Dec

31

Forse “Sad-Eyed Lady of the Lowlands” rimane, per tanti aspetti, la canzone più bella di Bob Dylan. Ancora più bella se si pensa che fu scritta e registrata di getto, con un gruppo di musicisti assemblati per quello che sarebbe diventato poi “Blonde on Blonde” e che a Nashville avevano forse appena sentito parlare di quel ragazzino spettinato che veniva da New York e che da poco aveva conosciuto quella che sarebbe di lì a poco (se non lo era già) sarebbe diventata sua moglie.
Un grappolo di accordi scritti su un blocchetto, le parole che scaturiscono fuori da un vulcano solitamente assassino ma questa volta vellutato come raramente aveva saputo essere; i musicisti che attaccano e che alla fine di ogni strofa si chiedono quanto dura quella benedetta canzone per poi scoprire che hanno appena creato qualcosa di nuovo: un brano che da solo, con i suoi 11 minuti e mezzo, riempie tutta un’intera facciata di un album, un album doppio, uno dei primi della storia.
Anche chi in fondo non stima Dylan, se ascolta quel brano, finisce per rimanerne affascinato. Ha la struttura tipica della canzone, quella introdotta dai Beatles insomma; non più una strofa che si ripete x volte, ma una strofa, un ponte ed un inciso.
Simboli che si rincorrono per tute e cinque le lunghissime strofe, da reperti di un’iniziazione esoterica a rimandi a Cannery Row e John Steinbeck, forse l’Arca dell’Alleanza o – come dice qualcuno – gli alieni trovati nel deserto americano dieci anni prima (gli angeli morti che nascondevano…), tamburi arabi, i tram di williamsiana memoria lui che al cancello, chiede “signora dagli occhi tristi, dovrò aspettare?” e sembra chiedere se sì, quanto?
Ma soprattutto questa signora dagli occhi tristi (che molti per lungo tempo si chiesero chi fosse, nonostante molti di questi conoscessero bene Sara) ricorda più di ogni altra cosa la dark lady dei sonetti di Shakespeare, questa continua fonte di ispirazione la cui esistenza è avvolta dal mistero, questa donna la cui silhouette si staglia contro il sole che tramonta e che, grazie ai suoi inni zingari, nessuno sarà in grado di impressionare.
E, alla fine di ogni strofa, sempre la stessa domanda: dopo aver messo i miei occhi da magazzino ed i tamburi arabi vicino al tuo cancello, signora dagli occhi tristi, dovrò ancora aspettare?
E c’è chi giura, dopo quasi 45 anni, che la signora che nel 2007 lo accompagnò alla cerimonia dei Grammy – dopo il divorzio, le violenze, i riavvicinamenti e le lontananze – fosse proprio Sara.
Forse, in fondo, ci piace proprio pensarla così (che sia amor omnia vincit?).

