Sep
1
Quell’altro ramo del lago di Como
September 1, 2010 | Leave a Comment
Da tempo non parlo di avvenimenti che toccano socialità e politica; la ragione è che sostanzialmente mi sembra realmente fiato sprecato parlare di niente.
Però sulla questione di Como qualcosa la vorrei dire. Anzitutto la storia dei diari dell’ex capo del governo dell’era monarchica è vecchia quanto il mondo; secondo, che se quei diari fossero veri ci sarebbe da chiedersi un paio di cose. La prima è: chi li ha tenuti così tanto tempo e soprattutto nascosti; la seconda – c’è almeno un accenno al famoso carteggio con Churchill, che è come l’araba fenice (“che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa” diceva Lorenzo da Ponte, invero riferendosi ad altre cose.)
Fatto sta che due giorni fa nell’ambito della rassegna “Parolario” è stato invitato Marcello Dell’Utri a parlare proprio di quei diari, che se ho ben capito sono stati da lui riscoperti, curati e infine si è deciso di pubblicare. Quello che è successo lo sappiamo tutti. Adesso, dalla mia posizione privilegiata di osservatore esterno voglio procedere ad un cambio di prospettiva. Sembra proprio che la lunga introduzione al dibattito da parte del moderatore sia stata quantomeno infelice. La filippica dell’importanza della scoperta, della lode spasmodica al ritrovatore e quant’altro è poco consigliata quando una anche superficiale analisi del clima avrebbe potuto rivelare il rischio di tumulti. Crisi economica, politici privilegiati e condanne sono davvero una miscela esplosiva.
L’allungo di quella introduzione ha fomentato gli animi ancora di più.
Ma non sarebbe stato meglio far parlare subito Dell’Utri? In questo modo la gente, contestatori in testa, se voleva apparire attenta e ribattere con cognizione avrebbe dovuto ascoltarlo. Invece no. Sinceramente, che qualcuno si sia potuto sentire menato per il naso davanti ad una presentazione (che per definizione è adulatoria) di un tipo controverso mi sembra cosa abbastanza prevedibile, nonché possibile.
Poi, ovviamente, tutto è buono per strumentalizzare.
Capezzone parla di violazione di libertà di espressione. La cosa mi sembra piuttosto brutta, perché detta così per me significa una cosa sola: solo quelli lì hanno diritto di dire quello che vogliono. Peccato che l’articolo 1 della nostra charta dica che la sovranità della Repubblica appartenga al popolo, e che popolo siamo tutti, nessuno escluso, e che non esiste più un popolo grasso ed un popolo minuto, patrizi o plebei. Retaggi dell’antica Roma, dai quali andrebbe omessa la città natale di D’Annunzio a mo’ di sigla.
Aug
28
He Had a Dream
August 28, 2010 | Leave a Comment
Il 28 agosto 1963 un numero altissimo di persone, per l’epoca, i mezzi di trasporto e le condizioni sociali, marciò per la terza volta su Washington.
Lì un pastore battista dell’Alabama, della stessa città nella quale Rosa Parks poco tempo prima si era rifiutata di cedere ad un bianco il posto a sedere su un autobus, proferì un discorso, nel quale diceva che aveva un sogno, che si sarebbe spezzato meno di 5 anni dopo a Memphis, complice una pallottola, la stessa cosa che nel corso del tempo si era scontrata con altre persone del tipo di Medgar Evers, Malcolm X e via discorrendo.
Il sogno dell’eguaglianza germogliò definitivamente la notte del primo martedì di novembre del 2008, quando il primo Presidente di colore è stato eletto. Lo stesso che, per come vanno le cose oggi, difficilmente sarà rieletto tra due anni, ma che ha riportato una ventata di fiducia negli Stati Uniti. Se il settembre di ormai quasi dieci anni fa e la strategia del terrore e della paura aveva contaminato gli americani, l’amministrazione Obama ha dato un giro di vite molto positivo a tutto questo, anche se altri problemi si affacciano all’orizzonte.
Non verrà rieletto Obama, ma intanto ha dimostrato che era possibile, che i sogni visionari degli altri in realtà tanto visionari non lo sono.
Oggi mio nipote compie due anni. Io ho le placche alla gola, alla fine di agosto, mah!
Dimenticavo: a Washington, dopo King, prese il palco un ragazzino smilzo, accompagnato da una bella ragazza bruna. Si chiamavano (e si chiamano tuttora) Joan Baez e Bob Dylan. Cantavano che tutto sarebbe cambiato quando la nave sarebbe arrivata. Ma la Mayflower era giunta a Plymouth, da un pezzo.
