leggerezza assale un po’ tutto e tutti in questa fase del mondo. Nelle suonerie che massacrano Lippi fino ai gruppi su Facebook che minacciano di morte il tizio che tali suonerie ha creato – e che probabilmente ci ha guadagnato su una certa cifra, sicuramente molto di più di chi lo vuole morto. Dai tifosi che assaltano Maroni per la tessera del tifoso (una volta la tessera di partito suscitava commenti di tutti i generi, adesso te la dà anche il gommista) all’onnipresente papa che una volta tanto se la piglia anche con un governo che non è quello italiano (insomma se la piglia con un governo.)
Quindi, a conti fatti, dico che invidio la leggerezza d’animo dei monaci zen e di chi prende le cose per quello che sono e per uno streaming continuo nella propria esistenza.
Ma soprattutto invidio i bambini, quegli esseri meravigliosi che ancora sanno come fare a dire non gioco più, alzarsi ed andarsene quando le cose non vanno più a genio. Magari fossimo tutti ancora così.

Jul

31

Proprio ieri mi sono reso conto che associo spesso e stabilmente persone a brani musicali.
Invitandovi a fare altrettanto, ecco la mia lista. A parte il primo nome, gli altri sono in ordine sparso.
Un’ultima cosa: alcuni dei destinatari, ascoltando il brano, si ricorderanno perché. Ma non tutti, perché come spesso succede le associazioni, se non hanno un aneddoto alla base, sono molto personali.

Rosa
Curzio
Andreino
Godofthegod
Andros
Francesco
Tiffani
Chris
Sara
Alberto (r.i.p.)
Glauco
Nicola il mio quasi omonimo
Mariagrazia
Pìolo Veronese
Andrea Mann
Blumen
Dafne
Erica
Steve G
Peccio
Silvia R.
Charles l’autista newyorkese

E tutti quelli che sono venuti, se ne sono andati, e quelli che verranno.

Jun

6

Da ormai molto tempo scrivo molto meno sui blog in genere. Ciò non significa che non scriva affatto; semplicemente, scrivo di cose troppo lunghe per essere compresse in un post.
Mercoledì scorso, all’improvviso, ha suonato il campanello. Era il mio più vecchio amico, non solo in senso cronologico. Era nei paraggi ed ha deciso di passare.
Ha fatto bene. Progressivamente stiamo tutti perdendo il piacere di ricevere o fare una visita inaspettata. Sembra quasi che non essere impegnati tutti i secondi della giornata sia nota di demerito.
Abbiamo passato un bel pomeriggio ed un’ottima serata. Queste cose riconciliano un po’.
Quello che riconcilia meno è vedere che, così come gli uomini hanno la naturale tendenza a riunirsi in gruppi per soddisfare il loro bisogno di appartenenza, allo stesso modo queste riunioni alla fine finiscono per essere un braccio di ferro su chi debba prevalere. Si parla di amicizia, quasi amore fraterno, di mettere l’ego da parte e poi si finisce per dire ad un altro “devi”, perché altrimenti si lascia che sia l’ego a prendere il sopravvento.
Devi? Ma siamo tutti rimbecilliti, tutto d’un tratto?
Alla fine, sono proprio quei posti dove si reclamizza la libertà di essere ciò che si è, unita alla tolleranza, quelli che producono il maggior numero di faziosità e partiti presi. Tutte le associazioni, da quelle a cui apparteniamo da tempo a tutte le altre, alla fine difficilmente riescono a resistere a questo richiamo, a rendere tutti uguali ma a crearne di più uguali.
E allora ben vengano le visite inaspettate, di chi non si vergogna di pensare che è piacevole passare a salutare qualcuno anche se non annunciati, e che se questo qualcuno in quel momento non ha nulla da fare non è uno che si gira i pollici, ma semplicemente ha tempi e modi diversi da quelli che normalmente pensiamo essere quelli di prammatica.
E abbasso chi dice sempre ho da fare per evitare di rispondere o per giustificare il fatto che non ha voglia o non gli/le va di pensare.
Sembra che ci prepariamo sempre le condizioni per fare bella figura ed invece, nel momento clou, ci ricopriamo di materiale organico di rifiuto (perché dire merda è una parolaccia.)

