Mar

21

È morto Pietro Mennea, la freccia del Sud, il mio primo idolo sportivo.
L’ho sentito mentre ero in anticamera dal dentista, in sottofondo. E mi sono sorpreso quando all’improvviso mi è scesa una lacrima.
Era il 1984 e io tifavo per quell’atleta non molto dotato fisicamente ma che con la determinazione e la tenacia aveva stabilito 5 anni prima un record che sarebbe durato fino al 1996, poi passato a Michael Johnson, subito prima di Bolt.
Uno che aveva smesso per la seconda volta dopo essersi fatto la prima iniezione di una sostanza proibita quando, guardandosi allo specchio, aveva capito che non era cosa.
Lui e Vittori, quando l’abbigliamento tecnico lo avevano solo i protagonisti di Star Treck ed i cronometri erano a lancette. A sentirlo adesso sembrano passati mille anni!
E mi rendo conto che ne son passati quasi 30, di anni, eppure sembra ieri. Guardandolo pensai di fare atletica, ma mia madre come al solito mi liquidò: “Hai i piedi piatti e le gambe torte”.
Eppure Pietro sembrava quasi gobbo, sempre ingrugnito, e partiva pure male, come quella finale a Mosca che, se avessero corso i 198 metri, avrebbe sicuramente perso.
Questo è veramente il primo horcrux della mia giovinezza che si rompe.
Ciao Pietro.

Dec

3

Mi sono appena venuti a dire che è stato pubblicato su Youtube il discorso che Matteo Renzi ha pronunciato ieri.
L’ho visto, ho letto i commenti sottostanti e soprattutto l’ho ascoltato.
Devo dire che mi fanno ridere i commenti di tanta gente: qualcuno dice “forse abbiamo perso un’occasione” e qualcuno risponde “sì, di togliercelo da qui!” Peccato che chi l’ha detto non viva a Firenze. Ma che volete, la gente apre la bocca e le dà fiato, e dietro la tastiera di un pc è tanto più facile, ancora di più se lo si fa da un network mondiale, un po’ meno se lo si fa dla proprio sito.
A parte questo, dico che ancora una volta ci siamo fatti prendere da un male tipicamente italiano e tipicamente tipico degli ultimi 30 anni: lasciare gli under 50 fuori da tutto e da tutti. Quando nel 1974 Antognoni debuttò in nazionale aveva 20 anni; oggi nessuno a quell’età lo fa più, in media ne hanno dai 25 ai 28. Per gli sport, i cinquantenni, appunto.
Da una certo punto si dice che chi ha più anni ha più esperienza, e su questo in generale non si può dire di no. D’altro canto chi ha più esperienza ha normalmente più vissuto e maggiore interesse a mantenere alcune cose così come sono, e non necessariamente questo status quo coincide con gli interessi di tutto. Se un conquantenne (o, come avviene qui da noi, un sessanta-settant’enne) si brucia, poco male, ormai il suo lo ha già fatto – e se non lo ha fatto vuol dire che qualcosa comunque gli è mancato e non sarà certo il tempo a ridarglielo. Un poco più che trentacinquenne invece mette molte più cose a rischio.
Poi, e mettiamo in conto anche quello, c’è un altro fattore, evidenziato anche da una pubblicità recente: il girone degli invidiosi. Se possiamo dire la nostra, lasciamo che molte cose non avvengano non tanto perché non pensiamo che siano la cosa giusta, ma perché invidiamo la persona che le incarna e quindi meglio far morire sansone con tutti i filistei (o Maciste coi farisei, per dirla alla Benigni) che non dare via libera a qualcuno. Come a dire che in quel modo si dava un’occasione solo a lui, non anche a noi.
renzi ci sa fare con le parole e con la gente, chi lo nega ha il prosciutto sugli occhi. Sfrutta appieno quello che è il pr9ncipio di utilizzazione. ieri, nel discorso, quando diceva che era lui solo ad aver perso attingeva a piene mani dal discorso che Al PAcino fa in Ogni maledetta domanica. Quando ha inanelato quella serie infinita di ne sarà valsa la pena ha citato in maniera letterale una delle più belle poesie del ’900, The Love Song of J. Alfred Prurock di T.S.Eliot, per inciso la mia poesia preferita in assoluto.
E anche qui Matteo Renzi si distingue su tanti altri: per l’uso di numerose fonti e numerose simbologie, filosofie e idee. In alter parole, per aver usato la cultura. Una cosa che sempre meno persone hanno, che molti cercano di estinguere e che addirittura viene vista come una malattia. Si permette alla gente di fare errori marchiani – si usano obbrobri loinguistici come ginocchia come plurale di ginocchio (il plurale è ginocchi; ginocchia lo si usa per indicare i ginocchi di una collettività; quindi i vostri sono i gnocchi, così come gli orecchi); sis crive un po’ con l’accento (esatto, un pò). Lo diceva già Rumi: chi non può esprimersi è un prigioniero, e lo vediamo nella costante e crescente violenza fisica che dilaga in ogni luogo dove il tasso di alfabetizzazione è basso (anche in Italia con gli stranieri).
Matteo Renzi si è presentato da 37enne in un mondo di ultrasessant’enni, e tutti lo hanno chiamato un ragazzino. Anche chi ha meno anni di lui. Bravi, ci siete cascati!
Onore a Bersani, che ha saputo plasmare al meglio tutto questo, a partire dall’apparato e dalla struttura del partito, che non ha certo la forma mentis renziana. Onore a Bersani, che ha saputo resistere al vulcano del Sindaco di Firenze.
Onore a Bersani, che ha vinto.

