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La sentenza come esempio di rispetto della Costituzione
August 15, 2009 | Leave a Comment
Ancora una volta mi tocca dire che sono molto nauseato da come si sono svolti i fatti, da come reagiscono le istituzioni dello Stato e da come invece alcune tra le grandi istituzioni sostenitrici della laicità come fonte di rispetto e tutela dell’uguaglianza di fronte alla libertà di credo – compreso l’ateismo e l’agnosticismo – siano state codardemente zitte.
Premessa: chi scrive non è ateo, anche se si è sposato con rito civile. Chi scrive vorrebbe vedere uno Stato nel quale nei luoghi pubblici non dovrebbe essere esposto un simbolo religioso o al limite dovrebbero esserne esposti più d’uno. Chi scrive è laureato in giurisprudenza, conosce bene la Costituzione ed appartiene ad una delle associazioni in difesa della liberà di pensiero e di laicità delle quali ha parlato poc’anzi.
Insomma, è gran polemica sulla sentenza del TAR del Lazio. Peccato che, in mezzo a questo bailamme di informazione superficiale e mai obiettiva, in pochi abbiano detto dove andare a cercarsi ‘sta cavolo di sentenza. Ve lo dico io: la trovate qui, il numero della sentenza è 7076 del 2009.
In soldoni, ecco perché si ricorre e cosa si è deciso: si ricorre per l’annullamento dell’Ordinanza Ministeriale n. 30/08 prot. 2724 recante “Istruzioni e Modalità per lo svolgimento degli Esami di Stato”; il motivo è che la partecipazione agli scrutini da parte degli insegnanti di religione e di chi impartisce materie sostitutive va a danno di chi decide di non avvalersi né dell’una né dell’altra.
Ok, facciamo due precisazioni, in attesa dei vostri commenti. L’ora di religione è da oltre vent’anni (per effetto di una sentenza della Corte Costituzionale) un’opportunità che pone lo studente in una situazione di “non obbligo”, per cui se decide di non avvalersene può anche decidere di non seguire lezioni alternative. Gli insegnanti di religione sono nominati con il beneplacito di istituzioni cattoliche, ed hanno inoltre un sindacato tutto per loro. Di fatto una contraddizione tra gli articoli 2 e 3 della Costituzione e tutti quelli (il 7 e l’8) che si occupano di religione. Insomma, inutile far finta di nulla: la religione cattolica è privilegiata rispetto alle altre, non solo per la presenza del Concordato (in quanto espressamente nominato nella Costituzione), ma anche per altri retaggi. Il primo che mi viene a dire che sono anticlericale a questo punto mi dice fin dove vuole arrivare a capire.
Il ricorso è stato presentato, si badi bene, da numerose associazioni religiose italiane non cattoliche e laiche per il libero pensiero. La Presidenza del Consiglio ed il Ministero della Pubblica Istruzione, contro i quali il ricorso è diretto, hanno potuto difendesi soltanto invocando la mancanza di interesse a ricorrere delle varie associazioni, come per dire che loro non sono studenti quindi nulla quaestio. Il Tar ha risposto (cito dalla sentenza) “L’eccezione non può essere complessivamente condivisa.
L’interesse concreto perseguito dai ricorrenti attiene alla tutela di valori di contenuto ideale e morale che, come tali, attengono alla personalità dell’essere umano.” Il che dice tutto, evidentemente.
Viene invocata, a ragione, “la tutela dei diritti sociali, religiosi e culturali di tutte le varie minoranze, comunque, non cattoliche.” Altri giri di parole sono inutili. Logico quindi che “i rappresentanti dei Cristiani Evangelici, dei Pentecostali, dei Cristiani Avventisti del 7° Giorno, dei Cristiani Battisti, dei Valdesi, dei Pentecostali degli Evangelici, dei Luterani, delle Comunità Ebraiche nonché delle associazioni laiche e razionaliste perseguono cioè il riconoscimento di una loro pari dignità culturale e sociale, che assumono violata.” Non fa una piega.
