Jun

6

Da ormai molto tempo scrivo molto meno sui blog in genere. Ciò non significa che non scriva affatto; semplicemente, scrivo di cose troppo lunghe per essere compresse in un post.
Mercoledì scorso, all’improvviso, ha suonato il campanello. Era il mio più vecchio amico, non solo in senso cronologico. Era nei paraggi ed ha deciso di passare.
Ha fatto bene. Progressivamente stiamo tutti perdendo il piacere di ricevere o fare una visita inaspettata. Sembra quasi che non essere impegnati tutti i secondi della giornata sia nota di demerito.
Abbiamo passato un bel pomeriggio ed un’ottima serata. Queste cose riconciliano un po’.
Quello che riconcilia meno è vedere che, così come gli uomini hanno la naturale tendenza a riunirsi in gruppi per soddisfare il loro bisogno di appartenenza, allo stesso modo queste riunioni alla fine finiscono per essere un braccio di ferro su chi debba prevalere. Si parla di amicizia, quasi amore fraterno, di mettere l’ego da parte e poi si finisce per dire ad un altro “devi”, perché altrimenti si lascia che sia l’ego a prendere il sopravvento.
Devi? Ma siamo tutti rimbecilliti, tutto d’un tratto?
Alla fine, sono proprio quei posti dove si reclamizza la libertà di essere ciò che si è, unita alla tolleranza, quelli che producono il maggior numero di faziosità e partiti presi. Tutte le associazioni, da quelle a cui apparteniamo da tempo a tutte le altre, alla fine difficilmente riescono a resistere a questo richiamo, a rendere tutti uguali ma a crearne di più uguali.
E allora ben vengano le visite inaspettate, di chi non si vergogna di pensare che è piacevole passare a salutare qualcuno anche se non annunciati, e che se questo qualcuno in quel momento non ha nulla da fare non è uno che si gira i pollici, ma semplicemente ha tempi e modi diversi da quelli che normalmente pensiamo essere quelli di prammatica.
E abbasso chi dice sempre ho da fare per evitare di rispondere o per giustificare il fatto che non ha voglia o non gli/le va di pensare.
Sembra che ci prepariamo sempre le condizioni per fare bella figura ed invece, nel momento clou, ci ricopriamo di materiale organico di rifiuto (perché dire merda è una parolaccia.)

May

18

Nota: questo post appare anche, con titolo diverso, sul blog di Chitham.

Avevo 12 anni quando andai in piscina per la prima volta.
Quel giorno imparai anche a tuffarmi “a bomba”. Mi divertii come non facevo da anni. Pregai quindi mio cugino di portarmi di nuovo. Come tutte le volte, mi disse di chiamarlo se qualcosa non andava.
Presi la rincorsa: volevo fare il più bel tuffo a bomba mai visto.
Uno, due, tre. Rincorsa e via un bel salto.
Poi l’acqua.
Impiegai molto più del previsto a raggiungere il fondo. Mi fu subito chiaro perché. In quel punto la piscina era molto più fonda rispetto a dove avevo sempre saltato.
La prima cosa che imparai quel giorno fu che le piscine sono costruite in pendenza e quindi hanno profondità variabili.
Inutile dire che mi spaventai. Cominciai ad annaspare come un’anatra impazzita, respirando a pieni polmoni ogni volta che arrivavo in superficie. Dopo aver respirato, urlavo a squarciagola il nome di mio cugino, che era qualche metro più in là a divertirsi con i suoi amici. Capii quindi che o me la cavavo da solo oppure non me cavavo per niente.
Cominciai a usare le mani a mo’ di ali, spingendomi in superficie e respirando, dopodiché andavo a fondo, saltavo e riaffioravo in superficie. Poi mi venne in mente un racconto di un’amica di mia madre che disse di aver camminato sott’acqua da dove non toccava fino a riva, saltando solo per riprendere fiato. Decisi che era la cosa da fare, quindi mi voltai verso il bordo della piscina, presi fiato e feci il primo passo. Non servì a niente.
Panico completo.
Ricominciai allora a fare l’anatra subacquea e nel giro di poco tempo (non so quanto, a me sembrò un’eternità) riuscii ad aggrapparmi al bordo.
Salii in superficie, individuai mio cugino, andai verso di lui e lo trattai come peggio potevo. Mi aveva detto di chiamarlo se avevo bisogno. A cosa serviva se non mi sentiva?
La seconda cosa che imparai è che, quando ti trovi davvero nelle peste, nessuno può tirarti fuori, solo te stesso.
Ma quello che quel giorno non ho imparato è stata un’altra cosa, ben più importante delle altre due. Di quell’esperienza, ho ricordato sempre e solo la paura, il terrore, non il fatto che da solo ero riuscito ad aggrapparmi a riva. Tant’è che da quel giorno, ogni volta che l’acqua mi arriva alla gola, mi sento mancare il respiro, fossi anche nella vasca da bagno.
Da ogni esperienza possiamo trarre tutti i ricordi, le lezioni ed i feedback che vogliamo. Perché allora scegliamo sempre quelli negativi? È esattamente quello che ho fatto io: invece di darmi una bella pacca sulle spalle e dire che una volta dominate le acque era giunto il tempo di divertirsi a bagno, ho deciso di starne alla larga. E così tutte le volte che sono andato al mare con gli amici me ne sono sempre stato a riva a guardarli, non sono mai andato in piscina e meno che mai ho fatto snorkeling alle Maldive.
Tutto perché quel giorno ho deciso di scegliere di ricordare la paura lasciando stare tutto il resto.
Stamani è esploso tutto. Mi sono finalmente ripreso dall’ernia che mi ha paralizzato per un mese intero e reso semi-invalido per altri tre. Adesso devo soltanto rimettermi in forma, liberarmi del (troppo) peso in eccesso e continuare a mantenermi flessibile. Il nuoto è, inutile dirlo, la scelta migliore. Istintivamente ho scartato subito l’opzione, prima ancora che me ne rendessi conto. Mi sono sorpreso al punto di chiedermi perché. E lì ho capito.
Scusatemi se scrivo adesso, sono appena tornato, mi sono iscritto ad un corso di nuoto.