May

18

Nota: questo post appare anche, con titolo diverso, sul blog di Chitham.

Avevo 12 anni quando andai in piscina per la prima volta.
Quel giorno imparai anche a tuffarmi “a bomba”. Mi divertii come non facevo da anni. Pregai quindi mio cugino di portarmi di nuovo. Come tutte le volte, mi disse di chiamarlo se qualcosa non andava.
Presi la rincorsa: volevo fare il più bel tuffo a bomba mai visto.
Uno, due, tre. Rincorsa e via un bel salto.
Poi l’acqua.
Impiegai molto più del previsto a raggiungere il fondo. Mi fu subito chiaro perché. In quel punto la piscina era molto più fonda rispetto a dove avevo sempre saltato.
La prima cosa che imparai quel giorno fu che le piscine sono costruite in pendenza e quindi hanno profondità variabili.
Inutile dire che mi spaventai. Cominciai ad annaspare come un’anatra impazzita, respirando a pieni polmoni ogni volta che arrivavo in superficie. Dopo aver respirato, urlavo a squarciagola il nome di mio cugino, che era qualche metro più in là a divertirsi con i suoi amici. Capii quindi che o me la cavavo da solo oppure non me cavavo per niente.
Cominciai a usare le mani a mo’ di ali, spingendomi in superficie e respirando, dopodiché andavo a fondo, saltavo e riaffioravo in superficie. Poi mi venne in mente un racconto di un’amica di mia madre che disse di aver camminato sott’acqua da dove non toccava fino a riva, saltando solo per riprendere fiato. Decisi che era la cosa da fare, quindi mi voltai verso il bordo della piscina, presi fiato e feci il primo passo. Non servì a niente.
Panico completo.
Ricominciai allora a fare l’anatra subacquea e nel giro di poco tempo (non so quanto, a me sembrò un’eternità) riuscii ad aggrapparmi al bordo.
Salii in superficie, individuai mio cugino, andai verso di lui e lo trattai come peggio potevo. Mi aveva detto di chiamarlo se avevo bisogno. A cosa serviva se non mi sentiva?
La seconda cosa che imparai è che, quando ti trovi davvero nelle peste, nessuno può tirarti fuori, solo te stesso.
Ma quello che quel giorno non ho imparato è stata un’altra cosa, ben più importante delle altre due. Di quell’esperienza, ho ricordato sempre e solo la paura, il terrore, non il fatto che da solo ero riuscito ad aggrapparmi a riva. Tant’è che da quel giorno, ogni volta che l’acqua mi arriva alla gola, mi sento mancare il respiro, fossi anche nella vasca da bagno.
Da ogni esperienza possiamo trarre tutti i ricordi, le lezioni ed i feedback che vogliamo. Perché allora scegliamo sempre quelli negativi? È esattamente quello che ho fatto io: invece di darmi una bella pacca sulle spalle e dire che una volta dominate le acque era giunto il tempo di divertirsi a bagno, ho deciso di starne alla larga. E così tutte le volte che sono andato al mare con gli amici me ne sono sempre stato a riva a guardarli, non sono mai andato in piscina e meno che mai ho fatto snorkeling alle Maldive.
Tutto perché quel giorno ho deciso di scegliere di ricordare la paura lasciando stare tutto il resto.
Stamani è esploso tutto. Mi sono finalmente ripreso dall’ernia che mi ha paralizzato per un mese intero e reso semi-invalido per altri tre. Adesso devo soltanto rimettermi in forma, liberarmi del (troppo) peso in eccesso e continuare a mantenermi flessibile. Il nuoto è, inutile dirlo, la scelta migliore. Istintivamente ho scartato subito l’opzione, prima ancora che me ne rendessi conto. Mi sono sorpreso al punto di chiedermi perché. E lì ho capito.
Scusatemi se scrivo adesso, sono appena tornato, mi sono iscritto ad un corso di nuoto.

