Oct
31
Incontri con la storia: Mario Lodi
October 31, 2006 | 6 Comments
Mario Lodi ci riceve, in uno degli ultimi splendidi venerdì mattina di Ottobre, nel suo quartier generale a Drizzona.
Lì, nel corso degli anni, si sono avvicendati numerosi bambini, sono andati a trovarlo molti insegnanti, ma lui è rimasto sempre il punto di riferimento, il faro splendente per quegli educatori traghettatori di nuove anime che i tempi e le riforme recenti fanno navigare in acque sempre più scure e torbide.
Ci accoglie con gentilezza ed entusiasmo. Gli anni non hanno minato nè il fisico nè lo spirito. Solo un velo sottile e leggero come una patina trasparente si adagia sui suoi occhi azzurrissimi. Il velo della saggezza.
Mario Lodi è la storia, già lo sappiamo. Ed è proprio durante la conversazione, cordiale, mirata ed informale, che se ne ha la definitiva certezza. Parliamo di bambini, di scuola elementare, di come gli insegnamenti basati sui metodi direttivi siano una minaccia alla creatività ed alla libertà di espressione di un bambino. Di come egli sia già in grado di separare le cose ed i concetti, di come la sua funzione ed il suo status di fanciullo siano sempre più minati da una televisione che offre un’educazione e degli esempi detestabili. E tornano alla mente i suoi libri: “La tivù a capotavola” (ormai esaurito, come tutti i libri indispensabili. E nessuno che pensi a ristamparlo) o “A Tv spenta”, per fortuna ancora disponibile sul mercato.
Lodi si interessa ancora di più alla nostra conversazione quando gli ricordo don Lorenzo Milani, il Priore di Barbiana e la sua scuola prototipo di quello spirito di integrazione, solidarietà e mutua assistenza che ancora non siamo riusciti ad applicare in nessun campo.
Ma soprattutto si illumina quando il discorso finisce immancabilmente su Vigotskij.
Ed è meraviglioso trovare un maestro ottantenne che conosce l’opera, il messaggio ed il lascito di quello che è probabilmente allo stesso tempo il più grande ed il più ignorato psicologo in veste sociale di tutti i tempi. Vorrei chiedergli come ha fatto ad entrare in contatto con i lavori del russo, sopravvissuti ai roghi staliniani ed introdotti ufficialmente in Italia solo nel 1990 grazie alla traduzione di Luciano Mecacci; ma è chiaro che Lodi conosce Vigotskij, e lo conosce da tanto tempo. E quindi la domanda non ha ragione d’essere.
Parliamo di come stia cambiando l’istruzione, ed allora ci fa vedere la mostra che sta allestendo: i quadri dei bambini, le varie visioni su un tema. Lavori notevoli, pieni di vitalità , di intensità , colore e senso dello spazio e del tempo. Tante visioni diverse perchè frutto di un’educazione che anziché instillare un pensiero comune e castrare le individualità fa di tutto per incoraggiarle. Scompaiono i voti, le valutazioni; si lascia al bambino la sua dimensione.
Ormai è quasi mezzogiorno, e la nostra visita – a malincuore – finisce. In mano ho “Cipì” e “A Tv spenta”.
Leggo nelle sere successive “Cipì”, e mi rendo conto che non avrebbe mai potuto essere stato scritto senza i ragazzi, giustamente menzionati come autori assieme al loro maestro.
Un racconto sincero, arricchito da illustrazioni, dove si mescolano l’entusiasmo per la scoperta della vita, la solidarietà ed il senso del gruppo, le difficoltà ad essere creduto senza una prova ma anche elementi tipicamente favolistici ed archetipici, come il Signore della Notte che tanto ricorda la regina omonima del “Flauto magico”: apparentemente l’incarnazione della beatitudine ed in realtà una minaccia senza ritorno.
É molto più intenso della “Storia della gabbianella e del gatto”, dove la solidarietà è tra classi e razze diverse ma dove prevale l’elemento favolistico ed il bell’impiantito dello scrittore.
“Cipì” è un piccolo principe piadenese che, a differenza di quello che addomestica la volpe, vive in una comunità e con essa si confronta, oltre a fare di tutto per dare il suo contributo nonostante le molte difficoltà .
Contributo all’educazione che Lodi, nonostante gli anni, continua a dare incessantemente, anche grazie all’aiuto della figlia.
