Jan

29

Rimbalzando qua e là su Facebook, vedo nel profilo di una conoscente questo articolo che vado a leggere con molto interesse.
Immediatamente mi vengono alla mente molte cose: dalle amiche bloggatrici che resistono e che mai cessano di far sentire la loro voce ai ricordi della mia adolescenza che si apprestava al giro di boa della maggiore età.
E che c’azzecca, mi chiederete voi?
C’azzecca, c’azzecca!
Cito letteralmente dall’articolo:
“Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».”
Allora, facciamo le bucce a questa frase. È vero, un’esistenza significativa va oltre le necessità materiali. Peccato che in questo Paese malato altro non abbiamo se non quelle. Non tutto si può comprare col denaro (anche perché non ce n’è troppo in giro, almeno ridistribuito in maniera minimamente decente) ma purtroppo tutti si fanno comprare. Anche quando non si vendono – perché il prezzo è troppo basso. Anche quando non si vendono per denaro, ma per andare a dire “non sono riusciti a comprarmi,” magari davanti a gente che fatica a tirare avanti, come purtroppo mi è capitato di sentire ad una cena di amici, da una persona che ha più volte dato prova di una solida impalcatura etica ed umana e che invece alla fine, almeno in quell’occasione (speriamo solo in quella) è caduta vittima del male dell’Ecclesiaste – la vanità (come la mia, che cito a destra e a manca vantandomi della mia memoria elefantiaca. Ma sapete, così poche cose danno soddisfazione e in più non costano niente!)
Un paese più ricco è uno dove le persone soffrono meno. È talmente vero che fa venire i brividi, soprattutto dopo aver saputo (me l’ha detto mio padre al telefono) che dall’inizio dell’anno i caduti sul lavoro sono 56, due al giorno!
Eccolo lì il nostro sollievo. Non sentirlo nei telegiornali, concentrarsi sui baccanali orgiastici e sulla satira (praticamente, abbiamo lo stesso grado di partecipazione alla cosa pubblica dei romani al tempo di Nerone!)
A mia memoria, questa situazione affonda radici molto, molto profonde. A mia memoria, il che significa che probabilmente è ancora più antica.
Faccio un esempio.
Gli anni ’80. Chi se li ricorda? Il matrimonio tra Carlo e Diana, McEnroe che espugna il trono di Wimbledon, John Lennon assassinato mentre rientra a casa, il terremoto in Irpinia, la prima grande tragedia ripresa in diretta tv (Rai pionieristica!) tutti ad aspettare il 1984 di orwelliana memoria (diamo la colpa a lui del Grande Fratello, neh!) il mondiale dell’82, la tripletta di Rossi al Brasile, il ponte dei frati neri a Londra…
Dopo il boom del miracolo economico, si comincia a sentire parlare di borsa. C’è il crack Ambrosiano, qualche altra impennata in basso, ma in generale i mercati gonfiano, gonfiano e crescono, chi ha un capitale di base si lancia, chi è spregiudicato fa letteralmente i miliardi.
Il parente ricco che da anni vive a Milano compra due case al mare; la seconda è a Forte dei Marmi. Tutti a fare la fila per venerarlo, a baciargli l’anello. Io dopo tre anni decido: vado a fare le vacanze lì.