Apr

10

Mentre girovagavo su Plurk mi sono imbattuto su una disquisizione sul numero 666. Scherzando, ho detto che ci avrei scritto un post; molti mi hanno incoraggiato. Eccovi accontentati.
La menzione del 666 legato alla bestia compare nell’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia cristiana, il cui nome in inglese è tutt’altro che apocalittico: Revelation, la rivelazione.
L’autore, san Giovanni è, tra tutti gli autori del Nuovo Testamento, il più esoterico. Basti pensare che durante alcune cerimonie massoniche (segnatamente quelle sotto il Rito Scozzese Antico ed Accettato) il Libro Sacro viene aperto sull’ara proprio sul prologo del Vangelo di Giovanni (“in principio era il verbo…”). Tale prologo ha infatti un senso di trasversalità religiosa, così come universale è da intendersi la libera muratoria.
Da tutto questo si evince che, se c’è un significato nel numero 666, tale significato non può essere letto con attribuzioni “ordinarie”, dovendo ricorrere all’esoterismo.
Ma andiamo con ordine. La menzione della bestia si ha in Apocalisse 13,1 (anche qui si rifletta sui numeri: il 13). Proprio all’inizio del libro (1,3) troviamo: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.” Da qui capiamo subito che questo libro non può essere letto con occhi “profani”, ma il messaggio è ben celato in una sorta di doppio fondo. C’è qualcosa da leggere, ma dobbiamo sapere anche come leggerla.
La bestia compare, come detto, nel capitolo 13, esattamente dopo che il serpente (prima drago) caduto dal cielo non è riuscito ad uccidere la donna che ha partorito il figlio maschio. [Ancora qui, sul serpente, potremmo parlare ore ed ore. Di sicuro il serpente non ha necessariamente connotazione negativa, basti pensare al Caduceo, all'Uroborus o alla verga di Mosè, trasformatasi per l'appunto in serpente davanti al Faraone. Dice il testo cabalistico Il libro dello splendore che quando Eva subì la tentazione del serpente e si avvicinò all'albero della conoscenza, l'albero recitò i versi del salmo 36,12-13 "Non mi raggiunga il piede del superbo e la man degli empi non mi scacci./Ecco, sono crollati i malfattori, abbattuti, non possono più rialzarsi." Interessante notare, per coincidenza numerica, Apocalisse 12,12-13 "Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo"./Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio."]
Il drago (chiamato serpente nei versi immediatamente seguenti quelli citati) si ferma sulla riva del mare, dal quale sorge la bestia. Di seguito il testo (13,1-2): “Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo./La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande.”
La menzione del numero la si trova in 13,18: “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.” Tutto questo, peraltro, è relativo non alla bestia finora vista, ma ad una seconda (13,11: “Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago.”) Questa, in presenza della prima, ha di essa tutti i poteri e costringe gli abitanti della terra ad adorare la bestia (la prima). Costruisce inoltre una statua della bestia che ha potere di parlare ed infine mettere a morte tutti coloro che tale statua non adorano (echi del profeta Daniele – libro apocalittico della tradizione ebraica – e di quella che poi sarà la storia dei quattro santi coronati. Teniamo a mente Daniele, perché tornerà presto.)
Qui purtroppo deve fermarsi la lettura di chi non sa “leggere” i numeri secondo le tradizioni esoteriche, segnatamente quella ebraica, alla quale evidentemente e per ovvi motivi apparteneva Giovanni. Nella lingua ebraica i numeri non hanno caratteri; sono le lettere a fare da numero; ad esempio alef, prima lettera dell’alfabeto, ha valore 1, bed, 2 e così via (ve ne son anche per le decine e le centinaia). Il numero 666 corrisponde quindi ad un nome. Tutto sta a vedere quale. L’interrogativo quindi è prima di tutto riuscire a capire a quale delle due bestie si riferisce il numero, anche se appare ovvio che sia la seconda bestia, che seduce in nome della prima. E qui l’esoterismo ebraico ci viene non poco in aiuto, considerando sia l’albero della vita che un simbolo molto universale che poi la cristianità ha fatto quasi interamente suo: il Graal. Si dice che la coppa fu intagliata dagli angeli su uno smeraldo staccato dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta (è forse la ferita poi rimarginata della prima bestia in 13,3?). Lucifero è noto come l’angelo della corona (per questo alcuni dicono che era una pietra della sua corona). Corona in ebraico è Kether, il primo sephirah dell’albero della vita. Angelo della corona, in ebraico Hakathriel ha come numero corrispondente proprio il 666. Il Graal fu poi affidato ad Adamo nel paradiso terrestre, che poi non poté tenerlo dopo la sua cacciata.
Ma non basta: il numero 666 viene direttamente dal culto praticato a Babilonia, città nella quale viveva, per l’appunto, il profeta Daniele, ed ecco che quindi torniamo ad una tradizione che affonda le sue radici in epoche molto lontane. Insomma, l’Apocalisse non inventa niente di nuovo (compare infatti nell’Apocalisse la prostituta di Babilonia.)
Importante è chiedersi come debba essere calcolato questo numero. Esotericamente parlando esistono numerosi metodi:
la riduzione cabalistica, la somma cioè delle singole cifre;
la riduzione teosofica, il resto della divisione di un numero per 9. Nel caso di 666, essendo 666/9=74, è 0;
l’addizione teosofica, la somma di un numero con tutti i numeri che lo precedono (36+35+34…+1=666; 36 è il numero degli dei babilonesi). L’addizione teosofica di 666 è 222111;
la radice essenziale di un numero è la riduzione teosofica dell’addizione teosofica (e qui nel nostro caso troviamo ancora 0).
Molti hanno cercato di dare un nome utilizzando soltanto la riduzione cabalistica (che porta, si dice a Nerone o a Hitler, ma abbiamo visto benissimo che porta senza problemi a Lucifero.) L’ultima osservazione da fare è che, per l’ebraismo, i demoni non sono come i demoni cristiani: sono la personificazione sregolata degli istinti. Il principe dei demoni, Asmodeo, catturato da Salomone, fu costretto a fare da guardia ai tesori del Tempio.