Oct
24
Papa Luciani secondo gli altri
October 24, 2006 | Leave a Comment
Se da un certo punto di vista il primo episodio del film su Albino Luciani ne aveva delineato i tratti in modo abbastanza verosimile, questa seconda puntata, interamente dedicata al suo pontificato, lascia non poche ombre.
Luciani appare come un piccolo montanaro messo lì per caso che crea soprattutto scompiglio fra gli addetti ai lavori, mentre invece i suoi 33 giorni di regno furono segnati soprattutto dal problema degli scandali finanziari e dalla ricerca di una comunicatività verso le persone che il tempo aveva scalfito, sia grazie al papa principe che al regno di Montini.
Non vi è il minimo accenno al ritorno di Benelli in Vaticano, del trasferimento di Marcinkus e di Villot, che lì appare alla fine come persona devota mentre invece la sua figura in realtà ricorda quella di colui che di nascosto tende le trame di qualcosa di oscuro.
Non troppo oscure per David Yallop, che da sempre ha parlato di omicidio.
Così come era vero che Luciani nei giorni precedenti la sua scomparsa era tutto meno che (così tanto) cagionevole di salute.
Insomma, questo film non ha fatto un buon lavoro, soprattutto nella seconda parte. Considerando che ha appena delineato i tratti di una figura profonda che se fosse vissuta più a lungo avrebbe senz’altro innovato, questo film è riuscito meno della metà .
Comunque, Neri Marcorè è bravissimo. Camminava come Luciani.
Oct
24
Bob Dylan a Sassuolo
October 24, 2006 | 2 Comments
Giovedì sera al Teatro Carani di Sassuolo (MO), concerto tributo a Bob Dylan.
Ingresso libero.
Oct
23
Il film sull'ultimo papa italiano
October 23, 2006 | 2 Comments
Appena finito di vedere la prima puntata del film in due parti su Albino Luciani, non pochi interrogativi rimangono. Perchè, in fin dei conti, si è voluto fare qualcosa di politically correct.
Non si sono menzionati alcuni degli episodi più interessanti dell’operato di Luciani antecedenti la sua nomina al Soglio di Pietro.
Se da una parte si è ben sottolineata la sua linea a favore della pillola anticoncezionale (e lì mi domando come Ratzinger, che lo ha visto in anteprima, nulla abbia detto), d’altro lato si è parlato in fase molto romanzata. Mi viene in mente l’operaio che parlava a Marghera che aspetta il Patriarca sulla soglia, dandogli la notizia dell’affitto. Ci sono delle inesattezze che è bene sottolineare.
É vero, Luciani vestiva come un prete normale, ed aveva rinunciato al motoscafo. Per Venezia, si spostava in bicicletta e, quando ne aveva bisogno, chiedeva l’utilizzo di un mezzo da parte dell’Arma o della Guardia di Finanza. Lì invece si vede al timone un uomo che tutto sembra meno che un militare.
Seconda di poi, il fatto avvenne a Conegliano e l’uomo a cui il chierico diede lo sfratto non era un operaio di Marghera, ma un professore padre di famiglia, al quale lo stesso Luciani concesse ospitalità all’interno del Palazzo Apostolico (a Conegliano quindi), salvo poi incontrare il malumore e le critiche del clero, e donando allo sfrattato tre milioni con un assegno (che l’uomo ancora conservava dopo vari anni) tali da permettergli di pagarsi un affitto o un albergo fin quando non avesse potuto porre rimedio alla sua situazione.
Esatta la storia del Don Orione, anche se la cosa fece ancora più scalpore, visto che all’asta furono messe anche cose di un ingente valore, fra cui la croce che fu di Papa Giovanni (che invece nello sceneggiato finisce a Coimbra).
Sostanzialmente, poi, il colloquio con Suor Teresa, benché romanzato, ne rispetta – per quanto ne sappiamo – il contenuto.
Mai si parla del fatto che Luciani avesse discusso un tesi su un chierico scomodo e che parlasse fluidamente molte lingue, tra cui anche inglese e portoghese, cosa che rese possibile il colloquio con la pastorella di Fatima.
Ed è questo aspetto della persona di Luciani che tende ad essere ripetutamente ignorato, sempre in favore del papa del sorriso. Se le poche immagini del suo pontificato ce lo ritraggono spesso sorridente, è ben vero che la sua era la tipica determinazione del montanaro, quella di un uomo che, appena fissato un punto, non smetteva di operare fin quando non l’aveva raggiunto.