May

3

Apr

23

Dedicata a…

April 23, 2010 | 1 Comment

Chi non dorme e ha gli occhi aperti
Chi comincia dietro a Rimbaud che schizza veloce in una strana notte newyorkese
Chi, quando ha incontrato Monica Bellucci, le ha chiesto se aveva letto le poesie di Garcia Lorca
Chi comincia a organizzarsi perché tra poco deve fare le valigie
Chi sognava un mese più gentile e invece…
Chi è stato al limite dell’Oceano e non si è chiesto niente
Chi cerca di darsi ragione rafforzando il suo niente
Chi veste i propri pensieri con la faccia degli altri
Chi crede di diventare importante facendosi fotografare con quelli famosi
Chi non vede oltre il proprio naso
Chi ha il naso troppo corto da non poterlo nemmeno vedere
Chi chiama solo quando ha bisogno, perché solo allora gli altri vanno bene
Chi ha sassi nelle scarpe che quando se li toglierà…
Chi non ha mai abbastanza parole
Chi si dispiace solo dopo aver fatto il danno
Chi vuole tempo
Chi ancora aspetta Godot
Chi conosce il tempo di partire e quello di restare
Chi nonostante tutto, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia…
Chi non va dal medico perché ha paura di sentirsi dire che sta male
Chi parla di qualcosa senza sapere minimamente di cosa si tratta
Chi innalza templi alla virtù
Chi, nella gioia e nel clamore, se li gode e osserva anche chi sta peggio
Chi sul treno non ha paura di sorridere al vicino
Chi fa due chiacchiere soltanto per il piacere di farle
Chi pugnala alle spalle per poi dire di essere stato costretto dall’indifferenza altrui
Chi prende il tè sepre alla stessa ora
Chi spegne il computer sempre alla stessa ora
Chi si batte il petto perché gli altri guardano
Chi, quando gli altri non guardano, tanto non guardano e quindi si può
Chi mente e poi si arrabbia perché lo fanno anche i propri figli
Chi parla solo quando ha qualcosa da dire
Chi, quando non ha niente da dire, sta zitto.