E ci vado per tre anni. Conosco figli e figlie (gaudium magnum) di rampolli, manager di grido, banchieri e banchieresse. Con pochissime eccezioni, i figli di questi difettano di cultura, educazione, sono smargiassi, irrispettosi dell’ambiente, chiamano i collaboratori domestici servi. Quando allo spuntare dei 18 anni prendono la patente, hanno sotto il culo come minimo la Maserati. Non hanno senso del denaro, ma soprattutto incorporano l’idea che il denaro li renda immuni. Alcuni di loro hanno la ragazza che ha fatto lo spot del Calippo. Veline, anno primo.
Conosco anche alcuni dei cosiddetti vip. Tra tutti quelli, la persona più cordiale, squisita ed educata che ricordo è Adriano Panatta, un vero signore, persona sempre gentile, affabile e mai sopra le righe (lui, che avrebbe potuto mettere in piazza il suo talento, più degli altri messi insieme.)
E lì io perdo la mia occasione. Mi annoio e non ci vado più. perdo la mia occasione di vedere in prima persona il gap che separa il paninaro dal parlamentare, come il primo diventi naturalmente il secondo. Mannaggia a me!
Nel frattempo però, al termine del decennio successivo, salto sul volo per gli States ed assisto ad una fenomenologia diversa. Più o meno nel corrispettivo strato sociale del versante Versilia (più più che meno), mi trovo davanti a gente che fa beneficenza, assicura un programma di sviluppo all’ONU, la madre della girlfrienda di quel tempo addirittura rischia nome e reputazione per sostenere Al Gore alle presidenziali (sì, ho incontrato anche lui!) e dopo la sconfitta conosce un attimo di flessione, poi io, come dice Shakespeare, exeunt e quindi più niente so, tranne che i programmi umanitari continuano.
Conosco anche gli italiani che sono andati lì al lavoro. Menti brillanti, argute (per esempio Giandomenico Picco, che tutti o quasi ignorano, ma che è stato l’artefice di una delle operazione diplomatiche in Medio Oriente che ha consentito a numerosi nostri soldati del contingente di pace in vicino e medio Oriente di tornare a casa sani e salvi) che ai miei occhi mostrano un distacco sempre più evidente dall’Italia. All’inizio penso siano degli snob. Anni dopo capisco perché.
Quando torno definitivamente in Italia, si entra nell’Euro. I furbi fanno razzia. Tutti noi pagheremo pochi anni dopo.
La situazione, nonché la struttura che si è creata, è tale che purtroppo io non credo al fatto che la maggior parte delle persone non pensi che la realizzazione sia andare in giro firmati da capo a piedi. Purtroppo anche quelli che non lo fanno spesso adottano questo comportamento per reazione all’altro. Insomma, ormai ci hanno contaminato. Qualcuno di voi ricorda Topo Galileo con Beppe Grillo? Fanno la festa per raccogliere denaro per il contaminato dalle radiazioni. Quando il contaminato arriva (la festa è per lui) tutti scappano scandalizzati e per la stizza nessuno dà niente.
Quello che so è che dall’inizio dell’anno ci sono stati 56 morti sul lavoro, una media di 2 al giorno, dei quali nessuno parla. Nessuno si impegna a creare, a partire dal suo piccolo, una rete che oltre a dare benefici a se stessi dia anche lavoro e contatti agli altri. Chi lo fa spesso e volentieri deve guardarsi alle spalle perché le persone che chiama sono pronte a fregarlo dietro le spalle, in un sistema che non è stimolo e concorrenza quanto piuttosto la logica del mettìncùlo (per dirlo alla Mel Brooks.)
A fare la coda per andare alle feste a casa dei potenti si arriva cominciando così.
E noi, in questo lembo di mondo, è da mo’ che si fa così!