Aug
27
Elogio della leggerezza
August 27, 2010 | 2 Comments
Ci sono giorni in cui il famoso post sul rasoio mi pesa come un macigno (“sometimes my burden is more than I can bear” diceva qualcuno nel 1997.)
I quasi 2000 commenti hanno dato inizio a numerosi altri forum sull’argomento, che a loro volta hanno notevolmente ravvivato una conoscenza ed un interessamento sopiti quasi da secoli. A volte però mi rendo conto che molti si aspettano da quello che viene scritto una soluzione rapida, definitiva e soprattutto perfetta per le loro lame, i loro visi e le loro facce, cosa impossibile.
Molti si surriscaldano, chiedono sempre di più, confutano, aggiungono, mettono del loro, creano correnti di pensiero e molto altro, smembrando il rasoio più famoso della logica, il Rasoio di Occam. Inutile aggiungere là dove quanto è detto è già sufficiente, dice l’assioma del famoso monaco-filosofo medievale. Insomma, il nostro rasoio si sta sempre più allontanando da quello di Occam.
Assieme a quello si sta perdendo l’essere leggeri, la leggerezza che tanto si addice agli esseri umani. Temo che questo accada perché si pensi che essere leggeri significhi automaticamente prendere le cose alla leggera e, ovviamente, niente è più lontano dalla verità.
Questa mancanza di leggerezza assale un po’ tutto e tutti in questa fase del mondo. Nelle suonerie che massacrano Lippi fino ai gruppi su Facebook che minacciano di morte il tizio che tali suonerie ha creato – e che probabilmente ci ha guadagnato su una certa cifra, sicuramente molto di più di chi lo vuole morto. Dai tifosi che assaltano Maroni per la tessera del tifoso (una volta la tessera di partito suscitava commenti di tutti i generi, adesso te la dà anche il gommista) all’onnipresente papa che una volta tanto se la piglia anche con un governo che non è quello italiano (insomma se la piglia con un governo.)
Quindi, a conti fatti, dico che invidio la leggerezza d’animo dei monaci zen e di chi prende le cose per quello che sono e per uno streaming continuo nella propria esistenza.
Ma soprattutto invidio i bambini, quegli esseri meravigliosi che ancora sanno come fare a dire non gioco più, alzarsi ed andarsene quando le cose non vanno più a genio. Magari fossimo tutti ancora così.
Aug
2
C’è qualcuno che non si è mai sentito così?
August 2, 2010 | Leave a Comment
Jul
31
Il gioco delle persone cantate
July 31, 2010 | 5 Comments
Proprio ieri mi sono reso conto che associo spesso e stabilmente persone a brani musicali.
Invitandovi a fare altrettanto, ecco la mia lista. A parte il primo nome, gli altri sono in ordine sparso.
Un’ultima cosa: alcuni dei destinatari, ascoltando il brano, si ricorderanno perché. Ma non tutti, perché come spesso succede le associazioni, se non hanno un aneddoto alla base, sono molto personali.
Rosa
Curzio
Andreino
Godofthegod
Andros
Francesco
Tiffani
Chris
Sara
Alberto (r.i.p.)
Glauco
Nicola il mio quasi omonimo
Mariagrazia
Pìolo Veronese
Andrea Mann
Blumen
Dafne
Erica
Steve G
Peccio
Silvia R.
Charles l’autista newyorkese
E tutti quelli che sono venuti, se ne sono andati, e quelli che verranno.
Jun
6
Le versioni dell’essere
June 6, 2010 | Leave a Comment
Da ormai molto tempo scrivo molto meno sui blog in genere. Ciò non significa che non scriva affatto; semplicemente, scrivo di cose troppo lunghe per essere compresse in un post.
Mercoledì scorso, all’improvviso, ha suonato il campanello. Era il mio più vecchio amico, non solo in senso cronologico. Era nei paraggi ed ha deciso di passare.
Ha fatto bene. Progressivamente stiamo tutti perdendo il piacere di ricevere o fare una visita inaspettata. Sembra quasi che non essere impegnati tutti i secondi della giornata sia nota di demerito.
Abbiamo passato un bel pomeriggio ed un’ottima serata. Queste cose riconciliano un po’.
Quello che riconcilia meno è vedere che, così come gli uomini hanno la naturale tendenza a riunirsi in gruppi per soddisfare il loro bisogno di appartenenza, allo stesso modo queste riunioni alla fine finiscono per essere un braccio di ferro su chi debba prevalere. Si parla di amicizia, quasi amore fraterno, di mettere l’ego da parte e poi si finisce per dire ad un altro “devi”, perché altrimenti si lascia che sia l’ego a prendere il sopravvento.
