Aug
2
C’è qualcuno che non si è mai sentito così?
August 2, 2010 | Leave a Comment
Dec
31
Quando il profilo della Signora dagli occhi tristi si stagliava sul tramonto
December 31, 2009 | Leave a Comment
Forse “Sad-Eyed Lady of the Lowlands” rimane, per tanti aspetti, la canzone più bella di Bob Dylan. Ancora più bella se si pensa che fu scritta e registrata di getto, con un gruppo di musicisti assemblati per quello che sarebbe diventato poi “Blonde on Blonde” e che a Nashville avevano forse appena sentito parlare di quel ragazzino spettinato che veniva da New York e che da poco aveva conosciuto quella che sarebbe di lì a poco (se non lo era già) sarebbe diventata sua moglie.
Un grappolo di accordi scritti su un blocchetto, le parole che scaturiscono fuori da un vulcano solitamente assassino ma questa volta vellutato come raramente aveva saputo essere; i musicisti che attaccano e che alla fine di ogni strofa si chiedono quanto dura quella benedetta canzone per poi scoprire che hanno appena creato qualcosa di nuovo: un brano che da solo, con i suoi 11 minuti e mezzo, riempie tutta un’intera facciata di un album, un album doppio, uno dei primi della storia.
Anche chi in fondo non stima Dylan, se ascolta quel brano, finisce per rimanerne affascinato. Ha la struttura tipica della canzone, quella introdotta dai Beatles insomma; non più una strofa che si ripete x volte, ma una strofa, un ponte ed un inciso.
Simboli che si rincorrono per tute e cinque le lunghissime strofe, da reperti di un’iniziazione esoterica a rimandi a Cannery Row e John Steinbeck, forse l’Arca dell’Alleanza o – come dice qualcuno – gli alieni trovati nel deserto americano dieci anni prima (gli angeli morti che nascondevano…), tamburi arabi, i tram di williamsiana memoria lui che al cancello, chiede “signora dagli occhi tristi, dovrò aspettare?” e sembra chiedere se sì, quanto?
Ma soprattutto questa signora dagli occhi tristi (che molti per lungo tempo si chiesero chi fosse, nonostante molti di questi conoscessero bene Sara) ricorda più di ogni altra cosa la dark lady dei sonetti di Shakespeare, questa continua fonte di ispirazione la cui esistenza è avvolta dal mistero, questa donna la cui silhouette si staglia contro il sole che tramonta e che, grazie ai suoi inni zingari, nessuno sarà in grado di impressionare.
E, alla fine di ogni strofa, sempre la stessa domanda: dopo aver messo i miei occhi da magazzino ed i tamburi arabi vicino al tuo cancello, signora dagli occhi tristi, dovrò ancora aspettare?
E c’è chi giura, dopo quasi 45 anni, che la signora che nel 2007 lo accompagnò alla cerimonia dei Grammy – dopo il divorzio, le violenze, i riavvicinamenti e le lontananze – fosse proprio Sara.
Forse, in fondo, ci piace proprio pensarla così (che sia amor omnia vincit?).
Apr
6
Leggo su Repubblica della nuova rivoluzione voip sui cellulari, delle reazioni dei provider di telefonia e tanto altro.
E, come al solito, vedo che l’informazione è incompleta. Magari non fuorviante come quella di qualche provider, ma incompleta.
Skype che esce per Iphone, poi Blackberry, poi sarà su alcuni Nokia… ma sbaglio o tutti questi telefoni hanno la scheda wireless? E allora, potevamo utilizzare Skype anche prima, o meglio Fring, una vera figata, che racchiude dentro di sé non solo Skype, ma anche MSN, Google Talk, Netscape messenger ed altri.
Se non si ha la scheda wireless ci si può connettere via GPRS, WAP o altro. Io, che ho un abbonamento Skype e come cellulare il Samsung Omnia, quando sono fuori uso Fring per chiamare: se trovo una rete wireless non spendo niente e parlo quanto mi pare, altro che pacchetti dei provider, che come al solito ci lucrano oltre ogni umano ardire. Perché il telefono, ormai, non costa più niente.
A loro.
Mar
15
Il genio di Dylan: rise and fall
March 15, 2009 | 2 Comments
Dio solo sa quanto ami Bob Dylan. Lo sapete anche voi.