Oct
20
Il secondo toscano che bestemmia in tv
October 20, 2006 | 6 Comments
“L’isola dei famosi” espelle Massimo Ceccherini, reo di aver bestemmiato in diretta.
Reo è poi parola assolutamente inappropriata, visto che la bestemmia non è reato. E allora, se non è reato, ci dovrà pur essere una buona ragione.
Partiamo però da una semplice considerazione: perchè, tra tanti, hanno scelto Massimo Ceccherini? Non è una celebrità in crisi (è sugli schermi col nuovo “N” di Virzì), non credo sia malata di video-dipendenza… e allora perchè? E se fosse perchè la sua comicità è, come si dice, di bassa lega, volgare, monotematica? Che l’abbiano scelto per questo, perchè – in un’isola tropicale dove le varie bellimbuste (soprattutto bei busti) se ne stanno tutte scollacciate – il toscanaccio ignorante e arrapato fa ridere? Le possibilità che Ceccherini sfornasse una serie di parolacce e mettesse le mani addosso a qualcuna erano talmente alte da essere quasi certe.
Ed infatti… bum!
Ma parliamoci chiaro: non era forse quello che volevano? Possibile che non capiscano che tenere delle persone in un isolamento costante (ancorchè volontario) provoca delle distorsioni percettive? Nessuno di voi è mai stato per un fine settimana in un raduno meditativo, magari in alta montagna, senza televisione, giornali, telefoni o altro mezzo di contatto col mondo? Ve lo immaginate come ci si sente dopo oltre un mese?
Ormai i “reality show” impazzano dappertutto, ma a sentire la gente nessuno ne può più. Eppure continuano a trasmetterli, segno che a loro conviene. E con che cosa si misura la convenienza, se non col denaro?
E allora, di cosa vi stupite se Ceccherini bestemmia?
E, a magigor ragione, perchè lo si allontana?
La ragione va individuata nella moralità , o almeno così si dice.
Ma, se una moralità esiste, mi domando come sia possibile una televisione così volgare, dove mostrare le tette e il culo è una virtù e dove invece avere il suddetto nel proprio lessico ci fa arrossire. Una tv dove un tempo le starlettes dei film trash come Fenech, Del Santo, Carati, Rizzoli ecc. erano confinate nei cinema di provincia e dove invece adesso le loro “nipoti” assurgono al rango di modelli per la gioventù (si veda “Ricordati di me”, film discutibile ma che su questo punto di vista aveva ragione da vendere) e dove loro stesse vengono intervistate come donne che traggono il bilancio della loro vita. Che squallore, signori miei.
Ma li avete visti i casting per questi reality, o per le veline, dove accorrono così tante ragazze da poter fare un programma che va in onda per tutta l’estate?
E poi, è morale mettere le persone in un acquario mediatico, riprenderle giorno e notte? Sì, è vero, lo fanno per scelta, ma così alla fine si tende sempre di più a voler far apparire (o, peggio, accumunare) la vita come una trasmissione scadente (non per niente, li chiamano “reality”) e quando la trasmissione prende un tratto di vita vera si fa finta di non vedere o, peggio ancora, si arrossisce e si diventa paladini del pubblico.
Alzi la mano chi nel giro di una giornata non sente bestemmiare almeno una volta. Io la tengo abbassata perchè vivo in Toscana, dove la bestemmia (per quanto disdicevole sia) è un’arte minore.
Ma poi, anche volendo prendere tutto questo per buono, rimane un fatto: Ceccherini non ha commesso un reato, e va sotto processo. La bestemmia non è reato. Un tempo lo era (lo Stato laico…) adesso non più. Può essere una forma di maleducazione, così come lo è portare i pantaloni a vita tanto bassa da mostrare il culo a chiunque in luoghi dove la gente si raduna con finalità diverse dal divertimento.
Poi qualche pezzo grosso dice “mandiamo via l’isola dei famosi dalla Rai”. Perchè, se bestemmiano da un’altra parte la cosa vale di meno?