Devi? Ma siamo tutti rimbecilliti, tutto d’un tratto?
Alla fine, sono proprio quei posti dove si reclamizza la libertà di essere ciò che si è, unita alla tolleranza, quelli che producono il maggior numero di faziosità e partiti presi. Tutte le associazioni, da quelle a cui apparteniamo da tempo a tutte le altre, alla fine difficilmente riescono a resistere a questo richiamo, a rendere tutti uguali ma a crearne di più uguali.
E allora ben vengano le visite inaspettate, di chi non si vergogna di pensare che è piacevole passare a salutare qualcuno anche se non annunciati, e che se questo qualcuno in quel momento non ha nulla da fare non è uno che si gira i pollici, ma semplicemente ha tempi e modi diversi da quelli che normalmente pensiamo essere quelli di prammatica.
E abbasso chi dice sempre ho da fare per evitare di rispondere o per giustificare il fatto che non ha voglia o non gli/le va di pensare.
Sembra che ci prepariamo sempre le condizioni per fare bella figura ed invece, nel momento clou, ci ricopriamo di materiale organico di rifiuto (perché dire merda è una parolaccia.)
May
18
Nota: questo post appare anche, con titolo diverso, sul blog di Chitham.
Avevo 12 anni quando andai in piscina per la prima volta.
Quel giorno imparai anche a tuffarmi “a bomba”. Mi divertii come non facevo da anni. Pregai quindi mio cugino di portarmi di nuovo. Come tutte le volte, mi disse di chiamarlo se qualcosa non andava.
Presi la rincorsa: volevo fare il più bel tuffo a bomba mai visto.
Uno, due, tre. Rincorsa e via un bel salto.
Poi l’acqua.
Impiegai molto più del previsto a raggiungere il fondo. Mi fu subito chiaro perché. In quel punto la piscina era molto più fonda rispetto a dove avevo sempre saltato.
La prima cosa che imparai quel giorno fu che le piscine sono costruite in pendenza e quindi hanno profondità variabili.
Inutile dire che mi spaventai. Cominciai ad annaspare come un’anatra impazzita, respirando a pieni polmoni ogni volta che arrivavo in superficie. Dopo aver respirato, urlavo a squarciagola il nome di mio cugino, che era qualche metro più in là a divertirsi con i suoi amici. Capii quindi che o me la cavavo da solo oppure non me cavavo per niente.
Cominciai a usare le mani a mo’ di ali, spingendomi in superficie e respirando, dopodiché andavo a fondo, saltavo e riaffioravo in superficie. Poi mi venne in mente un racconto di un’amica di mia madre che disse di aver camminato sott’acqua da dove non toccava fino a riva, saltando solo per riprendere fiato. Decisi che era la cosa da fare, quindi mi voltai verso il bordo della piscina, presi fiato e feci il primo passo. Non servì a niente.
Panico completo.
Ricominciai allora a fare l’anatra subacquea e nel giro di poco tempo (non so quanto, a me sembrò un’eternità) riuscii ad aggrapparmi al bordo.
Salii in superficie, individuai mio cugino, andai verso di lui e lo trattai come peggio potevo. Mi aveva detto di chiamarlo se avevo bisogno. A cosa serviva se non mi sentiva?
La seconda cosa che imparai è che, quando ti trovi davvero nelle peste, nessuno può tirarti fuori, solo te stesso.
Ma quello che quel giorno non ho imparato è stata un’altra cosa, ben più importante delle altre due. Di quell’esperienza, ho ricordato sempre e solo la paura, il terrore, non il fatto che da solo ero riuscito ad aggrapparmi a riva. Tant’è che da quel giorno, ogni volta che l’acqua mi arriva alla gola, mi sento mancare il respiro, fossi anche nella vasca da bagno.
Da ogni esperienza possiamo trarre tutti i ricordi, le lezioni ed i feedback che vogliamo. Perché allora scegliamo sempre quelli negativi? È esattamente quello che ho fatto io: invece di darmi una bella pacca sulle spalle e dire che una volta dominate le acque era giunto il tempo di divertirsi a bagno, ho deciso di starne alla larga. E così tutte le volte che sono andato al mare con gli amici me ne sono sempre stato a riva a guardarli, non sono mai andato in piscina e meno che mai ho fatto snorkeling alle Maldive.