Molti di voi sanno anche che non andrò al suo concerto qui a Firenze il 18 Aprile. La ragione è semplice: Dylan, per me, dal vivo oggi non ha niente da dire. Non ce l’ha dal 2006, a ben guardare. Forse in futuro ce l’avrà ancora, ma adesso secondo me no. Non più.
Ma per dimostrare ancora una volta di più che grande genio che sia, come le sue canzoni siano vive e come l’uomo abbia trovato (e speriamo torni a trovare) nuovi modi espressivi all’interno di quello che è un contenuto predeterminato, vi propongo un excursus.documentario, con l’aiuto di YouTube.
Shelter from the Storm è un gran pezzo. Eccolo qui nella sua versione originale, registrata nel 1974 a New York.
L’anno seguente alla sua pubblicazione, avvenuta nel 1975, Dylan così eseguiva il brano durante la seconda (e più sfortunata) fase della Rolling Thunder Revue. Notate come il pattern ritmico sia lo stesso (stavolta affidato a basso e batteria), ma come trovi respiro nel brano, come questo non risulti per niente immobile
Ascoltiamolo invece nel 1978, in Giappone, la tournee successiva al divorzio da Sara (per la quale, sostanzialmente, il brano fu scritto). Sembra davvero un brano di un’altra vita fa.
Più tardi lo stesso anno, in Canada
Saltiamo poi al 1987, a Roma, accompagnato da Tom Petty. Ascoltate il piano, perché sarà un leitmotiv per gli anni a venire. Il giorno dopo l’avrei visto per la prima volta, a Milano.
E ora saltiamo al 1992, Merano e Aosta, rispettivamente. Notate come, anche a distanza di una sera, la performance sia sempre diversa.
Ascoltatelo adesso, invece, più lirico, profondo ed intimista ad inizio secolo. Notate come la sua chitarra intervalli il sottofondo della pedal steel e come il suo muoversi sia simbiotico con il suo scandire le parole (come dondola le gambe sulla punta degli stivali).
Uno degli ultimi sussulti, nel Giugno 2007. Qui Dylan suonicchia la tastiera, udibile a malapena, e canta con evidente lirismo, ma con la voce che ormai cede il passo. E senza la sua guida strumentale, checché si dica sulle sue abilità tecniche, la cosa ne risente e non poco, pur rimanendo questa versione interessante (però, miseriaccia, Bob, ma un gruppo migliore no?)
Spero che questo breve excursus susciti, in chi ancora lo pensa un cantante di protesta e/o un vecchio ormai rincarcato su se stesso, interesse verso un grandissimo artista.
Per quanto mi riguarda, come ho detto, non andrò al suo concerto. L’ho visto troppe volt per rimanerci male (ho l’impressione che ci rimarrò male, e anche per questo non ci vado. Il concerto di Pistoia del 2006 mi ha segnato non poco.
Mar
15
Ecco perché i Guns’n'Roses hanno toppato!
March 15, 2009 | Leave a Comment
Su Youtube vado a trovare un video che, speriamo, aiuti a chiarire perché la versione dei Guns’n'Roses di Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan è e rimane una porcheria (non è che quella di Clapton sia tanto meglio, ma almeno è Clapton).
Il brano fu scritto con un intento preciso, una notte di febbraio del 1973, durante le riprese del film di Peckinpah del 1973 Pat Garrett and Billy the Kid, sfortunato western con spunti invero molto notevoli, a partire dal cast: James Coburn e Chirs Kristofferson.
L’addio alla propria compagna di un uomo che va a morire.
Alla faccia di chi fa la cornacchia e ulula “yeah yeah yeah”
Feb
17
Nuovo disco per Bob Dylan
February 17, 2009 | Leave a Comment
Sembra proprio tutto vero. Bob Dylan avrebbe già completato una nuova collezione di brani originali. La registrazione si dice sia stata effettuata ad Ottobre in California.
Si vocifera anche che il prodotto, che ancora non ha un titolo ed è stato ascoltato dai vertici europei della sua casa discografica, possa andare in commercio già a partire dal prossimo fine Aprile.