La cosa grave è da rilevarsi in ciò che la sentenza subito dopo dice, evidentemente riferendosi a qualcosa scritto da chi si difendeva: “Pertanto non pare che possano sommariamente liquidarsi i ricorrenti come se fossero, sostanzialmente, dei soggetti in cerca di una pretestuosa tutela per la loro svogliatezza rispetto ai diligenti alunni che hanno optato per la religione cattolica, ma è manifesto che i ricorrenti sono evidentemente portatori di una differente sensibilità, sia essa religiosa o laica.” No comment!
L’interesse dei ricorrenti quindi “si radica in relazione alla richiesta di tutela di valori di carattere morale, spirituale e/o confessionale che – sia pure numericamente minoritari nella nostra società — sono tutelati direttamente dalla Costituzione, e che quindi come tali non possono restare estranei all’alveo della tutela del giudice amministrativo.”
Il risultato è scontato, quindi, visto che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101 Costituzione) e che la legge è uguale per tutti.
Invito tutti quanti a leggersi la sentenza, che a pagina 19 in fondo, afferma (ma è importante anche il ragionamento): “chi non sceglie l’insegnamento della religione cattolica sarebbe esposto al rischio di presentarsi in condizione di svantaggio sul mercato del lavoro o in occasione della partecipazione a selezione per l’ammissione ai corsi universitari o borse di studio connotati come noto da un’altissima competitività.
Tale situazione non sarebbe comunque rimediata dalla possibilità degli studenti “non avvalentisi” di ottenere, in luogo del “credito scolastico”, la valutazione dell’attività eventualmente svolta fuori dalla scuola quale i “crediti formativi” di cui al D.M. 49 del 24 febbraio 2000.” Indipendentemente dal fatto che ciò sia vero o no, lo Stato ha il dovere di rimuovere anche tali possibilità (articolo 3, comma 2 Costituzione).
Un’ultima cosa da segnalare è che, data a crescita zero degli italiani e la natalità degli immigrati, in alcune zone la presenza di studenti non cattolici sfiora finanche il 90%. Fate un po’ voi, considerando che la scuola è aperta tutti (articolo 33 Costituzione), intendendosi tutti mica solo gli italiani.
Che la CEI si scandalizzi è comprensibile, ma perché lo fanno alcuni esponenti dello Stato italiano, e perdipiù pubblicamente?
Jun
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Cosa serve alla politica italiana (e che la sinistra non ha ancora imparato)
June 2, 2009 | 2 Comments
Le elezioni sono alla porta. Molti si aspettano un cambiamento. Anche chi è al governo se lo aspetta: spera di vedere aumentare il distacco, così anche la sola eventualità di elezioni anticipate (che in Paese civile dovrebbero già esserci state, se solo fossimo stati anche un po’ simili agli inglese – si veda lo scandalo profumo, che neanche ministro era…) incrementerebbe il vantaggio sull’opposizione. Se ci fosse un torneo europeo per parlamenti, la nostra maggioranza sarebbe tranquillamente in zona champions!
La sinistra invece aspetta il riscatto, spera che la grande onda americana arrivi anche da noi.
Ma, comunque vadano le elezioni, non arriverà. Almeno non adesso. Il motivo è molto semplice.
Nessuna forza politica in questo paese è dotata di leadership. Ha un capobranco, non un leader. Ha un pastore, un vigile urbano che dirige il traffico, non un leader. Nessuna forza politica, nessun partito ce l’ha.
Il Premier raccoglie consensi, questo è vero. Lo fa sulla base di ciò che ha fatto o di ciò che è? Franceschini viene ascoltato perché combatte contro qualcuno, o secondo la logica del turarsi il naso che Montanelli tanto bene descrisse?
In tutti questi casi c’è da preoccuparsi.