Tutto perché quel giorno ho deciso di scegliere di ricordare la paura lasciando stare tutto il resto.
Stamani è esploso tutto. Mi sono finalmente ripreso dall’ernia che mi ha paralizzato per un mese intero e reso semi-invalido per altri tre. Adesso devo soltanto rimettermi in forma, liberarmi del (troppo) peso in eccesso e continuare a mantenermi flessibile. Il nuoto è, inutile dirlo, la scelta migliore. Istintivamente ho scartato subito l’opzione, prima ancora che me ne rendessi conto. Mi sono sorpreso al punto di chiedermi perché. E lì ho capito.
Scusatemi se scrivo adesso, sono appena tornato, mi sono iscritto ad un corso di nuoto.
May
3
Apr
23
Dedicata a…
April 23, 2010 | 1 Comment
Chi non dorme e ha gli occhi aperti
Chi comincia dietro a Rimbaud che schizza veloce in una strana notte newyorkese
Chi, quando ha incontrato Monica Bellucci, le ha chiesto se aveva letto le poesie di Garcia Lorca
Chi comincia a organizzarsi perché tra poco deve fare le valigie
Chi sognava un mese più gentile e invece…
Chi è stato al limite dell’Oceano e non si è chiesto niente
Chi cerca di darsi ragione rafforzando il suo niente
Chi veste i propri pensieri con la faccia degli altri
Chi crede di diventare importante facendosi fotografare con quelli famosi
Chi non vede oltre il proprio naso
Chi ha il naso troppo corto da non poterlo nemmeno vedere
Chi chiama solo quando ha bisogno, perché solo allora gli altri vanno bene
Chi ha sassi nelle scarpe che quando se li toglierà…
Chi non ha mai abbastanza parole
Chi si dispiace solo dopo aver fatto il danno
Chi vuole tempo
Chi ancora aspetta Godot
Chi conosce il tempo di partire e quello di restare
Chi nonostante tutto, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia…
Chi non va dal medico perché ha paura di sentirsi dire che sta male
Chi parla di qualcosa senza sapere minimamente di cosa si tratta
Chi innalza templi alla virtù
Chi, nella gioia e nel clamore, se li gode e osserva anche chi sta peggio
Chi sul treno non ha paura di sorridere al vicino
Chi fa due chiacchiere soltanto per il piacere di farle
Chi pugnala alle spalle per poi dire di essere stato costretto dall’indifferenza altrui
Chi prende il tè sepre alla stessa ora
Chi spegne il computer sempre alla stessa ora
Chi si batte il petto perché gli altri guardano
Chi, quando gli altri non guardano, tanto non guardano e quindi si può
Chi mente e poi si arrabbia perché lo fanno anche i propri figli
Chi parla solo quando ha qualcosa da dire
Chi, quando non ha niente da dire, sta zitto.
Apr
10
Il numero 666, questo (mi)sconosciuto
April 10, 2010 | 4 Comments
Mentre girovagavo su Plurk mi sono imbattuto su una disquisizione sul numero 666. Scherzando, ho detto che ci avrei scritto un post; molti mi hanno incoraggiato. Eccovi accontentati.
La menzione del 666 legato alla bestia compare nell’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia cristiana, il cui nome in inglese è tutt’altro che apocalittico: Revelation, la rivelazione.
L’autore, san Giovanni è, tra tutti gli autori del Nuovo Testamento, il più esoterico. Basti pensare che durante alcune cerimonie massoniche (segnatamente quelle sotto il Rito Scozzese Antico ed Accettato) il Libro Sacro viene aperto sull’ara proprio sul prologo del Vangelo di Giovanni (“in principio era il verbo…”). Tale prologo ha infatti un senso di trasversalità religiosa, così come universale è da intendersi la libera muratoria.
Da tutto questo si evince che, se c’è un significato nel numero 666, tale significato non può essere letto con attribuzioni “ordinarie”, dovendo ricorrere all’esoterismo.
Ma andiamo con ordine. La menzione della bestia si ha in Apocalisse 13,1 (anche qui si rifletta sui numeri: il 13). Proprio all’inizio del libro (1,3) troviamo: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.” Da qui capiamo subito che questo libro non può essere letto con occhi “profani”, ma il messaggio è ben celato in una sorta di doppio fondo. C’è qualcosa da leggere, ma dobbiamo sapere anche come leggerla.
