Sep
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Una spolverata all'abito blues e sono già in strada!
September 12, 2010 | Leave a Comment
“Ci sono dei pesci che non possono essere presi.” Così inizia “Big Fish”, un capolavoro del sempre geniale Tim Burton. Ogni volta che lo vedo ne apprezzo sempre dei nuovi dettagli. I film di Burton assomigliano a degli acquarelli, con i colori sempre definiti e allo stesso tempo liquidi, leggeri, come sottili pennellate su un foglio quasi senza spessore.
Sulla scorta di questo film e di “Festa di laurea” di Pupi Avati (che non ho visto, ahimè) Vincenzo Ponticiello ha scritto la sceneggiatura del video per “L’abito blues”, scritta ed eseguita – ovviamente – con tutti i Dennis and the Jets. Per quelli che non sono nati e cresciuti a Firenze e sono un po’ distanti dai circoli rockabilly, rock’n'roll o come li volete chiamare, il nome di questo gruppo dirà poco. Peccato, perché non conoscere ottimi prodotti di artigianato significa sempre perdere qualcosa.
“Ci sono persone che sanno suonare molti generi. Io non ci riesco.” diceva Eric Clapton presentando il suo “From the Cradle”, bellissimo album totalmente blues. Gli ci erano voluti trent’anni per farlo.
Trenta, e sicuramente di più, sono gli anni di attività dei Jets.
Eppure, quando quella mattina del tardo settembre 1981 entrò in classe il nuovo insegnante di educazione tecnica, nessuno ce l’aveva detto che era uno di loro. Abbiamo dovuto scoprirlo da soli che il Porfessor Ponticiello era un bassista (e che bassista, signori miei!) Così come ho dovuto scoprire tante alte cose di lui. Anzitutto il fatto che, quando l’avevo come insegnante, proprio non riuscivo a legare con lui, con tutte le sue frecciatine, i linguaggi diversi e molto altro. Eppure, quando tanti, tanti anni dopo lo trovai ai giardini con la figlia adesso ventenne ma allora piccolissima, in un periodo in cui avevo veramente dato di matto, in cui la mente mi si era curvata a tal punto da arricciarsi su se stessa, scambiammo due parole e mi si parò davanti una persona diversa. Quello che io non ero riuscito a vedere di tante dinamiche che mi coinvolgevano in prima persona lui le aveva viste, percepite ed aveva pure capito come sarebbe andata a finire. Inoltre, era da sempre un musicista; non aveva dovuto fare quello che avevo fatto io, cercare di diventarlo anziché fare lo studente modello di violoncello. Lui sì, perdio, se lo faceva: aveva registrato, faceva quello che più gli piaceva mentre io annaspavo in un mare di niente. Non era lui ad essere diverso, ero io che finalmente cominciavo a pensare con la mia testa e ci vedevo meglio.
Andai a trovare lui e tutto il gruppo nella loro cantina, suonammo, ridemmo, mi chiamarono Nick Manofredda; raramente mi sono divertito così tanto in un contesto simile.
La cosa più bella è sapere che ci sono persone che sono sempre quelle che sono, e che spesso noi vorremmo essere un po’ come loro senza però che questa sia adulazione, imitazione o invidia. Proprio vero, è tempo di dare una spolverata all’abito blu(es) ed uscire di casa. Quanto ai Dennis and the jets, credo che tornerò presto a trovarli nella loro cantina e probabilmente jammeremo ancora.
Nel frattempo il video è qui.
Sep
1
Quell'altro ramo del lago di Como
September 1, 2010 | Leave a Comment
Da tempo non parlo di avvenimenti che toccano socialità e politica; la ragione è che sostanzialmente mi sembra realmente fiato sprecato parlare di niente.
Però sulla questione di Como qualcosa la vorrei dire. Anzitutto la storia dei diari dell’ex capo del governo dell’era monarchica è vecchia quanto il mondo; secondo, che se quei diari fossero veri ci sarebbe da chiedersi un paio di cose. La prima è: chi li ha tenuti così tanto tempo e soprattutto nascosti; la seconda – c’è almeno un accenno al famoso carteggio con Churchill, che è come l’araba fenice (“che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa” diceva Lorenzo da Ponte, invero riferendosi ad altre cose.)
Fatto sta che due giorni fa nell’ambito della rassegna “Parolario” è stato invitato Marcello Dell’Utri a parlare proprio di quei diari, che se ho ben capito sono stati da lui riscoperti, curati e infine si è deciso di pubblicare. Quello che è successo lo sappiamo tutti. Adesso, dalla mia posizione privilegiata di osservatore esterno voglio procedere ad un cambio di prospettiva. Sembra proprio che la lunga introduzione al dibattito da parte del moderatore sia stata quantomeno infelice. La filippica dell’importanza della scoperta, della lode spasmodica al ritrovatore e quant’altro è poco consigliata quando una anche superficiale analisi del clima avrebbe potuto rivelare il rischio di tumulti. Crisi economica, politici privilegiati e condanne sono davvero una miscela esplosiva.
L’allungo di quella introduzione ha fomentato gli animi ancora di più.
Ma non sarebbe stato meglio far parlare subito Dell’Utri? In questo modo la gente, contestatori in testa, se voleva apparire attenta e ribattere con cognizione avrebbe dovuto ascoltarlo. Invece no. Sinceramente, che qualcuno si sia potuto sentire menato per il naso davanti ad una presentazione (che per definizione è adulatoria) di un tipo controverso mi sembra cosa abbastanza prevedibile, nonché possibile.
Poi, ovviamente, tutto è buono per strumentalizzare.
Capezzone parla di violazione di libertà di espressione. La cosa mi sembra piuttosto brutta, perché detta così per me significa una cosa sola: solo quelli lì hanno diritto di dire quello che vogliono. Peccato che l’articolo 1 della nostra charta dica che la sovranità della Repubblica appartenga al popolo, e che popolo siamo tutti, nessuno escluso, e che non esiste più un popolo grasso ed un popolo minuto, patrizi o plebei. Retaggi dell’antica Roma, dai quali andrebbe omessa la città natale di D’Annunzio a mo’ di sigla.