Dec

24

Amor Omnia Vincit

December 24, 2009 | 2 Comments

Discorrendo su Skype con una delle più interessanti blogger del panorama italiano, ad un certo punto è uscita questa frase. “Sarà il titolo del tuo prossimo post” mi ha detto. Non so se si riferisse ad a_m_a o proprio a questo blog; fatto sta che stamani, appena svegliato, la cosa mi è apparsa chiara.
Succede spesso così, al mattino, un’idea spettacolare che ti attraversa la mente e che riesci a contenere e fermare. Non capita spesso, ma quando succede è un ottimo segno.
Allora, si chiude un decennio. Per tantissimi aspetti uno dei peggiori degli ultimi 50 anni. Un decennio dove siamo passati dall’euforia per essere sopravvissuti al millennium bug e al mille e non più di mille alla disperazione più nera della crisi economica, pur non disdegnando episodi come lo tsunami, il terremoto in Abruzzo ed in altre mille parti del globo, il disboscamento della foresta amazzonica e dei ghiacci polari (disboscamento dei ghiacci mi piace troppo…) e al giorno che ci ha reso tutti più ciechi, sordi e alpinisti, quel martedì di inizio settembre. Sembra quasi che il continente americano adori l’11 settembre per sconvolgere gli ordini costituiti. Già l’avevano fatto in Cile nel 1973 allorché il colpo di stato militare che portò Augusto Pinochet alla dittatura destituì il Presidente Salvador Allende, che da allora è un po’ più dimenticato. Anche se quello di New York non è stato un colpo di Stato, di colpi ai vari stati ne ha assestati molti. Nazione non abituata a farsi aggredire in casa propria, gli Stati Uniti hanno reagito in n modo che, a posteriori, ha causato tante cose che essi stessi in primis non avrebbero voluto. Non era bastato il maccartismo.
Fu mia sorella a telefonare. “Sai niente di Joanna?”, “no, perché?” “dicono che si è schiantato un aereo su una delle due torri gemelle. Va’ un po’ a vedere se è vero.” Il resto lo sappiamo tutti.
Ai drammi collettivi si sommano quelli personali. Il mio un dramma non fu. Le persone che conoscevo a New York vivevano in una parte ben diversa della città, e a meno che non si fossero avventurati di prima mattina nel Financial District non c’era nulla da temere. Era forse più il caso di preoccuparsi degli autisti al loro servizio, di Charlie, Pat e Bob, o della domestiche, che non si sapeva dove abitavano o dove venivano puntualmente inviati per commissioni.
Ma no, a loro non successe niente. Fu possibile parlare brevemente con la casa, dove rispose Sylvia la governante, tutto bene, poi la linea cadde e per 14 ore non ci fu più verso di sapere niente. Mi immagino invece come si saranno sentiti tutti quelli che sapevano avere dei familiari che lavoravano in quegli edifici o che vivevano lì vicino. 14 ore non sono molte, nell’arco di una vita. Chissà di quanti anni hanno fatto invecchiare quelle persone. Chissà se, una volta recatisi a New York, avranno sostato su Ground Zero o si saranno fermati al famoso laghetto all’angolo Sud di Central Park, dove le oche stavano per partire verso Sud, pur domandandosi dove mai andranno.
Io arrivai a New York due mesi dopo, all’inizio di Novembre. La città era cambiata. Non poteva essere altrimenti. Ma non era la città ad essere cambiata, era l’atteggiamento delle persone, gli agenti arcigni al controllo dogana, tu che arrivavi e dovevi lasciare impronte digitali, sembravi un ladro già prima di metterci piede. A me andò meglio, avevo una Visa e fui trattato con meno sufficienza. Da lì all’aprile 2002 la vidi abbrutirsi sempre di più, cercare l’untore ad ogni angolo scuro, perdere quella grande caratteristica che la rendeva odiosa e affascinante: poter camminare in mezzo ad una strada affollatissima ed essere sicuro che nessuno ti avrebbe notato, sia che tu fossi il Papa, Lady Gaga nuda o Elvis Presley che aveva deciso di prendersi un giorno di vacanza. All’improvviso poteva essere chiunque e potevano essere dappertutto, a New York come a New Orleans che di lì a 4 anni sarebbe stata spazzata via da un uragano declassato (umiliante ancora di più) senza che nessuno potesse sapere chi ringraziare (o meglio si sapeva, solo che quando il nemico che si cerca è invisibile o non esiste, come si fa?).
Ma nel 2009, quando torno a New York, trovo i poliziotti alla dogana rilassati, allegri, trovo la città di nuovo sorridente, nessuno ti guarda più per strada e tutti corrono dandosi gomitate, il metro lavora 24 ore al giorno, la gente è ancora per la strada. Change we can, e stanno cambiando. Dopo 46 anni il sogno del pastore battista non è quasi più un sogno. Amor omnia vincit.
Però quel giorno deve aver scosso molte menti e molte tasche, dato che le speculazioni basate sul nulla hanno cominciato a levitare, sulla scorta di un live fast, die young che, a ben vedere, altro non era se non pura follia e che ha colpito tutti, dai ricchi gruppi bancari alle case produttrici di latte che costruivano matrioske finanziarie con documenti di vecchi pensionati ignari multi-miliardari e che alla fine hanno provocato un crollo vertiginoso di tutto. Crollo nel quale la gente ha cominciato anche a riscoprire che forse si può guardare anche il vicino e che guardarlo prima e rivolgergli lentamente un saluto prima, due parole poi e magari invitarlo a casa per un caffè non è essere ingenui, ma scoprire che la connessione tra persone può fare la differenza in momenti in cui le risorse scarseggiano. E allora non conta da dove vieni o cosa fai (in questo – e lo so che questa cosa non pace a molti – i paesi anglofoni, USA in testa, sono maestri del fare di un calderone un qualcosa che marcia in comune verso una direzione.) Conta solo cosa puoi fare e cosa possiamo fare insieme. Amor omnia vincit.
Poi il giorno di santo Stefano, il primo martire, un subcontinente viene sommerso da un’onda (lo diceva Bob Dylan: “ho sentito il rombo di un’onda che poteva sommergere tutto il mondo”). Un mio caro amico, esperto volontario della protezione civile (era stato anche a Barn nel 2003) parte e si guadagna la seconda onorificenza al valor civile. A discapito della sua tranquillità. Per quattro lunghi mesi dal suo ritorno si è praticamente vergognato di uscire da casa, shockato da ciò che aveva visto e, credo anche, disperato dal non poter fare di più. Ma poi una moglie e due figli bellissimi fanno quello che ognuno dovrebbe fare e le nuvole lentamente si dissipano. Amor omnia vincit.
E quindi qui si capisce come, davanti ad un decennio disgraziato che ha visto più piaghe dai tempi della schiavitù egizia, esistano comunque delle cose che riescono a crescere e a fiorire pur in questa immensa, sterminata distesa di letame.
C’è chi viene al mondo (ad esempio mio nipote)
C’è chi realizza dei sogni
C’è chi all’improvviso, da un secondo all’altro, si Innamora (non “si innamora”, proprio con la “I”) e si sposa (per esempio io me medesimo!)
C’è chi scopre il lavoro della sua vita
C’è chi sviluppa una passione che l’accompagna e lo rende più vivo (a volte basta anche un rasoio)
C’è chi trova la felicità e la serenità
C’è chi si libera di un giogo o di un incubo…
E tutte queste, quando devono succedere, accadono indipendentemente da tutto e da tutti.
Alla fine è proprio vero: amor omnia vincit.

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