Nov

14

ISBN 9788862470421

November 14, 2010 | Leave a Comment

Sergio mi chiama e mi chiede se gli presento il libro il 23 ottobre al Pisa Book Festival.
Accetto.
Prima di tutto la sfida: un fiorentino a Pisa. Poi l’altra scommessa: leggerlo con concentrazione, visto che sono costantemente in giro per l’Europa e che i miei orari sono sballati. Alla fine prevale il mio senso di competitività. Accetto, mi faccio spedire il libro via email e lo porto con me a Pisa, in Veneto, Inghilterra, Svizzera, Lombardia e quant’altro. Quando era in vita Busketo non ha volato; fissato sui caratteri binari di un file non solo vola, ma passa anche sotto gli screen degli aeroporti.
Per prima cosa cerco notizie su Busketo. Esaurite le enciclopedie passo a Wikipedia, solo per trovare costanti riferimenti a Recinti sacri, l’altro libro di Sergio. Combinati alla prima pagina del libro, l’epitaffio di Busketo sul duomo di Pisa, diventa tutto chiaro. Chiamo Sergio; lui approva e io mi butto a capofitto nell’avventura. La sfida si arricchisce di un’altra dimensione: rendere tutto questo interessante al pubblico.
Di cosa voglio parlare? Voglio tirare una linea netta e sottile tra sacro e confessionale, i due opposti.
Comincio dal significato etimologico. Oltre il latino trovo derivazioni di antiche lingue indoeuropee nelle quali sac o sak identifica una cosa avvinta, attaccata. L’etimologico, dato anche il significato che il termine ha assunto nei millenni, dà per scontato alla divinità. Io mi fermo all’indoeuropeo, anche perché mi fa pensare più ad un rampicante.
A questo contrappongo l’etimologia di confessionale, qualcosa che viene dichiarato spontaneamente, per trovare subito una contraddizione nelle religioni che rispondono ad un’ortodossia o un governo centrale; sconfinare nel dogmatico è stato quindi un tutt’uno.
Ma più penso di contrapporre, più mi rendo conto che non ce n’è motivo: Busketo è un libro che parla del sacro e basta.
Busketo è un redivivo Hiram, uno dei progettisti delle piramidi di Giza, di quelle messicane e chi più ne ha più ne metta. Il sacro come elemento che dà continuità e si lega. Si lega. Ma non alla divinità, quanto al luogo sul quale sorge. È una rappresentazione, per così dire, “in scala” di qualcosa più grande.
Andate a cercare gli edifici sacri nella storia: sono tutti progettati in accordo col luogo sul quale sorgevano. Non c’è una disciplina standard; tutto è funzione prima di tutto di dov’è, poi dello scopo a cui è deputato.
Dietro il romanzo storico Sergio ci porta ancora dentro i recinti sacri, a riscoprire la sottile arte del come in cielo così in terra; un sapere universale applicato ovunque, in maniera apparentemente diversa (dimensioni, stili ecc.) ma sempre profondamente uguale a se stesso. E lo fa nascondendolo dietro le scaramucce tra prelati e politici del luogo, figure carismatiche, anni diversi nei numeri ma uguali nel fluire del tempo, come a dire che è tutto uguale, ovunque e comunque. Busketo è uno straniero che viene adottato prima da una famiglia e poi dalla comunità; ed è una storia che sentiamo continuamente oggi.
Dietro alla riscoperta di Pisa medievale – per la gioia degli autoctoni, storiofili ed urbanisti vari – emerge una dimensione più profonda e meno locale, la nobile arte del costruire cattedrali e monumenti sacri, i principi che consentivano di realizzare luoghi degni nei quali la divinità non si sarebbe sentita a disagio, ma dove neanche gli uomini avrebbero potuto. Primo, perché quel luogo rendeva esattamente l’idea del dove ci trovavamo; poi perché quella dimensione, necessariamente amplificata, permetteva agli uomini di elevare il proprio stato ed il sentirsi vicino al divino e parte di qualcosa di più grande.
Ecco dove secondo me Busketo coglie più di ogni altra cosa. Nel capire che, se c’è un elemento che unisce le varie civiltà, etnie e religioni, è proprio il fatto che ogni manifestazione di queste entità non può prescindere dal luogo dove vengono manifestate e praticate.
Sotto questo punto di vista, il sacro è quanto di più divino ed umano possa esistere. Non si contrappone al profano, osteggiando fortemente il dogmatico.
Come una fiaba che ha una morale e quindi un insegnamento, Busketo, dietro la cronaca di un’epoca, ci insegna l’arte di rendere un luogo una cosa sacra. Legarlo cioè alla terra e alla sua gente.
Che è poi l’umanità intera, senza distinzione alcuna.

Oct

2

Candidate Aldo Busi!

