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L'illuminazione

January 21, 2009 | 5 Comments

Stamani, mentre scendevo a vedere se c’era posta, ho avuto un’illuminazione, di quelle di tipo Zen direi.
Proprio oggi che il sole entra nell’Acquario, il segno che odio in assoluto di più (non me ne vogliano tutti gli acquari che non conosco, praticamente il 99,999999999999% della popolazione attiva).
Amo fare quello che faccio.
Adoro tradurre. Adoro tradurre libri, DVD, riportare in un’altra lingua il pensiero di altre persone.
Mi piace farlo, lo faccio bene (lo dicono gli altri prima di me, almeno quegli autori e trainer che, per contratto, vogliono i miei servigi).
Spesso ho resistenze, paure, ruggine nei confronti della traduzione, ma perché dentro di me c’è qualcosa che ancora ogni tanto fa capolino e mi dice che non posso fare davvero ciò che mi piace, non è un vero e proprio lavoro.
Mi sono illuminato.
La mia giornata è cambiata. È cambiata la camminata, sono cambiati i pensieri. È stata una svolta.
Non so se si tratta di vision, mission o ambition, o di niente di tutto ciò. Mi sembra soltanto di essere balzato sulla vetta della piramide. Direttamente allo spirito, saltando il resto. All’improvviso.
In attesa di uccidere definitivamente il mostro, mi rallegro per questa illuminazione, giunta mentre aprivo la porta di casa. Ricorda il monaco che asciuga la ciotola di riso dopo aver interrogato il maestro, non vi pare?

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“The Star Spangled Banner”, che Jimi Hendrix da quel catino di Woodstock martirizzò a tal punto da renderlo vivo e bellissimo, è l’inno degli Stati Uniti d’America. La sua genesi è avvolta nella leggenda, ma da quello che è lecito capire le parole sono quasi certamente da ascrivere a Francis Scott Key, avvocato e poeta inglese, nel Settembre del 1814. Sulla musica un po’ più di rumore, anche perché è fortemente plausibile che la melodia provenga da una cantata massonica, i cui ideali, come si sa, stanno alla base della rivoluzione americana ma anche dell’Italia unita.
Non è possibile andare in giro negli Stati Uniti senza sentire l’inno nazionale: in tutte le manifestazioni, da quelle roboanti alle partite di baseball dei ragazzini, viene immancabilmente cantato. Curiosamente, oggi Aretha Franklin ha aperto le danze cantando il vecchio innmo nazionale, che tanto rassomiglia al “God Save the Quenn” di oltreoceano. Entrambi in 3/4, come “The Star Spangled Banner”.
Oggi “la terra dell’uomo libero e la casa del coraggioso” ha visto insediarsi Barak Obama.
Si vocifera che anche il discorso odierno sia stato scritto da Jon Favreau, classe 1981, che dal 2005 fa parte del suo staff.
Se da una parte tutti parlano della lucidità e della personalità di questo nuovo presidente, pensiamo addirittura alle qualità enormi di questo ragazzo non ancora trentenne, così indispensabile da far pare indissolubile dello staff presidenziale. A dimostrazione che la preparazione, la visione e la coerenza appartengono ai vecchi e ai bambini che sanno cosa stanno facendo e cosa stanno dicendo.
Non è stato un discorso epico e roboante come l’”I have a dream” della marcia su Washington, di quell’agosto 1963 che ha in un certo senso spianato le menti alle varie possibilità. Free at last gridava il Reverendo King, prima di lasciare il palco ad un imberbe Bob Dylan. Ma la voce di Obama ha risuonato ferma e calda nelle orecchie di chi era lì, e nelle case del mondo.
Un tono di voce risoluto e fermo, una gestualità minima (in barba a chi racconta di prodigi illusionistici) e l’aspetto di un albero ben piantato fin dalle radici.
Sulla Bibbia di Lincoln un altro ha giurato.
Buon lavoro a Barak Obama e a Jon Favreau.

Jan

9

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Oggi ho ricevuto un’email che parlava del mio libro.
Credo che questa meraviglia parli più di ogni altra cosa!
Ancora non ce l’abbiamo fatta a battere il record di viste: arrivati a 20818 anziché 20940. Per poco!
Rimettiamoci di buona lena. Vogliamo arrivare a 25.000!
Per il rasoio e per il libro!

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