Grazie a Paola Vozza e Egle Santolini per la dritta
Feb
16
Il giorno dei campioni: John McEnroe e Valentino Rossi
February 16, 2009 | Leave a Comment
C’è una data nella quale chi nasce è destinato a diventare un campione sportivo destinato a rivoluzionarie la sua disciplina ed i cui echi si facciano sentire anche a distanza di decenni?
Sembrerebbe proprio di sì.
E una di quelle date è il 16 Febbraio.
Nel 1959 nasceva John McEnroe. Venti anni dopo, nel 1979, Valentino Rossi.
Ma le affinità non finiscono certo qui. Entrambi mancini, entrambi con gli occhi azzurri ed i riccioli. Basta questo per pensare veramente che il 16 Febbraio in Europa sia la data dei campioni (McEnroe è infatti nato a Wiesbaden, in Germania)?
Al di là di questo, mi vengono in mente due immagini per sintetizzare questi due campioni immensi. 4 Luglio 1981: McEnroe che esulta quando la sua volèe in allungo non può essere raggiunta. Finisce il dominio di Borg a Wimbledon.
18 Aprile 2004: Valentino vince la prima gara di campionato, dopo un duello a dir poco antologico contro il rivale di sempre, Max Biaggi.
50 anni per McEnroe, 30 per Rossi.
Restiamo in attesa di un altro genio, che magari oggi compie dieci anni.
E, in ogni caso, auguri ad entrambi.
Jun
7
Bob Dylan su Barak Obama
June 7, 2008 | Leave a Comment
Bob Dylan parla di politica, e lo fa ancora una volta a modo suo. In una recente intervista rilasciata al londinese “The Times” (fantastico Dylan, parla dell’America in un giornale inglese!), il sempiterno Bob guarda al suo Paese con gli occhi pieni di disillusione. “La povertà è demoralizzante, afferma. Non possiamo aspettarci che le persone abbiano la virtù della purezza quando sono povere. Ma abbiamo questo tipo qui (Obama, n.d.r.) che sta ridefinendo la politica dal basso. Sta ridefinendo cosa sia un politico, quindi dobbiamo vedere come si mettono le cose”.
Per la prima volta in tanto tempo, un minimo di luce sembra risplendere nelle sue parole. “Se ho speranza? Sì, spero che le cose possano cambiare. Alcune dovranno cambiare per forza”. Il tipico finale aperto dylaniano, fatto di cornici all’interno delle quali ognuno può appendere il proprio quadro, purché abbia quelle dimensioni.
La cosa interessante in tutto questo discorso, al di là delle parole di Dylan, è l’avanzare sempre più convinto dell’idea secondo la quale la povertà non sia più tanto vista come un allarme sociale quanto come una malattia. Una malattia che spesso non è scelta dalle persone, ma che risulta dalla impari distribuzione delle risorse, viste non tanto dal punto di vista monetario ma soprattutto da quello delle opportunità. Afferma infatti Dylan che l’America è in uno stato di profondo sconvolgimento. La parola che usa, upheaval, sta proprio a sottolineare questa situazione.
Affievolitasi l’attività musicale, in attesa del prossimo volume dei suoi Chronicles, l’occhio rimane sempre attento, e il pollice sempre lì a misurare il polso di tutto ciò che lo circonda.
Apr
22
Last Thoughts on Dylan revisted
April 22, 2008 | 2 Comments
Fuori piove, il tempo certo non ti suggerisce un umore solare.
Durante una pausa lavorativa trovo un’intervista a Bob Dylan, andata in onda su “60 Minutes” qualche anno fa. Quando ad un certo punto parla della “sorgente della creatività ” scorrono le note di “Mr. Tambourine Man” e le immagini di tante copertine dei suoi dischi, il mio volto si illumina in un sorriso infinito.
Il tempo si ferma, torna il sole.
Poi l’intervistatore chiede al vecchio Bob se guardando indietro alla sua vecchia musica si sorprende.
E tutto cambia.
Dylan abbassa leggermente lo sguardo, il tono della voce si fa ancora più rugginoso di sempre e dice “lo facevo, adesso non più. Non sembra più sapere da dove venisse tutta quella magia, come lui la chiama, e declama i primi versi di “It’s Alright Ma”, una rima dietro l’altra, che nel 1965 a 24 anni era incalzante, ossessiva, ti lasciava senza fiato, e che adesso è invecchiata come chi l’ha scritta. Impetuoso il montatore del servizio sovrappone al sessantenne il ragazzino in bianco e nero.