October 2, 2010 | 4 Comments

Geniale la distribuzione dei programmi e degli ospiti ieri sera su La7. Dopo il Tg di Mentana che già adesso tanto filo da torcere dà alla Rai, è la volta di Lilli Gruber con il suo “Otto e mezzo,” un tempo appannaggio della coppia fantastica Ferrara-Lerner, e poi della Bignardi che torna con “Le invasioni barbariche.”
E barbaro, soprattutto per la Rai, era l’ospite della Gruber, quell’Aido Busi già buttato fuori da “L’isola dei famosi” per il suo scarso rispetto verso le autorità religiose – ma diciamola bene: verso il papa, visto che alla tv italiana donne parlamentari si permettono di spargere fango su Maometto e senatori in sapore di ancien regime parlano del Presidente della Camera usando, come rafforzativo di spregio, la kippah (per intendersi lo zuccotto che gli ebrei usano quando entrano in sinagoga, usato addirittura sempre da quelli dotati di un particolare fervore religioso o dagli appartenenti a correnti tradizionali.)
Busi è una ventata di aria fresca e di libertà in questo clima! Candidatelo subito! La sinistra ha la vera risposta a tutto, in quest’uomo. Uomo dalle idee chiare, profondamente colto e non erudito, con la lingua di fuoco, ma un fuoco purificatore. Quando lo sentiamo parlare di laicismo capiamo veramente cosa significhi questa parola. Quello che lui chiama provocatoriamente “anticlericalismo” è in realtà la quintessenza del laicismo, una politica che prescinde e quindi separa politica e religione, cosa che praticamente non si è mai verificata in Italia (sì, lo so, alcuni di voi tireranno in ballo qualche nome, soprattutto nel vecchio PCI; ma chi ha mai in fondo seguito queste persone?) Realizzare un programma laico diviene quindi l’unica maniera di rispettare i credo religiosi: prescindendone, rendendo anche obsoleti glia articoli 7 e 8 della Costituzione, che a volte sento proprio come stridenti in un documento che altrimenti è un grande esercizio di tradizione giuridica e civile (ma sarà mica per questo che alla fine lo vogliono cambiare, che in fondo non lo capiscono a fondo?) Quando poi Busi afferma che in realtà il governo italiano viene gestito in uno Stato estero che si sviluppa totalmente all’interno del nostro suolo, alzo le mani al cielo e urlo: “Busi for President!”
Sembra di sentire lo Zapatero italiano. Ma la cosa in fondo è triste: l’unico che ha avuto il coraggio di dire basta alle ingerenze del potere religioso nella cosa pubblica italiana è uno che della cosa pubblica non fa parte.
Ma a questo punto dovrebbe.
Candidate Aldo Busi, oppure
Aldo Busi, candidati!

Sep

12

“Ci sono dei pesci che non possono essere presi.” Così inizia “Big Fish”, un capolavoro del sempre geniale Tim Burton. Ogni volta che lo vedo ne apprezzo sempre dei nuovi dettagli. I film di Burton assomigliano a degli acquarelli, con i colori sempre definiti e allo stesso tempo liquidi, leggeri, come sottili pennellate su un foglio quasi senza spessore.
Sulla scorta di questo film e di “Festa di laurea” di Pupi Avati (che non ho visto, ahimè) Vincenzo Ponticiello ha scritto la sceneggiatura del video per “L’abito blues”, scritta ed eseguita – ovviamente – con tutti i Dennis and the Jets. Per quelli che non sono nati e cresciuti a Firenze e sono un po’ distanti dai circoli rockabilly, rock’n'roll o come li volete chiamare, il nome di questo gruppo dirà poco. Peccato, perché non conoscere ottimi prodotti di artigianato significa sempre perdere qualcosa.
“Ci sono persone che sanno suonare molti generi. Io non ci riesco.” diceva Eric Clapton presentando il suo “From the Cradle”, bellissimo album totalmente blues. Gli ci erano voluti trent’anni per farlo.
Trenta, e sicuramente di più, sono gli anni di attività dei Jets.
Eppure, quando quella mattina del tardo settembre 1981 entrò in classe il nuovo insegnante di educazione tecnica, nessuno ce l’aveva detto che era uno di loro. Abbiamo dovuto scoprirlo da soli che il Porfessor Ponticiello era un bassista (e che bassista, signori miei!) Così come ho dovuto scoprire tante alte cose di lui. Anzitutto il fatto che, quando l’avevo come insegnante, proprio non riuscivo a legare con lui, con tutte le sue frecciatine, i linguaggi diversi e molto altro. Eppure, quando tanti, tanti anni dopo lo trovai ai giardini con la figlia adesso ventenne ma allora piccolissima, in un periodo in cui avevo veramente dato di matto, in cui la mente mi si era curvata a tal punto da arricciarsi su se stessa, scambiammo due parole e mi si parò davanti una persona diversa. Quello che io non ero riuscito a vedere di tante dinamiche che mi coinvolgevano in prima persona lui le aveva viste, percepite ed aveva pure capito come sarebbe andata a finire. Inoltre, era da sempre un musicista; non aveva dovuto fare quello che avevo fatto io, cercare di diventarlo anziché fare lo studente modello di violoncello. Lui sì, perdio, se lo faceva: aveva registrato, faceva quello che più gli piaceva mentre io annaspavo in un mare di niente. Non era lui ad essere diverso, ero io che finalmente cominciavo a pensare con la mia testa e ci vedevo meglio.
Andai a trovare lui e tutto il gruppo nella loro cantina, suonammo, ridemmo, mi chiamarono Nick Manofredda; raramente mi sono divertito così tanto in un contesto simile.
La cosa più bella è sapere che ci sono persone che sono sempre quelle che sono, e che spesso noi vorremmo essere un po’ come loro senza però che questa sia adulazione, imitazione o invidia. Proprio vero, è tempo di dare una spolverata all’abito blu(es) ed uscire di casa. Quanto ai Dennis and the jets, credo che tornerò presto a trovarli nella loro cantina e probabilmente jammeremo ancora.
Nel frattempo il video è qui.