C’è da preoccuparsi della mancanza di interesse degli italiani, ormai rassegnati all’idea che tanto i politici sono tutti uguali, ma continuando a votare sempre gli stessi. C’è da preoccuparsi della mancanza di interesse o passione a seguire gli eventi. C’è da rimproverarsi il fatto di aver permesso che la cosa pubblica diventasse solo oggetto di prima pagina dei giornaletti ancora più offensivi del buon gusto di quanto non lo siano i ben noti periodici specialisti di pornografia, che al giorno d’oggi si afferma sempre più come un’arte minore, perdendo quella sua dimensione di fondo grottesca e cabarettista che la contraddistingue (con ciò dicendo tutto).
Non abbiamo un leader, e quindi votiamo un vigile urbano.
Questa è la definizione che oggi si adatta di più ad un politico, un vigile urbano: uno che sembra dirigere ma in realtà ti dice dove non devi andare, cosa devi evitare.
Non esiste né una politica né un politico che va verso qualcosa. Tutti ci vogliono portare via da qualcos’altro. Usano gli spauracchi, ce li piazzano davanti agli occhi, ci dicono che queste cose non le vedremo più, ma mai ci dicono cosa vedremo. Ci raccontano soltanto ciò che agli elettori piace sentire, non importa se falso o mal percepito.
Qualunque politico di oggi perderebbe il confronto con chiunque altro su almeno due punti: la sua non comprabilità e la dimensione culturale.
Se, come affermano i sondaggi internazionali, la nostra libertà di stampa è ormai più parola che fatto (siamo 73simi, dietro il Benin e prima di Tonga) e che tutto questo irrimediabilmente influisce su tutto, dalla giustizia al buongoverno (per cui chi ringhia contro una giustizia faziosa farebbe prima a domandarsi quanto ha contribuito a crearla). Perché siamo corrotti dentro, privi come siamo di una cultura di fondo. Abbiamo perso la battaglia culturale contro noi stessi, ci guardiamo intorno per individuare il prima possibile chi può venirci a strattonare e togliere il pane di bocca; diamo un’identità a questi mangiapane che non corrisponde alla realtà. Dividiamo anziché aggregare; ogni volta che un elemento estraneo entra in lizza, quello che precedentemente era estraneo si aggrega alla normalità. Prima erano solo i cattolici, adesso cattolico significa comunque cristiano, perché ci sono i musulmani e gli induisti.
Vorrei che la finissimo.
Vorrei che cominciassimo ad andare verso qualcosa.
Vorrei che cominciassimo ad andare verso un paese nel quale chi non si fa il segno della croce prima di mangiare, in una tavola dove tutti se lo fanno, non veda più gli altri distanziarsi da lui con il rumore delle sedie. Vorrei vedere un Paese nel quale un giudice non deve attendere la Cassazione per essere dichiarato innocente perché ha tolto il crocefisso da un’aula dopo aver detto che, se la legge deve essere uguale per tutti, non devono esistere simboli che, di fatto, diseguagliano chi in quel simbolo non si riconosce.
Vorrei un paese nel quale valdesi, testimoni di Geova, scintoisti, riformisti, protestanti, musulmani, ebrei, buddisti ed animisti non si sentano discriminati quando un politico dice “la mia è una matrice cattolica”; un paese nel quale non pensino che dichiarare la loro affiliazione ad un pensiero non cattolico sia qualcosa che li possa danneggiare o discriminare.
Vorrei un paese che non abbia bisogno di descrivere con periodicità il suo nemico immaginario, per poi accorparlo nella normalità (anche se ai lati) quando ne arriva un altro. Così è stato per i meridionali, diventati piano piano sempre più italiani quando sono arrivati i primi centroafricani, anch’essi quasi normali quando sono arrivati i magrebini, a loro volta diventati quasi normali con l’arrivo dei separatisti storici del Patto di Varsavia, in una continua ricerca del mostro sulla scorta del hic sunt leones.
Voglio andare verso un paese che non sappia niente di tutto ciò.
Voglio andare verso. E chiunque mi porta via da non mi rappresenterà. Mai.