Apr

10

Mentre girovagavo su Plurk mi sono imbattuto su una disquisizione sul numero 666. Scherzando, ho detto che ci avrei scritto un post; molti mi hanno incoraggiato. Eccovi accontentati.
La menzione del 666 legato alla bestia compare nell’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia cristiana, il cui nome in inglese è tutt’altro che apocalittico: Revelation, la rivelazione.
L’autore, san Giovanni è, tra tutti gli autori del Nuovo Testamento, il più esoterico. Basti pensare che durante alcune cerimonie massoniche (segnatamente quelle sotto il Rito Scozzese Antico ed Accettato) il Libro Sacro viene aperto sull’ara proprio sul prologo del Vangelo di Giovanni (“in principio era il verbo…”). Tale prologo ha infatti un senso di trasversalità religiosa, così come universale è da intendersi la libera muratoria.
Da tutto questo si evince che, se c’è un significato nel numero 666, tale significato non può essere letto con attribuzioni “ordinarie”, dovendo ricorrere all’esoterismo.
Ma andiamo con ordine. La menzione della bestia si ha in Apocalisse 13,1 (anche qui si rifletta sui numeri: il 13). Proprio all’inizio del libro (1,3) troviamo: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.” Da qui capiamo subito che questo libro non può essere letto con occhi “profani”, ma il messaggio è ben celato in una sorta di doppio fondo. C’è qualcosa da leggere, ma dobbiamo sapere anche come leggerla.
La bestia compare, come detto, nel capitolo 13, esattamente dopo che il serpente (prima drago) caduto dal cielo non è riuscito ad uccidere la donna che ha partorito il figlio maschio. [Ancora qui, sul serpente, potremmo parlare ore ed ore. Di sicuro il serpente non ha necessariamente connotazione negativa, basti pensare al Caduceo, all'Uroborus o alla verga di Mosè, trasformatasi per l'appunto in serpente davanti al Faraone. Dice il testo cabalistico Il libro dello splendore che quando Eva subì la tentazione del serpente e si avvicinò all'albero della conoscenza, l'albero recitò i versi del salmo 36,12-13 "Non mi raggiunga il piede del superbo e la man degli empi non mi scacci./Ecco, sono crollati i malfattori, abbattuti, non possono più rialzarsi." Interessante notare, per coincidenza numerica, Apocalisse 12,12-13 "Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo"./Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio."]
Il drago (chiamato serpente nei versi immediatamente seguenti quelli citati) si ferma sulla riva del mare, dal quale sorge la bestia. Di seguito il testo (13,1-2): “Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo./La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande.”
La menzione del numero la si trova in 13,18: “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.” Tutto questo, peraltro, è relativo non alla bestia finora vista, ma ad una seconda (13,11: “Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago.”) Questa, in presenza della prima, ha di essa tutti i poteri e costringe gli abitanti della terra ad adorare la bestia (la prima). Costruisce inoltre una statua della bestia che ha potere di parlare ed infine mettere a morte tutti coloro che tale statua non adorano (echi del profeta Daniele – libro apocalittico della tradizione ebraica – e di quella che poi sarà la storia dei quattro santi coronati. Teniamo a mente Daniele, perché tornerà presto.)
Qui purtroppo deve fermarsi la lettura di chi non sa “leggere” i numeri secondo le tradizioni esoteriche, segnatamente quella ebraica, alla quale evidentemente e per ovvi motivi apparteneva Giovanni. Nella lingua ebraica i numeri non hanno caratteri; sono le lettere a fare da numero; ad esempio alef, prima lettera dell’alfabeto, ha valore 1, bed, 2 e così via (ve ne son anche per le decine e le centinaia). Il numero 666 corrisponde quindi ad un nome. Tutto sta a vedere quale. L’interrogativo quindi è prima di tutto riuscire a capire a quale delle due bestie si riferisce il numero, anche se appare ovvio che sia la seconda bestia, che seduce in nome della prima. E qui l’esoterismo ebraico ci viene non poco in aiuto, considerando sia l’albero della vita che un simbolo molto universale che poi la cristianità ha fatto quasi interamente suo: il Graal. Si dice che la coppa fu intagliata dagli angeli su uno smeraldo staccato dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta (è forse la ferita poi rimarginata della prima bestia in 13,3?). Lucifero è noto come l’angelo della corona (per questo alcuni dicono che era una pietra della sua corona). Corona in ebraico è Kether, il primo sephirah dell’albero della vita. Angelo della corona, in ebraico Hakathriel ha come numero corrispondente proprio il 666. Il Graal fu poi affidato ad Adamo nel paradiso terrestre, che poi non poté tenerlo dopo la sua cacciata.
Ma non basta: il numero 666 viene direttamente dal culto praticato a Babilonia, città nella quale viveva, per l’appunto, il profeta Daniele, ed ecco che quindi torniamo ad una tradizione che affonda le sue radici in epoche molto lontane. Insomma, l’Apocalisse non inventa niente di nuovo (compare infatti nell’Apocalisse la prostituta di Babilonia.)
Importante è chiedersi come debba essere calcolato questo numero. Esotericamente parlando esistono numerosi metodi:
la riduzione cabalistica, la somma cioè delle singole cifre;
la riduzione teosofica, il resto della divisione di un numero per 9. Nel caso di 666, essendo 666/9=74, è 0;
l’addizione teosofica, la somma di un numero con tutti i numeri che lo precedono (36+35+34…+1=666; 36 è il numero degli dei babilonesi). L’addizione teosofica di 666 è 222111;
la radice essenziale di un numero è la riduzione teosofica dell’addizione teosofica (e qui nel nostro caso troviamo ancora 0).
Molti hanno cercato di dare un nome utilizzando soltanto la riduzione cabalistica (che porta, si dice a Nerone o a Hitler, ma abbiamo visto benissimo che porta senza problemi a Lucifero.) L’ultima osservazione da fare è che, per l’ebraismo, i demoni non sono come i demoni cristiani: sono la personificazione sregolata degli istinti. Il principe dei demoni, Asmodeo, catturato da Salomone, fu costretto a fare da guardia ai tesori del Tempio.