Nov

18

Don’t talk of love. Well, I heard that word before…
Sul terrazzo del Majesty fa ancora caldo, è il 13 novembre ma solo un po’ di vento rende la temperatura apparentemente meno estiva, ma solo apparentemente.
Penso che l’altro giorno mi sono svegliato pensando a Jane che portava una ciocca dei tuoi capelli. E quella era una lettera, il destinatario non si è mai saputo, almeno io non lo conosco.
E I am a Rock è finita, adesso c’è America che, con quel solo finale, mi fa pensare a quando ho fatto quel tritello di chilometri e in Piazzale Vittorio Veneto gremito da bancarelle e ristoranti per la festa del PD io sfrecciavo con le braccia aperte a mo’ di aeroplanino, l’aeroplanino che da poco era arrivato in città per risollevare le sorti della squadra e, a oggi, sembra esserci riuscito.
Adriano è nato da pochi giorni, io ho fatto finta di non saperlo, in effetti me la son presa un po’ quando la notizia mi è arrivata, più che di rinterzo, proprio da una direzione che non mi aspettavo.
Ancora un po’ di vento, ma fa caldo, fa caldo davvero, tra palme e rampicanti è davvero un paesaggio di altri luoghi. Le buganvilee mi fanno pensare a Lisbona.
E mi torna in mente quella foto sfuocata, mentre sulla destra il micione soriano, snello ed elegante, salta.
Mamma che talento ha Natalie Merchant! E quel brano che ho scritto scimmiottandola. Ma quanto sono bravo a fare gli altri! Mah!
E poi Rosa ha ragione: a Bologna son proprio approssimativi.
Santa voglia di vivere con la dolce venere di Rimmel. A questo mi fa pensare l’attacco di How You’ve Grown che in questo primo meriggio di metà novembre, così irreale per il caldo, mi fa partire la testa come il rotolo della telescrivente su cui Kerouac scrisse On the Road e la reazione di Truman Capote, così risentita tanto da dire che quello non era scrivere ma battere a macchina. Ma il finale di OTR è bello, così come il gatto alla fine di Breakfast at Tiffany’s. E mi mancano i miei gatti.
Come si respira New York in Capote, Fitzgerald, Dylan 62-65 e Woody Allen fino agli anni ’80. Ma anche Sidewalks of New York è un bel film.
Circle Dream è proprio ipnotica. E comunque in generale l’idea di utilizzare i fagotti come una sorta di violoncello a fiato è notevole.
Rag of your heart.
E l’immancabile blocco se voglio scrivere un testo!
As the willow bends caressing green cactus as the flying plane sounds in the distance where my eyes can’t see.
And Kerouac with his cigarette on that book cover, how could he tell it was over? Was it the vanity of Dulouz that made him blind? Blind to my eyes, blind to his own eyes as you smile and kiss me with your green eyes.
I need fuel, I need fuel, something to tangle up my heart, from the start, for the art, like a part, playing darts.
Amo For No One e il corno che dipinge le nebbie.
Smiling green eyes kissing me. They say they like my lips.
“Wherever you’re going I’m going your way.” E poi la seconda strofa che recitai a Steve a Locarno.
E la conversazione con lui ieri sera, è stata illuminante.
Siamo sempre dietro la stessa estremità dell’arcobaleno, proprio dietro la curva… è lì che mi troverai, da qualche parte, ma oltre, non sopra, l’arcobaleno.
Il tempo è cambiato in maniera così repentina, pochi secondi e piove. È chiaro che it’s all over now.
A casa.
Non vedo l’ora.