Voglio andare verso.
Feb
22
Gli strumenti per risalire la china? La mission di Chitham
February 22, 2009 | Leave a Comment
Chitham è un’azienda nata con l’intento di fornire strumenti ed informazione necessarie ad un miglioramento costante delle proprie vite.
In questo periodo è impossibile non guardare alla contingenza economica che ci sta investendo. Ecco quindi che Chitham interviene con una serie di interventi formativi ad hoc ed una serie di informazioni e notizie pubblicate sul suo blog. Ha inoltre un forum per fare domande, ricevere risposte e proporre topici.
La conoscenza, il know-how e la cooperazione sono proficui nei periodi floridi. In quelli meno belli diventano addirittura indispensabili. Non si può pensare di andare avanti lasciando gli altri al palo; dobbiamo unire gli sforzi per conseguire una crescita unificata e comune. Nessuno può star bene se le persone che gli stanno attorno arrancano. Il benessere, lungi dall’essere una gara ad eliminazione, è un gioco di squadra.
Vi invito a consultare il blog di Chitham e a lasciare le vostre impressioni.
Jan
9
The Heart of the Group – I Trainers di Robbins in azione
January 9, 2009 | 3 Comments
Per maggiori informazioni clicca qui.
Dec
29
Playboy Italia: che delusione!
December 29, 2008 | 2 Comments
Per quelli come me che:
-sono anglofoni
-hanno fatto della loro anglofilia una professione
-hanno percorso tutte le strade di Kerouac
-hanno bevuto tutti i cocktails di casa Fitzgerald con il cappotto di Gatsby
-hanno seguito Woody Allen nelle sue tortuose location newyorkesi, a volte scorgendolo tra la folla la mattina davanti al Senator Gate che immette in Central Park
-hanno perso l’uso della parola davanti alla costa e alla scogliera di Big Sur
-hanno visto il famoso pino sul seventeen-mile-drive
-hanno visto gli headquarters della NASA nella caldissima Hoston
-hanno visto il Mississippi dall’alto mentre imperversava un uragano
-sono sguazzati nelle impronte dei dinosauri in Colorado
e chi più ne ha più ne metta
dare una sbirciatina all’edizione italiana di Playboy è un must.
Ma quelli che lo compravano per gli articoli o per i racconti ci rimarranno male. Non c’è Nat Hentoff, Marquez, Rushdie o lo stesso Kerouac; non ci sono le interviste a Bob Dylan, Hillary Clinton, Seinfeld, Frank Sinatra; ci sono soltanto piccoli colloqui, non troppo diverse (come taglio e formato) da quelle di un qualsiasi altro periodico italiano. Vedere Playboy che fa il verso a Max fa un po’ tristezza.
Lo fanno anche le miss, le famose playmates.
Tutte coperte nei punti strategici. Adesso sembra quasi che la playmate finta-virtuosa (che aveva fatto della sua fisicità unita alla prorompenza e “casta malizia” i suoi punti di forza) sia segno di progresso e virtù. Ma se era stata proprio l’esposizione dei peli pubici fino dal 1969 una conquista di Hefner?
Insomma, sotto tutti i punti di vista, rispetto all’originale americano, Playboy italiano lascia proprio interdetti. Non ha neanche l’impaginazione del classico americano.
Rimane la soddisfazione, per quelli che negli anni ’80 e ’90 compravano l’edizione USA a prezzi proibitivi, di aver visto Pamela Anderson come mamma l’aveva fatta. Bellissima! Poi, il canotto e la scritta “infiammabile”, che oltre le 4 atmosfere rischia di diventare un’arma impropria.
Di interessante c’è soltanto il prezzo: 3 Euro, 18 per chi si abbona un anno intero.
Io non mi abbonerò.
Né, credo, lo ricomprerò più.
Jun
22
Donadoni e l’ego di migliaia e migliaia
June 22, 2008 | 1 Comment
E quindi ci siamo.