Feb

5

Bello

February 5, 2010 | Leave a Comment

In epoca di tecnologie dirompenti, tempi strettissimi, comunicazioni chiassose e via discorrendo, un brano così riconcilia col mondo.
Leggero, scorrevole, senza picchi inventivi ma pulito ed elegante quanto basta, rimette a posto con il mondo.
Ed il video, anch’esso semplice ma efficace e bellino, con la ragazza che quasi sempre si scorge di spalle, nella pioggia di Park Avenue come alle stazioni del metro nei sobborghi.
“Ehi Delilah, non ti preoccupare, un giorno pagherò le bollette con questa chitarra” e poi la distanza, forse per motivi di studio, “se mi senti lontano ascolta la canzone un’altra volta”, dove echeggia l’Enrico Brizzi adolescente di “jack Frusciante è uscito dal gruppo” e molti di noi che hanno pensato veramente che un giorno le cose potessero andare così, con lode a tutti coloro che ci sono riusciti.
Un brano di speranza, il contraltare della sempre pur bellissima “Boots of Spanish leather”, dove lei parte e dice di non sapere quando torna, perché “diepnde da come mi sentirò” e lui che aveva detto che non gii serviva niente, solo il suo ritorno alla fine, dopo essersi raccomandato di stare attenta, le dice che un paio di stivali di pelle spagnola possono bastare.
Ma ora è tempo de Delilah, nome che evoca un fiore più che la Dalida del forzuto Sansone.