La bestia compare, come detto, nel capitolo 13, esattamente dopo che il serpente (prima drago) caduto dal cielo non è riuscito ad uccidere la donna che ha partorito il figlio maschio. [Ancora qui, sul serpente, potremmo parlare ore ed ore. Di sicuro il serpente non ha necessariamente connotazione negativa, basti pensare al Caduceo, all'Uroborus o alla verga di Mosè, trasformatasi per l'appunto in serpente davanti al Faraone. Dice il testo cabalistico Il libro dello splendore che quando Eva subì la tentazione del serpente e si avvicinò all'albero della conoscenza, l'albero recitò i versi del salmo 36,12-13 "Non mi raggiunga il piede del superbo e la man degli empi non mi scacci./Ecco, sono crollati i malfattori, abbattuti, non possono più rialzarsi." Interessante notare, per coincidenza numerica, Apocalisse 12,12-13 "Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo"./Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio."]
Il drago (chiamato serpente nei versi immediatamente seguenti quelli citati) si ferma sulla riva del mare, dal quale sorge la bestia. Di seguito il testo (13,1-2): “Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo./La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande.”
La menzione del numero la si trova in 13,18: “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.” Tutto questo, peraltro, è relativo non alla bestia finora vista, ma ad una seconda (13,11: “Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago.”) Questa, in presenza della prima, ha di essa tutti i poteri e costringe gli abitanti della terra ad adorare la bestia (la prima). Costruisce inoltre una statua della bestia che ha potere di parlare ed infine mettere a morte tutti coloro che tale statua non adorano (echi del profeta Daniele – libro apocalittico della tradizione ebraica – e di quella che poi sarà la storia dei quattro santi coronati. Teniamo a mente Daniele, perché tornerà presto.)
Qui purtroppo deve fermarsi la lettura di chi non sa “leggere” i numeri secondo le tradizioni esoteriche, segnatamente quella ebraica, alla quale evidentemente e per ovvi motivi apparteneva Giovanni. Nella lingua ebraica i numeri non hanno caratteri; sono le lettere a fare da numero; ad esempio alef, prima lettera dell’alfabeto, ha valore 1, bed, 2 e così via (ve ne son anche per le decine e le centinaia). Il numero 666 corrisponde quindi ad un nome. Tutto sta a vedere quale. L’interrogativo quindi è prima di tutto riuscire a capire a quale delle due bestie si riferisce il numero, anche se appare ovvio che sia la seconda bestia, che seduce in nome della prima. E qui l’esoterismo ebraico ci viene non poco in aiuto, considerando sia l’albero della vita che un simbolo molto universale che poi la cristianità ha fatto quasi interamente suo: il Graal. Si dice che la coppa fu intagliata dagli angeli su uno smeraldo staccato dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta (è forse la ferita poi rimarginata della prima bestia in 13,3?). Lucifero è noto come l’angelo della corona (per questo alcuni dicono che era una pietra della sua corona). Corona in ebraico è Kether, il primo sephirah dell’albero della vita. Angelo della corona, in ebraico Hakathriel ha come numero corrispondente proprio il 666. Il Graal fu poi affidato ad Adamo nel paradiso terrestre, che poi non poté tenerlo dopo la sua cacciata.
Ma non basta: il numero 666 viene direttamente dal culto praticato a Babilonia, città nella quale viveva, per l’appunto, il profeta Daniele, ed ecco che quindi torniamo ad una tradizione che affonda le sue radici in epoche molto lontane. Insomma, l’Apocalisse non inventa niente di nuovo (compare infatti nell’Apocalisse la prostituta di Babilonia.)
Importante è chiedersi come debba essere calcolato questo numero. Esotericamente parlando esistono numerosi metodi:
la riduzione cabalistica, la somma cioè delle singole cifre;
la riduzione teosofica, il resto della divisione di un numero per 9. Nel caso di 666, essendo 666/9=74, è 0;
l’addizione teosofica, la somma di un numero con tutti i numeri che lo precedono (36+35+34…+1=666; 36 è il numero degli dei babilonesi). L’addizione teosofica di 666 è 222111;
la radice essenziale di un numero è la riduzione teosofica dell’addizione teosofica (e qui nel nostro caso troviamo ancora 0).
Molti hanno cercato di dare un nome utilizzando soltanto la riduzione cabalistica (che porta, si dice a Nerone o a Hitler, ma abbiamo visto benissimo che porta senza problemi a Lucifero.) L’ultima osservazione da fare è che, per l’ebraismo, i demoni non sono come i demoni cristiani: sono la personificazione sregolata degli istinti. Il principe dei demoni, Asmodeo, catturato da Salomone, fu costretto a fare da guardia ai tesori del Tempio.
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