Siamo arrivati al giorno di Italia Spagna. Il calcio come metafora di vita, come suggeriva l’amico Luca Baiguini. Ma soprattutto il calcio come modo per far esprimere a milioni di persone il proprio ego, far concentrare le loro energie in una bolla di influenza cosmica che altro non chiede se non una conferma alle proprie teoria.
Alla fine, guardando bene bene, poco ci importa del risultato, quanto proprio del fatto che, se va come abbiamo sostenuto noi, abbiamo avuto la conferma di averci visto bene, che siamo stati noi migliori di chi li ha messi in campo e di tutti quelli lì che vengono pagati fior di milioni mentre noi giù a farci il mazzo dalla mattina alla sera.
E quindi?
Sembra che ci piaccia infinitamente usare le nostre energie per qualcosa che alla fine rigenera una parte piuttosto autodistruttiva di noi stessi.
Quindi, un favore, per piacere.
Stasera, chi vedrà l’incontro, lo guardi per vedere una partita di calcio, per fare o il tifo, o per qualsiasi altra cosa diversa da vedere se aveva ragione o no, se quello che pensava e sosteneva si è avverato.
Perché se siamo davvero bravi a fare tutto ciò, perché non usiamo questo “potere” per altre cose?
E permettetemi un plauso a Terim e alla sua Turchia. Perché questa Turchia è davvero sua.
A noi, a Firenze, il turco in Italia piaceva davvero tanto.
Apr
27
Wii Fit: l’evoluzione del gioco e – speriamo di no – la caverna come luogo sicuro
April 27, 2008 | 2 Comments
Shigeru Miyamoto è il primo designer di Ninetendo. La sua opera è a dir poco geniale. Ha costruito un gioco che permette di fare un minimo di attività fisica. Fin qui niente di nuovo, visto che magari molti di noi hanno consumato milioni di calorie armamentando sui joystick e magari causando piccole liti familiari, con le mogli che reclamavano il diritto al loro joystick mentre i mariti o i fidanzati, in perfetto stile capobranco, brandivano le loro leve su uno schermo recitando la versione moderna della lotta per il maschio dominante, non potendo – data la standardizzazione dei prodotti – fare più la competizione, tanto in voga fino a metà degli anni ’90, del chicelhapiùlungo!
Wii Fit ha venduto nel solo Giappone più di milione di esemplari in un mese. Il principio è quello di abbinare un gioco visibile su schermo all’azione del proprio corpo. Stavolta però non sono solo le mani a muoversi su un joystick o una tastiera, quanto proprio tutto il corpo, che deve trovare una sorta di allineamento e di bilanciamento secondo le regole della fisica.
La prima cosa che colpisce del Wii Fit è che è veramente bello da vedersi. Di un minimalismo assoluto, grande più o meno come due bilance affiancate. La consolle avrà proprio anche la funzione di bilancia, senza che sia necessario utilizzare il software o il pc. Pesa e localizza il baricentro delle persone, oltre che la massa corporea. È dotato di quattro programmi che comprendono aerobica, allenamento muscolare, yoga ed equilibrio. A vederlo così sembra che proprio le ultime due funzioni finiranno per essere le più peculiari. All’inizio infatti il Wii Fit costituirà un motivo per socializzare: chi lo avrà inviterà tutti gli amici a vederlo. Piano piano, quando l’eco si sarà sopita e tutti lo avranno oppure più semplicemente qualcosa di nuovo gli contenderà l’attenzione, si rivelerà ottimo strumento ascetico, usato per controllare il proprio equilibrio fisico (a cui corrisponde sempre quello mentale) e per esercizi yoga. Insomma, un’ottima ragione per restarsene soli davanti allo schermo o a rimirare questo capolavoro di minimalismo, soli dentro la stanza e tutto il mondo fuori, come diceva qualcuno.