Feb

13

Ho appena finito di vedere un’altra puntata di Castle. Ascoltavo in particolare il brano che faceva da sottofondo, col pianoforte che scandiva ininterrotte quei filari di sedicesimi che facevano da sottofondo ad una bella melodia. Allora ho pensato a All Days Are Nights di Rufus Wainwright (se non ce l’avete prendetelo; è il disco più bello degli ultimi dieci anni) e allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere delle nuove canzoni, come ho fatto più o meno ininterrottamente fino a cinque anni fa.
Fin quando non mi è venuto un bruttissimo pensiero: ormai non sono più in grado di farlo.
Da ormai molto tempo c’è soltanto qualche abbozzo di testo, uno effettivamente completato che risale però a… mi correggo, sono tre, tutti scritti tra l’8 e il 13 gennaio 2009. Di due effettivamente c’è anche la musica, registrata da qualche parte, filmata col telefono, che all’epoca era il Samsung Omnia. Ce l’ho ancora, quindi avrò ancora quelle melodie, anche se ripensandoci mi vengono in mente.
Insomma, se facessi il songrwiter uscirebbe un mio disco ogni 7-8 anni. Mamma mia, per quei tempi bisogna essere dei mostri sacri!
È quello che succede a non coltivare mai troppo quello che si fa e che ci piace. Autori e musicisti famosi, che hanno all’attivo dischi che hanno venduto financo 200,000 copie e che sono considerati pietre miliari di un vecchio genere, si erano addirittura offerti di produrmelo. Ma la mia ignavia ha prevalso.
E ora mi dispiace in effetti.
Sì, perché noi che abbiamo passato i quaranta (e siamo entrati in una fase di decenni che termina in una desinenza che prenderà molta della nostra vita ancora da vivere) siamo ancora legati agli album intesi come flusso continuo di 10-15 brani, addirittura ai concept, da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band a The Wall. E adesso che pubblicare non costa più niente, coi negozi di musica online, sembra addirittura perso quel gusto di fare la gavetta tra produttori talentuosi o biechi sfruttatori, un mondo popolato ad un estremo da George Martin e dall’altro dal Colonnello, quel furbone di Tom Parker.
E alla fine, di brani non ne scrivo più. Di grandi brani, se mai ne ho scritti, ancora meno.
Vabbè, che ci volete fare?

