Feb

13

Ho appena finito di vedere un’altra puntata di Castle. Ascoltavo in particolare il brano che faceva da sottofondo, col pianoforte che scandiva ininterrotte quei filari di sedicesimi che facevano da sottofondo ad una bella melodia. Allora ho pensato a All Days Are Nights di Rufus Wainwright (se non ce l’avete prendetelo; è il disco più bello degli ultimi dieci anni) e allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere delle nuove canzoni, come ho fatto più o meno ininterrottamente fino a cinque anni fa.
Fin quando non mi è venuto un bruttissimo pensiero: ormai non sono più in grado di farlo.
Da ormai molto tempo c’è soltanto qualche abbozzo di testo, uno effettivamente completato che risale però a… mi correggo, sono tre, tutti scritti tra l’8 e il 13 gennaio 2009. Di due effettivamente c’è anche la musica, registrata da qualche parte, filmata col telefono, che all’epoca era il Samsung Omnia. Ce l’ho ancora, quindi avrò ancora quelle melodie, anche se ripensandoci mi vengono in mente.
Insomma, se facessi il songrwiter uscirebbe un mio disco ogni 7-8 anni. Mamma mia, per quei tempi bisogna essere dei mostri sacri!
È quello che succede a non coltivare mai troppo quello che si fa e che ci piace. Autori e musicisti famosi, che hanno all’attivo dischi che hanno venduto financo 200,000 copie e che sono considerati pietre miliari di un vecchio genere, si erano addirittura offerti di produrmelo. Ma la mia ignavia ha prevalso.
E ora mi dispiace in effetti.
Sì, perché noi che abbiamo passato i quaranta (e siamo entrati in una fase di decenni che termina in una desinenza che prenderà molta della nostra vita ancora da vivere) siamo ancora legati agli album intesi come flusso continuo di 10-15 brani, addirittura ai concept, da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band a The Wall. E adesso che pubblicare non costa più niente, coi negozi di musica online, sembra addirittura perso quel gusto di fare la gavetta tra produttori talentuosi o biechi sfruttatori, un mondo popolato ad un estremo da George Martin e dall’altro dal Colonnello, quel furbone di Tom Parker.
E alla fine, di brani non ne scrivo più. Di grandi brani, se mai ne ho scritti, ancora meno.
Vabbè, che ci volete fare?

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