Molti lo hanno visto dietro i movimenti per i diritti civili, senza sapere che, in fondo, lui non c’è mai salito appieno su quel carro (o forse non c’è proprio stato). Dalla marcia su Washington, quando salì sul palco subito dopo Martin Luther King Jr., alle parole (proprio in “It’s Alright Ma”) che anche il presidente degli Stati Uniti a volte deve presentarsi nudo, frase che assunse ancora più forza quando furono ricantate al tempo dello scandalo Watergate.
Dylan che al tempo dell’ascesa di Reagan strizzava l’occhio ai fondamentalisti cristiani, Dylan che ululava in un microfono ai Grammy del 1991 la sua “Masters of War” quando fuori le bombe intelligenti di Bush padre si accasciavano sull’Irak.
E adesso che l’America si prepara ad una possibile nuova era, con Obama o il primo presidente donna, Dylan non c’è più. Vince premi su premi, il riconoscimento ad una carriera. E generalmente i riconoscimenti arrivano quando la carriera è finita.
E probabilmente è proprio così. A noi fan incalliti dispiace, molti mi daranno contro, ma secondo me ormai è andata.
Forse proprio perché uscì allo scoperto negli anni dell’”I have a dream”. E che adesso che quel sogno potrebbe avverarsi, è giusto che tutto continui sotto altre spoglie.
Se c’è una cosa che Dylan ci ha insegnato, come ha giustamente detto qualcuno, è a non essere lui.
Grazie, Bob
Aug
15
Sempre una grandissima emozione
August 15, 2007 | Leave a Comment
Ci sono brani che attraversano una vita e sempre assumono un profondo significato. Se poi il brano è di Bob Dylan, le emozioni si rinnoveranno per sempre, fin quando sarà in vita e poi per ricordarlo.
Sto ascoltando “Boots of Spanish Leather” così come eseguita a Bruxelles lo scorso 6 Aprile, pochi giorni prima del mio compleanno.
La prima volta che ascoltai quel brano fu per mano del sempre immenso Professor Andros, che me lo portò (era una cassetta della sorella). Non ci capii granché, ma anni dopo quando comprai “The Times They Are a-changin’” scoprii un arcano: la musica era uguale a “Girl from the North Country”. Ancora, dopo venti e passa anni, non ho capito quale mi piace di più. Se penso alla piccola ragazza di origini svedesi ed al piccolo Bob, propendo per il brano in “Freewheelin’”, altrimenti, per l’intensità del messaggio, vado per la seconda.
Qualcuno l’ha definita la più bella canzone d’amore che Dylan abbia mai scritto. Certo, è meravigliosa, con l’angoscia e la rassegnazione, un finale abbastanza simile a “Manhattan” di Woody Allen, se proprio vogliamo.
Ma laddove la canzone sprigiona la sua grande intensità è nella musica. Da quel famoso mi minore di settima con nona (per chi ama De Gregori basta ascoltare la versione acustica di “Battere e levare”) al fingerpicking preciso e costante, con un semitono che potrebbe battere in testa ma che invece rimane sempre sospeso tra una cosa e l’altra.
E poi passiamo alle versioni dal vivo, alle mille e mille versioni che Dylan ci ha dato in oltre quarantaquattro anni. Pensiamo a quella presente in un CD singolo e nel suo sito ufficiale, datata 1998, registrata in Scozia, in una giornata da sole di mezzanotte, oppure alle recenti re-invenzioni, anche armoniche, una volta passato al piano.
Ed anche la versione di Bruxelles ci offre qualcosa di grande: un ritorno alle chitarre ed un organo che – a differenza di quanto accade troppo spesso – fa tutto tranne che gracchiare. E la voce, sempre più di carta vetrata ma che è capace di rivestire le parole di velluto, alzarsi all’ultima sillaba e lasciarci ad aspettare non tanto le parole seguenti, che conosciamo già , quanto il ritmo e la scansione, il paraverbale che rende Dylan unico ed irripetibile. Cosa sarebbe quest’uomo stortignaccolo che dimostra molti più dei suoi 66 anni senza questa solo apparente mancanza di grazia che si trasforma in perle dagli oceani più profondi?
Grazie ancora, Bob.
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