Jan

29

Rimbalzando qua e là su Facebook, vedo nel profilo di una conoscente questo articolo che vado a leggere con molto interesse.
Immediatamente mi vengono alla mente molte cose: dalle amiche bloggatrici che resistono e che mai cessano di far sentire la loro voce ai ricordi della mia adolescenza che si apprestava al giro di boa della maggiore età.
E che c’azzecca, mi chiederete voi?
C’azzecca, c’azzecca!
Cito letteralmente dall’articolo:
“Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».”
Allora, facciamo le bucce a questa frase. È vero, un’esistenza significativa va oltre le necessità materiali. Peccato che in questo Paese malato altro non abbiamo se non quelle. Non tutto si può comprare col denaro (anche perché non ce n’è troppo in giro, almeno ridistribuito in maniera minimamente decente) ma purtroppo tutti si fanno comprare. Anche quando non si vendono – perché il prezzo è troppo basso. Anche quando non si vendono per denaro, ma per andare a dire “non sono riusciti a comprarmi,” magari davanti a gente che fatica a tirare avanti, come purtroppo mi è capitato di sentire ad una cena di amici, da una persona che ha più volte dato prova di una solida impalcatura etica ed umana e che invece alla fine, almeno in quell’occasione (speriamo solo in quella) è caduta vittima del male dell’Ecclesiaste – la vanità (come la mia, che cito a destra e a manca vantandomi della mia memoria elefantiaca. Ma sapete, così poche cose danno soddisfazione e in più non costano niente!)
Un paese più ricco è uno dove le persone soffrono meno. È talmente vero che fa venire i brividi, soprattutto dopo aver saputo (me l’ha detto mio padre al telefono) che dall’inizio dell’anno i caduti sul lavoro sono 56, due al giorno!
Eccolo lì il nostro sollievo. Non sentirlo nei telegiornali, concentrarsi sui baccanali orgiastici e sulla satira (praticamente, abbiamo lo stesso grado di partecipazione alla cosa pubblica dei romani al tempo di Nerone!)
A mia memoria, questa situazione affonda radici molto, molto profonde. A mia memoria, il che significa che probabilmente è ancora più antica.
Faccio un esempio.
Gli anni ’80. Chi se li ricorda? Il matrimonio tra Carlo e Diana, McEnroe che espugna il trono di Wimbledon, John Lennon assassinato mentre rientra a casa, il terremoto in Irpinia, la prima grande tragedia ripresa in diretta tv (Rai pionieristica!) tutti ad aspettare il 1984 di orwelliana memoria (diamo la colpa a lui del Grande Fratello, neh!) il mondiale dell’82, la tripletta di Rossi al Brasile, il ponte dei frati neri a Londra…
Dopo il boom del miracolo economico, si comincia a sentire parlare di borsa. C’è il crack Ambrosiano, qualche altra impennata in basso, ma in generale i mercati gonfiano, gonfiano e crescono, chi ha un capitale di base si lancia, chi è spregiudicato fa letteralmente i miliardi.
Il parente ricco che da anni vive a Milano compra due case al mare; la seconda è a Forte dei Marmi. Tutti a fare la fila per venerarlo, a baciargli l’anello. Io dopo tre anni decido: vado a fare le vacanze lì.
E ci vado per tre anni. Conosco figli e figlie (gaudium magnum) di rampolli, manager di grido, banchieri e banchieresse. Con pochissime eccezioni, i figli di questi difettano di cultura, educazione, sono smargiassi, irrispettosi dell’ambiente, chiamano i collaboratori domestici servi. Quando allo spuntare dei 18 anni prendono la patente, hanno sotto il culo come minimo la Maserati. Non hanno senso del denaro, ma soprattutto incorporano l’idea che il denaro li renda immuni. Alcuni di loro hanno la ragazza che ha fatto lo spot del Calippo. Veline, anno primo.
Conosco anche alcuni dei cosiddetti vip. Tra tutti quelli, la persona più cordiale, squisita ed educata che ricordo è Adriano Panatta, un vero signore, persona sempre gentile, affabile e mai sopra le righe (lui, che avrebbe potuto mettere in piazza il suo talento, più degli altri messi insieme.)
E lì io perdo la mia occasione. Mi annoio e non ci vado più. perdo la mia occasione di vedere in prima persona il gap che separa il paninaro dal parlamentare, come il primo diventi naturalmente il secondo. Mannaggia a me!
Nel frattempo però, al termine del decennio successivo, salto sul volo per gli States ed assisto ad una fenomenologia diversa. Più o meno nel corrispettivo strato sociale del versante Versilia (più più che meno), mi trovo davanti a gente che fa beneficenza, assicura un programma di sviluppo all’ONU, la madre della girlfrienda di quel tempo addirittura rischia nome e reputazione per sostenere Al Gore alle presidenziali (sì, ho incontrato anche lui!) e dopo la sconfitta conosce un attimo di flessione, poi io, come dice Shakespeare, exeunt e quindi più niente so, tranne che i programmi umanitari continuano.
Conosco anche gli italiani che sono andati lì al lavoro. Menti brillanti, argute (per esempio Giandomenico Picco, che tutti o quasi ignorano, ma che è stato l’artefice di una delle operazione diplomatiche in Medio Oriente che ha consentito a numerosi nostri soldati del contingente di pace in vicino e medio Oriente di tornare a casa sani e salvi) che ai miei occhi mostrano un distacco sempre più evidente dall’Italia. All’inizio penso siano degli snob. Anni dopo capisco perché.
Quando torno definitivamente in Italia, si entra nell’Euro. I furbi fanno razzia. Tutti noi pagheremo pochi anni dopo.
La situazione, nonché la struttura che si è creata, è tale che purtroppo io non credo al fatto che la maggior parte delle persone non pensi che la realizzazione sia andare in giro firmati da capo a piedi. Purtroppo anche quelli che non lo fanno spesso adottano questo comportamento per reazione all’altro. Insomma, ormai ci hanno contaminato. Qualcuno di voi ricorda Topo Galileo con Beppe Grillo? Fanno la festa per raccogliere denaro per il contaminato dalle radiazioni. Quando il contaminato arriva (la festa è per lui) tutti scappano scandalizzati e per la stizza nessuno dà niente.
Quello che so è che dall’inizio dell’anno ci sono stati 56 morti sul lavoro, una media di 2 al giorno, dei quali nessuno parla. Nessuno si impegna a creare, a partire dal suo piccolo, una rete che oltre a dare benefici a se stessi dia anche lavoro e contatti agli altri. Chi lo fa spesso e volentieri deve guardarsi alle spalle perché le persone che chiama sono pronte a fregarlo dietro le spalle, in un sistema che non è stimolo e concorrenza quanto piuttosto la logica del mettìncùlo (per dirlo alla Mel Brooks.)
A fare la coda per andare alle feste a casa dei potenti si arriva cominciando così.
E noi, in questo lembo di mondo, è da mo’ che si fa così!