Dec

24

Amor Omnia Vincit

December 24, 2009 | 2 Comments

Discorrendo su Skype con una delle più interessanti blogger del panorama italiano, ad un certo punto è uscita questa frase. “Sarà il titolo del tuo prossimo post” mi ha detto. Non so se si riferisse ad a_m_a o proprio a questo blog; fatto sta che stamani, appena svegliato, la cosa mi è apparsa chiara.
Succede spesso così, al mattino, un’idea spettacolare che ti attraversa la mente e che riesci a contenere e fermare. Non capita spesso, ma quando succede è un ottimo segno.
Allora, si chiude un decennio. Per tantissimi aspetti uno dei peggiori degli ultimi 50 anni. Un decennio dove siamo passati dall’euforia per essere sopravvissuti al millennium bug e al mille e non più di mille alla disperazione più nera della crisi economica, pur non disdegnando episodi come lo tsunami, il terremoto in Abruzzo ed in altre mille parti del globo, il disboscamento della foresta amazzonica e dei ghiacci polari (disboscamento dei ghiacci mi piace troppo…) e al giorno che ci ha reso tutti più ciechi, sordi e alpinisti, quel martedì di inizio settembre. Sembra quasi che il continente americano adori l’11 settembre per sconvolgere gli ordini costituiti. Già l’avevano fatto in Cile nel 1973 allorché il colpo di stato militare che portò Augusto Pinochet alla dittatura destituì il Presidente Salvador Allende, che da allora è un po’ più dimenticato. Anche se quello di New York non è stato un colpo di Stato, di colpi ai vari stati ne ha assestati molti. Nazione non abituata a farsi aggredire in casa propria, gli Stati Uniti hanno reagito in n modo che, a posteriori, ha causato tante cose che essi stessi in primis non avrebbero voluto. Non era bastato il maccartismo.
Fu mia sorella a telefonare. “Sai niente di Joanna?”, “no, perché?” “dicono che si è schiantato un aereo su una delle due torri gemelle. Va’ un po’ a vedere se è vero.” Il resto lo sappiamo tutti.
Ai drammi collettivi si sommano quelli personali. Il mio un dramma non fu. Le persone che conoscevo a New York vivevano in una parte ben diversa della città, e a meno che non si fossero avventurati di prima mattina nel Financial District non c’era nulla da temere. Era forse più il caso di preoccuparsi degli autisti al loro servizio, di Charlie, Pat e Bob, o della domestiche, che non si sapeva dove abitavano o dove venivano puntualmente inviati per commissioni.
Ma no, a loro non successe niente. Fu possibile parlare brevemente con la casa, dove rispose Sylvia la governante, tutto bene, poi la linea cadde e per 14 ore non ci fu più verso di sapere niente. Mi immagino invece come si saranno sentiti tutti quelli che sapevano avere dei familiari che lavoravano in quegli edifici o che vivevano lì vicino. 14 ore non sono molte, nell’arco di una vita. Chissà di quanti anni hanno fatto invecchiare quelle persone. Chissà se, una volta recatisi a New York, avranno sostato su Ground Zero o si saranno fermati al famoso laghetto all’angolo Sud di Central Park, dove le oche stavano per partire verso Sud, pur domandandosi dove mai andranno.
Io arrivai a New York due mesi dopo, all’inizio di Novembre. La città era cambiata. Non poteva essere altrimenti. Ma non era la città ad essere cambiata, era l’atteggiamento delle persone, gli agenti arcigni al controllo dogana, tu che arrivavi e dovevi lasciare impronte digitali, sembravi un ladro già prima di metterci piede. A me andò meglio, avevo una Visa e fui trattato con meno sufficienza. Da lì all’aprile 2002 la vidi abbrutirsi sempre di più, cercare l’untore ad ogni angolo scuro, perdere quella grande caratteristica che la rendeva odiosa e affascinante: poter camminare in mezzo ad una strada affollatissima ed essere sicuro che nessuno ti avrebbe notato, sia che tu fossi il Papa, Lady Gaga nuda o Elvis Presley che aveva deciso di prendersi un giorno di vacanza. All’improvviso poteva essere chiunque e potevano essere dappertutto, a New York come a New Orleans che di lì a 4 anni sarebbe stata spazzata via da un uragano declassato (umiliante ancora di più) senza che nessuno potesse sapere chi ringraziare (o meglio si sapeva, solo che quando il nemico che si cerca è invisibile o non esiste, come si fa?).