Quindi, oggi la situazione sembra proprio questa: sempre di più l’informatica rende il pc strumento gradualmente meno e meno indispensabile, potendo altri “elettrodomestici” assolvere a determinate funzioni senza l’intermediazione del desk-laptop e del sistema operativo. Come i sistemi Voip che hanno adesso solo bisogno di un ruoter per usare Skype, potendo lasciare il computer spento (io ce l’ho: una figata!). Sempre più questi elettrodomestici rendono possibile svolgere a casa propria – un luogo per definizione sicuro, una tana nella quale rifugiarsi – tutta una serie di programmi che prima necessariamente dovevano essere svolti fuori (ad esempio in una palestra). Tutto questo riduce le occasioni di socializzazione nel mondo reale, il che magari potrebbe non essere neanche poi tanto male, se non per il fatto che il mondo virtuale – con le sue chat board, blogosfere e chi più ne ha più ne metta – caldeggia ed incoraggia un po’ troppo l’anonimato, che secondo me può essere considerato positivo solo quando ti dà la possibilità di assumere un’identità costante nel tempo e che corrisponde a quella che una persona desidera per sé stessa piuttosto che un alias dietro al quale trincerarsi per farla franca o per dire ciò che si vuole senza che le proprie opinioni siano a noi riferibili in quanto esseri dotati di un’identità che comprende volto, corpo, codice fiscale…..
Ciò che ha fatto Sigheru Miyamoto è geniale, fantastico, efficace: coinvolgere tutti i sensi nel divertimento che tiene in esercizio il corpo e svuota la mente di tanto gravame. Adesso sta a noi farne buon uso. Per quanto mi riguarda, a me il Wii Fit (che non possiedo) piace davvero, e non solo esteticamente.
Mar
24
Mappa dell’astensionismo attivo
March 24, 2008 | 37 Comments
Ieri ho ricevuto una chiamata da un nostro regolare “contribuente”, uno che di commenti ai miei post ne scrive spesso.
Mi chiedeva di più sulla cosa dell’astensionismo attivo.
Mi chiedeva riferimenti normativi alla base dell’astensionismo attivo.
La sua pura era quella di trovarsi davanti un muro di gomma non appena avesse deciso di rifiutare le schede elettorali.
Mi sono informato e vado a rispondere, oltre ad aggiungere molto.
Il riferimento normativo va trovato nel quinto comma dell’articolo 104 del DPR 361/1957. Si prevedono sanzioni penali a carico di chi rifiuta di mettere a verbale le dichiarazioni. Quindi è un obbligo che grava sul responsabile della sezione elettorale.
La ragione è ovvia. Il motivare la decisione del non voto è un diritto riconosciuto, rientra nel novero della libertà di opinione e manifestazione del pensiero sancita all’art. 21 della nostra Costituzione. Che non fa altro che recepire una tradizione secolare, derivata addirittura dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino successiva alla rivoluzione francese: oltre due secoli di filosofia e diritto e, perché no, di storia. A nessuno può essere impedito di fare qualcosa che una legge non vieta.
Ma andiamo oltre, alla base del perché è meglio l’astensionismo attivo che votare scheda bianca o nulla.
Per prima cosa diciamoci la verità : molti di noi hanno paura di esercitare i propri diritti. Preferiscono fare i disegnini o scrivere le parolacce nascosti in una cabina elettorale piuttosto che prendersi la briga di dire ciò che il 90% di noi pensa, e cioè che questi candidati non ci rappresentano per un cavolo!
Ma lo sapete che facendo così non date un cacchio di contributo, anzi aiutate chi vince? Lasciate che vi spieghi meglio: andate in cabina, scrivete – come uno che conosco – siete tutti dei ladri e ve ne andate tutti soddisfatti. AVETE APPENA DATO UN AIUTO A CHI VINCERÀ LE ELEZIONI!.
Le schede bianche e le schede nulle infatti contano come premio di maggioranza. In altre parole, chi vince aggiunge ai suoi voti anche le schede bianche o nulle, potendo contare su ancora più seggi.
È VERAMENTE QUESTO CIÒ CHE VOLETE?