Sep

1

Da tempo non parlo di avvenimenti che toccano socialità e politica; la ragione è che sostanzialmente mi sembra realmente fiato sprecato parlare di niente.
Però sulla questione di Como qualcosa la vorrei dire. Anzitutto la storia dei diari dell’ex capo del governo dell’era monarchica è vecchia quanto il mondo; secondo, che se quei diari fossero veri ci sarebbe da chiedersi un paio di cose. La prima è: chi li ha tenuti così tanto tempo e soprattutto nascosti; la seconda – c’è almeno un accenno al famoso carteggio con Churchill, che è come l’araba fenice (“che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa” diceva Lorenzo da Ponte, invero riferendosi ad altre cose.)
Fatto sta che due giorni fa nell’ambito della rassegna “Parolario” è stato invitato Marcello Dell’Utri a parlare proprio di quei diari, che se ho ben capito sono stati da lui riscoperti, curati e infine si è deciso di pubblicare. Quello che è successo lo sappiamo tutti. Adesso, dalla mia posizione privilegiata di osservatore esterno voglio procedere ad un cambio di prospettiva. Sembra proprio che la lunga introduzione al dibattito da parte del moderatore sia stata quantomeno infelice. La filippica dell’importanza della scoperta, della lode spasmodica al ritrovatore e quant’altro è poco consigliata quando una anche superficiale analisi del clima avrebbe potuto rivelare il rischio di tumulti. Crisi economica, politici privilegiati e condanne sono davvero una miscela esplosiva.
L’allungo di quella introduzione ha fomentato gli animi ancora di più.
Ma non sarebbe stato meglio far parlare subito Dell’Utri? In questo modo la gente, contestatori in testa, se voleva apparire attenta e ribattere con cognizione avrebbe dovuto ascoltarlo. Invece no. Sinceramente, che qualcuno si sia potuto sentire menato per il naso davanti ad una presentazione (che per definizione è adulatoria) di un tipo controverso mi sembra cosa abbastanza prevedibile, nonché possibile.
Poi, ovviamente, tutto è buono per strumentalizzare.
Capezzone parla di violazione di libertà di espressione. La cosa mi sembra piuttosto brutta, perché detta così per me significa una cosa sola: solo quelli lì hanno diritto di dire quello che vogliono. Peccato che l’articolo 1 della nostra charta dica che la sovranità della Repubblica appartenga al popolo, e che popolo siamo tutti, nessuno escluso, e che non esiste più un popolo grasso ed un popolo minuto, patrizi o plebei. Retaggi dell’antica Roma, dai quali andrebbe omessa la città natale di D’Annunzio a mo’ di sigla.

Aug

27

Ci sono giorni in cui il famoso post sul rasoio mi pesa come un macigno (“sometimes my burden is more than I can bear” diceva qualcuno nel 1997.)
I quasi 2000 commenti hanno dato inizio a numerosi altri forum sull’argomento, che a loro volta hanno notevolmente ravvivato una conoscenza ed un interessamento sopiti quasi da secoli. A volte però mi rendo conto che molti si aspettano da quello che viene scritto una soluzione rapida, definitiva e soprattutto perfetta per le loro lame, i loro visi e le loro facce, cosa impossibile.
Molti si surriscaldano, chiedono sempre di più, confutano, aggiungono, mettono del loro, creano correnti di pensiero e molto altro, smembrando il rasoio più famoso della logica, il Rasoio di Occam. Inutile aggiungere là dove quanto è detto è già sufficiente, dice l’assioma del famoso monaco-filosofo medievale. Insomma, il nostro rasoio si sta sempre più allontanando da quello di Occam.
Assieme a quello si sta perdendo l’essere leggeri, la leggerezza che tanto si addice agli esseri umani. Temo che questo accada perché si pensi che essere leggeri significhi automaticamente prendere le cose alla leggera e, ovviamente, niente è più lontano dalla verità.
Questa mancanza di leggerezza assale un po’ tutto e tutti in questa fase del mondo. Nelle suonerie che massacrano Lippi fino ai gruppi su Facebook che minacciano di morte il tizio che tali suonerie ha creato – e che probabilmente ci ha guadagnato su una certa cifra, sicuramente molto di più di chi lo vuole morto. Dai tifosi che assaltano Maroni per la tessera del tifoso (una volta la tessera di partito suscitava commenti di tutti i generi, adesso te la dà anche il gommista) all’onnipresente papa che una volta tanto se la piglia anche con un governo che non è quello italiano (insomma se la piglia con un governo.)
Quindi, a conti fatti, dico che invidio la leggerezza d’animo dei monaci zen e di chi prende le cose per quello che sono e per uno streaming continuo nella propria esistenza.
Ma soprattutto invidio i bambini, quegli esseri meravigliosi che ancora sanno come fare a dire non gioco più, alzarsi ed andarsene quando le cose non vanno più a genio. Magari fossimo tutti ancora così.