Mar

17

Trovo geniale quello che hanno fatto Marco e Donato.
Hanno unito l’utile al dilettevole.
L’uovo di Colombo!
Davanti alla crescente domanda di formazione in coaching hanno messo su un programma di grande qualità senza trascurare un particolare fondamentale: il setting.
L’ambiente gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento: dove si impara fa la differenza.
Ecco quindi che Marco e Donato hanno pensato a tutto. Per rendere questa esperienza irripetibile hanno scelto come aula la città più affascinante del mondo nel momento migliore per visitarla.
New York a inizio Maggio.
E non è finita.
Quando dico che hanno pensato a tutto, hanno pensato a tutto davvero: volo, albergo, trasferta, corso… e anche pacchetto accompagnatore.
Per farla molto breve, si spende molto meno a fare il programma di coaching a New York che in qualsiasi altro posto in Italia, i tre trainer sono eccellenti ed internazionali, il luogo non ha prezzo.
Tant’è che noi ci andiamo! E ci porto pure mio padre che così si gode la città!
Se anche voi volete fare come me, guardate un po’ qui.

Feb

5

Bello

February 5, 2010 | Leave a Comment

In epoca di tecnologie dirompenti, tempi strettissimi, comunicazioni chiassose e via discorrendo, un brano così riconcilia col mondo.
Leggero, scorrevole, senza picchi inventivi ma pulito ed elegante quanto basta, rimette a posto con il mondo.
Ed il video, anch’esso semplice ma efficace e bellino, con la ragazza che quasi sempre si scorge di spalle, nella pioggia di Park Avenue come alle stazioni del metro nei sobborghi.
“Ehi Delilah, non ti preoccupare, un giorno pagherò le bollette con questa chitarra” e poi la distanza, forse per motivi di studio, “se mi senti lontano ascolta la canzone un’altra volta”, dove echeggia l’Enrico Brizzi adolescente di “jack Frusciante è uscito dal gruppo” e molti di noi che hanno pensato veramente che un giorno le cose potessero andare così, con lode a tutti coloro che ci sono riusciti.
Un brano di speranza, il contraltare della sempre pur bellissima “Boots of Spanish leather”, dove lei parte e dice di non sapere quando torna, perché “diepnde da come mi sentirò” e lui che aveva detto che non gii serviva niente, solo il suo ritorno alla fine, dopo essersi raccomandato di stare attenta, le dice che un paio di stivali di pelle spagnola possono bastare.
Ma ora è tempo de Delilah, nome che evoca un fiore più che la Dalida del forzuto Sansone.