Jan

9

Qualche tempo fa avevo letto di Joan Baez ricoverata in ospedale dopo essere caduta da un albero. Aveva dormito lì per sentire meglio gli uccellini cantare. Ed il volo era stato notevole, c’è chi dice addirittura intorno ai 6 metri.
E oggi Joan Baez compie 70 anni. Non so come sia la sua voce ultimamente, ma dieci anni fa risuonava ancora cristallina, calda, precisa e potente quando, staccatasi dal microfono, si poteva sentire in tutta Piazza Anfiteatro a Lucca. Più tardi, scambiammo qualche parola, io che per un po’ di tempo avevo abitato a pochi metri da casa sua Carmel e che come vicina avevo una sua ex vicina di casa. Mi baciò sulla guancia; di quell’incontro mi rimane il biglietto autografato ed il ricordo di una giovane signora scalza sul selciato di una piazza che poggia su vestigia romane.
Auguri, Miss Baez.

Jan

4

Siamo tornati

January 4, 2011 | Leave a Comment

Buon 2011 a tutti!
Come sapete, sono stato a lungo inattivo, o più che inattivo, ho avuto problemi, che ancora non ho capito,. col blog.
Tutto risolto nel senso di spostare tutto in un’altra directory.
Il che mi ha dato la possibilità di cambiare indicizzazione e tanto altro.
Allora, avanti verso nuove incredibili avventure.
E ben ritrovati a tutti.
Ancora buon 2011.

Oct

11

A volte assistiamo a delle epifanie semplicemente straordinarie, date dal riuscire a catturare un momento e dilatarlo nel tempo. I maestri indiscussi di tale arte sono, inutile dirlo, i fotografi, ma ci sono altri che ci riescono, ad esempio i poeti, o quei musicisti che a volte sviluppano i loro temi e le loro variazioni sulla scorta di un episodio di durata millesimale.
Fa lo stesso James Blunt in “You’re Beautiful,” brano che fino ad oggi avevo solo ascolticchiato distrattamente, con questa vocina in falsetto che mi piace ma che dopo un po’ diventa un po’ troppo… troppo, a volte proprio troppo.
Sostanzialmente, la storia è quella di un volto scorto in un luogo affollato, una donna che già si accompagna ad un altro uomo, ma non importa, perché è bella e questo basta. Basta soltanto averla vista per dilatare quel momento all’infinito.
Letto così, il brano è decisamente più affascinante. Come dice lo stesso autore così “la vita è brillante.”