Un’ultima cosa: vedrete quanto guadagnerà l’ascolto di questo reality…
Oct
18
A scuola di sospetto, fermento e intolleranza
October 18, 2006 | 8 Comments
Sarà anche vero che è cambiato l’assetto della tv con la nomina dei nuovi responsabili che dovrebbero rappresentare più la sinistra che la destra, ma ciò a cui abbiamo assistito ieri è a dir poco oltraggioso.
Ma per prima cosa, condoglianze ai familiari di Alessandra Lisi.
Allora, andiamo ad esaminare il fatto: al Tg1 delle 20 si parla diffusamente dell’incidente avvenuto nella metropolitana romana, e fin qui nulla da dire. Poi assistiamo ad un intero servizio che con quella cosa non c’entra nulla: il sollievo che non sia un attacco terrorista ma allo stesso tempo l’avvertimento che potrebbe avvenire in qualunque momento e che, per rispondere ai terroristi, dobbiamo comportarci normalmente.
Ma cosa ha tutto questo a spartire con cosa è avvenuto? Appurato (dopo soli cinque minuti) che si è trattato di un incidente, perchè tornare sempre a parlare dei terroristi? Tanto, lo sappiamo a chi si riferiscono, lo sappiamo tutti.
Cosa vogliono fare? Vogliono continuare a lavarci il cervello, in modo che anche se una mattina lasciamo il portafogli a casa è colpa di una frangia di terroristi?
Nessuno ha notato che ci stiamo avvicinando sempre di più ad un clima di odio ed intolleranza razziale paragonabile a quella descritta da Ivo Andric nei suoi romanzi e racconti?
Sorprende ancora di più che tale servizio, andato in onda proprio a metà Tg, quando l’ascolto è più elevato, porti la firma di Tiziana Ferrario, spesso volto presentatore delle varie edizioni del Tg.
Qual è la logica che sta dietro tutto questo? alimentare ulteriormente un calderone che al minimo scossone è pronto a saltare in aria? Ma soprattutto, cosa c’entrano le immagini dell’attacco al World Trade Center? Perchè usare sempre immagini forti e l’arma della paura per condizionare la mente dell’utente?
Vi sembra una televisione di sinistra? A me, sinceramente, un serraglio dell’odio.
Oct
15
Fiumani goes solo
October 15, 2006 | 3 Comments
Esce in questi giorni, sempre distribuito dalla Self, “Donne mie”, secondo episodio solista di Federico Fiumani, dopo il “Confidenziale” del 1994. Sarebbe più giusto parlare di debutto, visto che il precedente altro non era se non una raccolta di brani dei Diaframma eseguiti con la sola chitarra acustica. In questo caso ci troviamo di fronte a 12 brani nuovi di zecca, sui quali prima di tutto è opportuno fare alcune considerazioni preliminari.
Questo disco Fiumani l’ha vissuto e pensato. Aveva persino deciso di inserire una cover di uno dei più grandi cantatutori italiani dei quali è sempre stato un ammiratore (no, non è De Gregori) chiamando anche altri a suonare la parte della chitarra. L’ha registrato di getto nei pressi di Siena, accompagnato da altri due musicisti, uno dei quali il tecnico di registrazione, ricorrendo a qualche sovraincisione sia vocale che strumentale.
Al primissimo ascolto, si corre il rischio di fermare il Cd dopo le prime due canzoni. Le atmosfere infatti sono differenti da quelle dei Diaframma, ed anche il modo di suonare è diverso, più pacato, i tempi più scanditi, le atmosfere più dilatate. Molte persone sostengono che in realtà i Diaframma altro non siano che una longa manu di Federico, che i musicisiti nulla dicano (o possano dire) degli arrangiamenti. Fatto sta che ascoltando questo disco ci si rende conto che i vari Foggy, Edo Daidone e tutti gli altri la loro la dicono, che l’incontro delle varie tecniche, dei gusti e quant’altro genera un’unione che Fiumani da solo non potrebbe mai raggiungere, così come nessuno di noi.
Viene da pensare al debutto solista di McCartney e poi a “Ram”. Nel primo caso i brani erano innocui, eseguiti tutti dal solo Paul; nel disco del 1971 le atmosfere sono un po’ troppo dolciastre, stucchevoli, leziose. La stessa cosa si può dire di questo disco, dove in genere regna un certo vago sapore kitch. Un kitch voluto, peraltro, perchè in più di un punto Fiumani ci stupisce e ci fa drizzare le orecchie.