L’astensionismo attivo, andare cioè a votare, prendere le schede e far mettere a verbale che le rifiutate, non consente questa operazione. Più brevemente, I VOSTRI VOTI SONO VERAMENTE NON-VOTI, NON VANNO A RIEMPIRE LA PANCIA DI NESSUNO!
Per le elezioni politiche, infatti, non esiste un quorum minimo, basterebbero in teoria anche 5 voti per formare il Parlamento, a differenza del referendum abrogativo che richiede la metà degli aventi diritto più uno.
Quindi, con più le persone si astengono in modo attivo, più si manda un messaggio forte e meno si aiutano indirettamente i vincitori.
Non è meglio decidere di non votare e farlo veramente, piuttosto che scarabocchiare una scheda dando così un’opportunità in più al vincitore di mettere uno dei suoi in Parlamento?
A questo punto avete tutto ciò che vi serve per decidere se e come votare.
E buon divertimento a tutti.
Mar
20
Pedagogia del voto
March 20, 2008 | 4 Comments
Qualche giorno fa ho ricevuto da Andrea l’ennesima email che esorta al voto.
Io e Andrea ci conosciamo da tantissimi anni, dalla fine delle scuole superiori, quindi ormai da vent’anni. Siamo due persone completamente diverse l’una dall’altra: se dovessi dare una definizione schematica dell’uno e dell’altro direi che uno ha una scarsa stima di se stesso come essere umano ed è comunque consapevole appieno delle proprie doti e delle proprie capacità mentre l’altro pensa positivamente in termini di se stesso ma ha una scarsissima considerazione delle proprie potenzialità .
Una cosa che comunque ci accomuna e che ha permesso alla nostra amicizia di sorpassare molte e molte incomprensioni è la passione per il dibattito, per la ricerca della “verità”, per il continuo apporto di conoscenza alle nostre conversazioni e per la volontà di risvegliare l’intelligenza altrui. Il fatto che io sistematicamente scriva in questo blog e che lui sistematicamente commenti sembra essere una diretta conferma di tutto questo.
Bando alle ciance, qualche giorno fa ricevo una sua email; si tratta di un’altra battaglia in favore dell’esercizio del diritto di voto. A proposito di questo vorrei parlare, visto che la mia ultima trasferta lavorativa mi ha portato a confronto con molti ragazzi che quest’anno voteranno per la prima volta e che hanno le idee e tutt’altro che chiare su ciò che sia il voto e, soprattutto, come questo importantissimo diritto vada e possa essere esercitato.
La famosa frase secondo la quale il voto è segreto sembra aver fatto più danni della grandine. Dire che il voto è segreto non significa infatti dire che sia il diritto, anzi a ben guardare il dovere, di tenere il segreto sulle proprie opinioni politiche o peggio ancora su chi o a che cosa diamo il voto. Dire che il voto è segreto, come afferma la Costituzione, significa che quando esercitiamo questo diritto fondamentale per una società democratica, lo esercitiamo in condizioni di assoluta libertà , senza costrizione alcuna, e quindi isolati dal resto del mondo (nella fattispecie all’interno di una cabina elettorale) e di conseguenza in condizioni di estrema e totale segretezza. Questo significa che il voto è segreto: che quando lo esercitiamo lo esercitiamo segretamente.
Il grosso problema è invece un altro: sempre meno persone riescono ad identificarsi con questa classe politica, e sempre meno hanno fiducia nel volto come strumento per cambiare le cose. I motivi sono molteplici e secondo me è una delle ragioni va trovata nel fatto che ormai i politici hanno una fama seconda solo a quella dei peggiori delinquenti. Il fatto poi che, secondo l’opinione pubblica, il Parlamento è luogo all’interno del quale molti delinquenti siedono non rende certo le cose più agevoli. il professionismo della politica ha portato infatti a delle conseguenze a dir poco catastrofiche. Il fatto che un politico faccia sostanzialmente soltanto politico di mestiere porta ad un progressivo ma graduale ed efficace distacco dal contatto con quella che è l’utenza della politica, quindi con la popolazione. Fare il politico diventa così un normale lavoro d’ufficio, Parlamento e casa a casa e Parlamento, dove la casa è in alcuni casi addirittura un appartamento fuori sede, lontano dalla famiglia e dai problemi legati alla quotidianità . In questo modo la vita plasma il pensiero il pensiero plasma la vita, ed il divario tra il politico è e quello che viene spesso chiamato in modo a mio avviso totalmente discriminatorio “il cittadino comune” diventa sempre più grande.