Jan

27

I più avranno riconosciuto la citazione che dà il titolo a questo post.
Guardando ed ascoltando il live di Simon and Garfunkel di qualche anno fa, vengo rapito da una serie di flashback e mi rendo conto che a stento riesco a percepire il respiro che si è fatto sottile.
All’improvviso mi riappare davanti agli occhi lo spartito di “Kathy’s Song”, che per tanti anni ho suonato, prima col flauto e poi accompagnandomi alla chitarra, senza mai averla ascoltata, come per tante altre canzoni.
Succede quindi che quando l’ascolto a volte rimango sorpreso da quello che sento, non mi sembra “canonico”, perché il primo imprinting è stato proprio il mio, aver messo le mani sullo strumento e tradotto quei segni in musica. Poi venne l’ascolto, ma molti anni più tardi.
E il solo finale di Simon che non riuscivo a portare sullo strumento, tanto pessimo è sempre stato il mio orecchio, pigro, assuefatto alla rapidità dell’occhio, che quando si uniscono diventano veramente un tutt’uno, due cose che si completano e rafforzano vicendevolmente. Poi una sera, al Jazz Club, fu Brando a mostrarmelo. Mi bastò guardarlo una volta, codificarlo in testa e non me ne sono più dimenticato. Se invece avessi dovuto ascoltarlo e trascriverlo ci avrei messo delle ore….
Le strade piovose dell’Inghilterra, nella quale ancora non ero mai stato, lo sforzo di sentire gli odori delle strade del Village soltanto vedendo le foto sbiadite in bianco e nero nelle quali c’erano questi due bassotti geniali con due voci che mai più ho sentito, ma anche il ragazzotto spettinato che viveva in quelle zone e che tanto mi avrebbe fatto tremare il cuore e sussultare con quelle sue sinestesie, quegli accordi buttati lì, apparentemente senza arte né parte ma che alla fine facevano un quadro che aveva le movenze di Kandinsky.
E poi la mente mi riporta a Paul Simon in piazza Santa Croce, ai suoni del silenzio che si infrangono sulla facciata bianca e ottocentesca. All’arena civica di Milano, quando vidi Dylan per la prima volta, Joan Baez che si interessa quando le dico, in Piazza Anfiteatro a Lucca, che ero stato a Carmel ed avevo visto la sua casa, che addirittura mentre assistevo ad una rappresentazione di “Brigadoon” al teatro all’aperto proprio a Carmel avevo incontrato una sua vecchia vicina di casa che la ricordava con tanto affetto – tranne quando si era portata da New York “quel ragazzaccio spettinato che faceva un trambusto della malora.”
È in momenti come questi, quando riesco ad isolarmi dal resto e l’attenzione viene completamente assorbita da ciò che vedo, che la mente si ferma, riesce a ritrovare sensazioni che sempre più raramente si manifestano, ma non è colpa del tempo, casomai è colpa dello spazio, che adesso in un condominio più di tanto non si può suonare, e la voce è troppo alta, mente prima questi problemi non esistevano, e la memoria delle sensazioni se non viene esercitata tardi a farsi strada.
Gli strumenti sono sempre lì. Sono bellissimi, pregiati, suonano meglio adesso di allora. Ma è la mano che si è rallentata, che si risveglia solo quando la voce comincia ad affaticarsi perché poco stimolata, ed è un continuo rincorrersi.
Però quando succede che si riesce a ricordare di dimenticarsi di essere arrivati a dubitare di tutto ciò che si reputava un tempo vero, allora sì che si vola. Anche solo per 3 minuti, che sembrano comunque un’eternità.
E, una volta di più, anche questo post è incapace di tradurre tutto quello che avevo in mente.
Peccato.