Ma nel 2009, quando torno a New York, trovo i poliziotti alla dogana rilassati, allegri, trovo la città di nuovo sorridente, nessuno ti guarda più per strada e tutti corrono dandosi gomitate, il metro lavora 24 ore al giorno, la gente è ancora per la strada. Change we can, e stanno cambiando. Dopo 46 anni il sogno del pastore battista non è quasi più un sogno. Amor omnia vincit.
Però quel giorno deve aver scosso molte menti e molte tasche, dato che le speculazioni basate sul nulla hanno cominciato a levitare, sulla scorta di un live fast, die young che, a ben vedere, altro non era se non pura follia e che ha colpito tutti, dai ricchi gruppi bancari alle case produttrici di latte che costruivano matrioske finanziarie con documenti di vecchi pensionati ignari multi-miliardari e che alla fine hanno provocato un crollo vertiginoso di tutto. Crollo nel quale la gente ha cominciato anche a riscoprire che forse si può guardare anche il vicino e che guardarlo prima e rivolgergli lentamente un saluto prima, due parole poi e magari invitarlo a casa per un caffè non è essere ingenui, ma scoprire che la connessione tra persone può fare la differenza in momenti in cui le risorse scarseggiano. E allora non conta da dove vieni o cosa fai (in questo – e lo so che questa cosa non pace a molti – i paesi anglofoni, USA in testa, sono maestri del fare di un calderone un qualcosa che marcia in comune verso una direzione.) Conta solo cosa puoi fare e cosa possiamo fare insieme. Amor omnia vincit.
Poi il giorno di santo Stefano, il primo martire, un subcontinente viene sommerso da un’onda (lo diceva Bob Dylan: “ho sentito il rombo di un’onda che poteva sommergere tutto il mondo”). Un mio caro amico, esperto volontario della protezione civile (era stato anche a Barn nel 2003) parte e si guadagna la seconda onorificenza al valor civile. A discapito della sua tranquillità. Per quattro lunghi mesi dal suo ritorno si è praticamente vergognato di uscire da casa, shockato da ciò che aveva visto e, credo anche, disperato dal non poter fare di più. Ma poi una moglie e due figli bellissimi fanno quello che ognuno dovrebbe fare e le nuvole lentamente si dissipano. Amor omnia vincit.
E quindi qui si capisce come, davanti ad un decennio disgraziato che ha visto più piaghe dai tempi della schiavitù egizia, esistano comunque delle cose che riescono a crescere e a fiorire pur in questa immensa, sterminata distesa di letame.
C’è chi viene al mondo (ad esempio mio nipote)
C’è chi realizza dei sogni
C’è chi all’improvviso, da un secondo all’altro, si Innamora (non “si innamora”, proprio con la “I”) e si sposa (per esempio io me medesimo!)
C’è chi scopre il lavoro della sua vita
C’è chi sviluppa una passione che l’accompagna e lo rende più vivo (a volte basta anche un rasoio)
C’è chi trova la felicità e la serenità
C’è chi si libera di un giogo o di un incubo…
E tutte queste, quando devono succedere, accadono indipendentemente da tutto e da tutti.
Alla fine è proprio vero: amor omnia vincit.

Nov

21

Grazie a Miryam per la segnalazione.

Aug

30

Su invito di numerosi lettori, ho scritto sul blog di Chitham un articolo sulla legge di attrazione. Ho evidenziato le numerose analogie con il pensiero Zen e richiami anche alle Sacre Scritture, per poi giungere ai sogni.
L’articolo è stato molto ben ricevuto, con punte di addirittura 200 visite in un’ora.

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