Ad oggi ù estremamente raro, per non dire impossibile, leggere di una persona che stata “prestata alla politica”. Una persona cioè che, per una legislatura, abbandona il proprio lavoro abituale e si dedica all’attività politica. Questo tipo di accesso alle cariche elettive presenterebbe moltissimi vantaggi: anzitutto eliminerebbe il professionismo nella politica, seconda di poi consentirebbe al politico di mantenere un contatto con la realtà che da un lato gli consentirebbe di tenere una certa obiettività nell’esercizio delle proprie funzioni e dall’altro gli eviterebbe quegli “inciuci” che hanno fatto la disgrazia del nostro Paese, già di per sé poco incline alla meritocrazia e grosso fautore delle alleanze dovute solo a motivi di convenienza e ben lontane dalle ideologie e dalle filosofie di vita che teoricamente dovrebbero determinare l’adesione di una persona a questa piuttosto che a quella corrente politica.
Ho trovato molti ragazzi spaesati, incerti su cosa e su come votare, addirittura ignoranti su cosa il loro voto contribuirà a formare, ben lontani dalle passioni – anche se spesso unilaterali ed estremiste – che animavano la gioventù all’indomani della contestazione studentesca del 1968 e degli anni di piombo. Ragazzi convinti di andare ad eleggere con il proprio voto il Governo, ragazzi e ragazze che non sanno né cosa sia una legge né come essa si formi, e che conoscono la Gazzetta Ufficiale solo perché il suo nome ricorda vagamente un diffusissimo quotidiano sportivo.
E mi sono fermato a pensare. Mi sono chiesto: “cosa possiamo fare noi per questi ragazzi?”
Non so voi, ma io gli ho spiegato molto rapidamente che cos’è il voto, cosa vanno ad eleggere, quali sono le funzioni del Parlamento. Ed ho spiegato anche loro che il voto è una delle pochissime armi che abbiamo a nostra disposizione per far sentire la nostra voce. Oltre la metà di questi ragazzi aveva deciso di non andare a votare. Avevano ponderato questa decisione perché in certi sul peso del loro voto ma soprattutto perché stufi di campagne elettorali basate esclusivamente sul biasimo, sul fatto che se voti per qualcuno sarai considerato da questo o dall’altro leader niente più che un idiota.
Siamo arrivati al punto nel quale i leader politici attaccano le opinioni personali andando a colpire duro sull’identità delle persone, quello “zoccolo duro” sul quale neanche Dio in persona avrebbe diritto a dire alcunché.
Hanno deciso di non votare sia per questo motivo sia per il fatto che sperano in questo modo la gente (leggi i politici) si renda conto che sono scontenti. Ma così non riusciranno nel loro intento.
Per far sapere che non ci riconosciamo in questa classe politica non dobbiamo votare scheda bianca, neanche disertare le urne. Dobbiamo anzi presentarci alla nostra sezione elettorale, farsi consegnare le schede e poi chiedere che sia messo a verbale (e lo devono fare, perché è un vostro diritto) che rifiutiamo le schede elettorali, perché non ci riconosciamo in questa classe politica dirigente.
Fatto questo, ci aspetta il passo più lungo e ed anche il più impegnativo.
Quello di prestare noi stessi alla politica per la prossima legislatura.
Caro Andrea, spero di aver apportato un importante contributo alla tua notevolissima iniziativa.
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