Basterebbe a giustificare l’acquisto il finale del quarto brano, fino ad allora un recitativo nel miglior stile di “Bronswille Girl”, parlato con sottofondo musicale a firma Dylan-Shepard. Un colpo di genio che all’improvviso ringalluzzisce l’ascoltatore – soprattutto il fan diaframmatico più accanito – fino a lì abbastanza assopito ed in alcuni punti anche irritato. E da lì infatti le cose vanno meglio.
Le atmosfere più dilatate in alcuni punti fanno sì che Fiumani presti il fianco ad un canto a volte incerto, ma è solo un’impressione del primo ascolto. Questo disco infatti non deve essere liquidato la prima volta; va riascoltato, più degli altri.
Arriviamo quindi ai veri due gioielli del disco: “La mia ragazza dorme la domenica mattina”, dove le poche note del pianoforte sono come gocce di rugiada in un mattino di Settembre. E soprattutto “La nostalgia”, dedicata a Mario Massa, che segue ad un brano il cui testo è in alcuni punti semplicemente divertentissimo (il senso del possesso di Paola) e dove la musica è qualcosa di indecifrabile. Un brano sugli anni passati, un bilancio che è quanto di più lontano esista dalla nostalgia.
Aspettiamo, interessati, le esecuzioni dal vivo con i Diaframma.
Oct
12
Vacanze a New York? Entra in Regione
October 12, 2006 | Leave a Comment
Risale al 9 Ottobre la notizia secondo la quale il Ministro Emma Bonino avrebbe polemizzato contro lo spreco di denaro pubblico (peggio, delle sovvenzioni comunitarie) per la partecipazione di membri della Regione Campania al Columbus Day, la festa nazionale americana che si tiene oggi in tutta la Nazione.
Proprio nel giorno in cui invece tutti dovremmo ricordarci e celebrare le vittime del disastro del Vajont, di quell’Italia contadina che non serviva più a nessuno, come diceva Paolini nel suo monologo-denuncia.
E molti erano i contadini che se ne andarono a cercar fortuna nel Nuovo Mondo.
“Non c’è alcuno spreco di risorse se vengono utilizzate bene e nell’interesse della comunità ” dice Alessandra Leonardo, Presidente del Consiglio Regionale della Campania che, nell’interesse promozionale tipico della nuova gestione delle Regioni (diventate più centri di rivendita di ciò che si produce lì piuttosto che organismi dediti al buongoverno della cosa pubblica – chissà chi ha iniziato questa tendenza…) ha ben pensato di recarsi a New York con una carovana (perchè altro non può essere chimamata se non così) di 160 persone, tra cui presidenti provinciali, sindaci, assessori, addetti stampa e le immancabili mogli (dal Corriere della Sera definite “a carico dei mariti”).
Onore a Francesco D’Ercole, capogruppo di AN in Regione, che pur essendo inserito nella lista dei gitanti si è rifiutato di partire motivando tale diniego parendogli “assurdo buttar via tutti quei soldi per una mega-gita transoceanica” (fonte: Stella, cit).
La trasferta è costata svariate migliaia di Euro, 300 mila dei quali sono stati presi dai fondi europei destinati ai progetti regionali.
Anche questa è Italia, direbbe il Gabibbo.
In galera, direbbe Giorgio Bracardi.
Oct
8
Anche in Italia si commenta (e bene) "Modern Times"
October 8, 2006 | 2 Comments
L’articolo pubblicato ieri su Il Quaderno ci parla in modo molto lusinghiero del nuovo disco di Bob Dylan.
L’analisi di Beniamino Iasiello si sofferma sulla portata dei testi, dando un’ottima analisi di “Workingman’s Blues #2″ e “Ain’t Talkin’”.
Di sicuro chi ha avuto modo di avventurarsi nel rivolo dei testi di questo nuovo album sarà rimasto sorpreso da un’oscurità che quasi non lascia via di uscita. Quando infatti Chris Rollason mi ha parlato di questa qualità delle liriche, definendole più oscure di quelle di “Oh Mercy” e “Time Out of Mind”, sono rimasto sbigottito.
Ancora, devo dire la verità , non ho approfondito la loro lettura, ma devo dire che Iasiello ha colto nel segno.
Torno a dire che musicalmente “Modern Times” non mi sembra un disco eccelso, è suonato bene ma il suono è piatto. Le parole però, ancora una volta, ci offrono degli spunti interessantissimi.