Jan

26

Due tra le cose più assurde degli italiani sono lo scatto alla risposta e lo scatto alla bestemmia.
Lo scatto alla risposta è una delle assurdità più terrificanti nelle quali mi sia imbattuto in tutta la mia esistenza. Non ho neanche avuto la forza di vedere se è praticato in altri paesi, ma penso proprio di no.
Si tratta di un ossimoro di proporzioni gigantesche, bibliche direi, dato anche il secondo argomento in titolo.
Dal momento che il telefono serve per comunicare, si fa pagare di più quando si raggiunge il destinatario della comunicazione. Ma c’è di più: si paga anche quando non si raggiunge il destinatario realmente, ma anche virtualmente, come accade con le segreterie telefoniche.
Paga di più se parli. In barba alle tariffe convenienti, che più convenienti sono, più caro è lo scatto alla risposta.
“Scattare, utente!” ora che anche il servizio militare è facoltativo, per qualcosa dovranno pur scattare gli italiani.
Poi c’è la famosa storia del moralismo vaticanista. Posto che la bestemmia può essere sintomo di maleducazione e anche di una certa ignoranza (anche se oggi l’eguaglianza non è più certa come un tempo), è veramente illogico e discriminatorio escludere una persona da una competizione perché bestemmia – o moccola, come si dice da queste parti.
E diseducativo. Per più di un motivo (ah, se n’era già parlato!)
Perché sancisce una volta di più il principio di disuguaglianza tra cittadini e persone. Chi bestemmia il Dio dei cristiani è fuori; la politicante che chiama Maometto in un certo modo è incensata e continua ad andare in televisione, mente il disgraziato barese che ieri sera è stato eliminato dalla competizione più alienante della TV (per favore, fate un’orgia di quelle come si deve e mentre la fate ruttate, scureggiate e bestemmiate, così tolgono questo strazi per sempre – peccato che vedremo la Marcuzzi un po’ meno, ma tant’è!) viene ammesso alle soglie dello studio e da lì impedita l’entrata dietro le sbarre.
DIETRO LE SBARRE!
In una televisione (e quindi in un Paese) dove si ospita continuamente una persona condannata più volte in sede penale, solo perché fa tendenza e perché divide l’alcova con la soubrette che reclamizza i telefonini della ex azienda di Stato – quella che ha fatto dello scatto alla risposta un profitto di dimensioni inimmaginabili.
Quindi, largo ai pluripregiudicati, alle politicanti che offendono le altre religioni. Carcere mediatico a chi si lascia uscire una frase detta peraltro in dialetto e quindi capita da meno di mezza Italia; sospensione a Luigi Tosti che, riconosciuto innocente in Cassazione, viene sospeso dall’esercizio delle funzioni perché si rifiuta di celebrare un processo di fronte al solo crocefisso per questioni di eguaglianza e data la laicità dello Stato (ah ah ah, lo stato laico!)
Per tacere dei culi che ci propinano sotto il naso a tutte l’ore, alla legittimazione delle storie extraconiugali e delle storie occasionali che mettono i protagonisti sotto i riflettori e danno alle persone il messaggio più educativo che ci sia: evviva la civiltà dello scopo, il sesso casuale con uomini, donne o animali di passaggio, in culo a tutto e tutti, basta svuotarsi – se non è una bestemmia questa…
Mammamia che schifezza!
Mammamia che schifezza!
Mammamia che desolazione!

Jan

17

La sala era grande, molto grande, tanto da poter essere divisa tranquillamente in due ambienti nei quali si potevano svolgere attività concomitanti. Quando io sono entrato, mi sono accorto che la mia sezione era ovviamente quella dall’altra parte. Ho cominciato ad attraversarla mente mi venivano incontro uomini e donne che parlavano in inglese, con indosso i loro abiti rituali, chi drappi o grembiuli, chi fasce, chi anche maschere e gioielli. Il più carismatico sembrava avere in volto un’aurea argentea, e tutti si sistemavano ai loro posti. Per passare in mezzo e allo stesso tempo non fare molto rumore, procedevo mostrando i segni e pronunziando le parole che ben conosco, al che la fiumana di gente si scostava, sentendola comunque bisbigliare dietro di me, come a sorprendersi che io sapessi. È stato in quel momento che mi sono reso conto di indossare la camicia bianca con i gemelli, del tutto inadeguata a quel luogo, che adesso più che una stanza appariva come una caverna rischiarata da fiaccole alle pareti.
Una persona si avvicina, sorridente, la camicia azzurra e la giacca grigia; mi ha dato la mano, che ho ristretto facendo sentire il tatto, allorché il sorriso si è ancora di più ampliato.
Non so quanto ci è voluto per traversare tutta quella gente. So soltanto che quando sono arrivato dall’altra parte Rosa sorrideva, tutti i tavoli erano apparecchiati, la masseria aveva i soffitti arcuati che ben ricordavo.
Ci siamo messi a sedere sorridendo.

Checché ne dicesse qualcuno, i sogni sono influenzati da così tante variabili che alla fine è difficile poter riuscire a ricavarne un significato.
Forse, se non avessi visto la scena finale di Scooby-Doo, di sicuro una cosa così la mia mente non l’avrebbe partorita.
Fondamentale è la coda dell’occhio….


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