Oct

8

Il ricevitore nella segale, meglio conosciuto come il giovane Holden a cui fa eco il vecchio Alex di brizziana memoria. Ecco di cosa hanno bisogno i bambini.
Torna, catcher. Dove sei andato, Holden, adesso che più che mai abbiamo bisogno di te?
Ancora di più adesso, che questi bambini poi adolescenti vivono una vita rubata, alla quale sottraggono la gioia dell’infanzia, accelerano l’adolescenza per farli diventare adulti solo nel fisico e nelle movenze, con una testa incapace di reggere alle pressioni degli scafati, a chi li vede solo come un mercato da conquistare, a chi li priva del futuro con contratti di lavoro che un tempo avevano sigle che facevano il verso alle galline. Ai mostri.
Avere 5000 contatti su Facebook e non sapere con chi andare in vacanza, come dice Jonathan Coe nel suo ultimo libro.
Dov’è andato Holden, l’irrequieto ragazzino che alla fine sta sempre al bordo del campo per evitare che i bambini cadano giù, come in una terra piatta?
Chi si è mangiato Holden? Chi è l’uomo nero?
Non è solo lo zio che uccide la nipote e la violenta un’ora dopo. Non è solo chi torna a casa e picchia la moglie, sevizia i bambini e non appena varca quella soglia in uscita rimette gli abiti del vicino cordiale. Tutti a modo i serial killer, i mostri mediatici. Tutti i vicini che sorridono alle tv a dire che era gentile, salutava sempre, aiutava le vecchiette ad attraversare la strada, cedeva il posto in autobus.
Ogni volta che ce lo scordiamo, noi siamo gli uomini neri.
Ma come facciamo a saperlo, se ormai non usciamo più di casa per paura? Come facciamo a saperlo, noi che portiamo i figli ai giardini e non appena si avvicina qualcuno scattano le antenne, non appena passa uno che non ci piace lo scansiamo come la peste mentre cediamo il posto sempre a colui che potenzialmente una notte verrà e ci taglierà la gola?
Come si fa ad andare in tv a raccontare una pietà falsa, addirittura a raccontare? Ma come si fa a farsi ospitare in una trasmissione poche ore dopo aver appreso della fine di tua sorella, dopo che del fratello non si era mai visto o sentito parlare, lui che stava a Milano per lavoro e che mai in quel periodo era sceso solo per chiedere come andavano le cose’
Torna, Holden, torna!

Aug

28

He Had a Dream

August 28, 2010 | 1 Comment

Il 28 agosto 1963 un numero altissimo di persone, per l’epoca, i mezzi di trasporto e le condizioni sociali, marciò per la terza volta su Washington.
Lì un pastore battista dell’Alabama, della stessa città nella quale Rosa Parks poco tempo prima si era rifiutata di cedere ad un bianco il posto a sedere su un autobus, proferì un discorso, nel quale diceva che aveva un sogno, che si sarebbe spezzato meno di 5 anni dopo a Memphis, complice una pallottola, la stessa cosa che nel corso del tempo si era scontrata con altre persone del tipo di Medgar Evers, Malcolm X e via discorrendo.
Il sogno dell’eguaglianza germogliò definitivamente la notte del primo martedì di novembre del 2008, quando il primo Presidente di colore è stato eletto. Lo stesso che, per come vanno le cose oggi, difficilmente sarà rieletto tra due anni, ma che ha riportato una ventata di fiducia negli Stati Uniti. Se il settembre di ormai quasi dieci anni fa e la strategia del terrore e della paura aveva contaminato gli americani, l’amministrazione Obama ha dato un giro di vite molto positivo a tutto questo, anche se altri problemi si affacciano all’orizzonte.
Non verrà rieletto Obama, ma intanto ha dimostrato che era possibile, che i sogni visionari degli altri in realtà tanto visionari non lo sono.
Oggi mio nipote compie due anni. Io ho le placche alla gola, alla fine di agosto, mah!
Dimenticavo: a Washington, dopo King, prese il palco un ragazzino smilzo, accompagnato da una bella ragazza bruna. Si chiamavano (e si chiamano tuttora) Joan Baez e Bob Dylan. Cantavano che tutto sarebbe cambiato quando la nave sarebbe arrivata. Ma la Mayflower era giunta a Plymouth, da un pezzo.

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