Jul

31

Proprio ieri mi sono reso conto che associo spesso e stabilmente persone a brani musicali.
Invitandovi a fare altrettanto, ecco la mia lista. A parte il primo nome, gli altri sono in ordine sparso.
Un’ultima cosa: alcuni dei destinatari, ascoltando il brano, si ricorderanno perché. Ma non tutti, perché come spesso succede le associazioni, se non hanno un aneddoto alla base, sono molto personali.

Rosa
Curzio
Andreino
Godofthegod
Andros
Francesco
Tiffani
Chris
Sara
Alberto (r.i.p.)
Glauco
Nicola il mio quasi omonimo
Mariagrazia
Pìolo Veronese
Andrea Mann
Blumen
Dafne
Erica
Steve G
Peccio
Silvia R.
Charles l’autista newyorkese

E tutti quelli che sono venuti, se ne sono andati, e quelli che verranno.

Jun

6

Da ormai molto tempo scrivo molto meno sui blog in genere. Ciò non significa che non scriva affatto; semplicemente, scrivo di cose troppo lunghe per essere compresse in un post.
Mercoledì scorso, all’improvviso, ha suonato il campanello. Era il mio più vecchio amico, non solo in senso cronologico. Era nei paraggi ed ha deciso di passare.
Ha fatto bene. Progressivamente stiamo tutti perdendo il piacere di ricevere o fare una visita inaspettata. Sembra quasi che non essere impegnati tutti i secondi della giornata sia nota di demerito.
Abbiamo passato un bel pomeriggio ed un’ottima serata. Queste cose riconciliano un po’.
Quello che riconcilia meno è vedere che, così come gli uomini hanno la naturale tendenza a riunirsi in gruppi per soddisfare il loro bisogno di appartenenza, allo stesso modo queste riunioni alla fine finiscono per essere un braccio di ferro su chi debba prevalere. Si parla di amicizia, quasi amore fraterno, di mettere l’ego da parte e poi si finisce per dire ad un altro “devi”, perché altrimenti si lascia che sia l’ego a prendere il sopravvento.
Devi? Ma siamo tutti rimbecilliti, tutto d’un tratto?
Alla fine, sono proprio quei posti dove si reclamizza la libertà di essere ciò che si è, unita alla tolleranza, quelli che producono il maggior numero di faziosità e partiti presi. Tutte le associazioni, da quelle a cui apparteniamo da tempo a tutte le altre, alla fine difficilmente riescono a resistere a questo richiamo, a rendere tutti uguali ma a crearne di più uguali.
E allora ben vengano le visite inaspettate, di chi non si vergogna di pensare che è piacevole passare a salutare qualcuno anche se non annunciati, e che se questo qualcuno in quel momento non ha nulla da fare non è uno che si gira i pollici, ma semplicemente ha tempi e modi diversi da quelli che normalmente pensiamo essere quelli di prammatica.
E abbasso chi dice sempre ho da fare per evitare di rispondere o per giustificare il fatto che non ha voglia o non gli/le va di pensare.
Sembra che ci prepariamo sempre le condizioni per fare bella figura ed invece, nel momento clou, ci ricopriamo di materiale organico di rifiuto (perché dire merda è una parolaccia.)

May

18

Nota: questo post appare anche, con titolo diverso, sul blog di Chitham.

Avevo 12 anni quando andai in piscina per la prima volta.
Quel giorno imparai anche a tuffarmi “a bomba”. Mi divertii come non facevo da anni. Pregai quindi mio cugino di portarmi di nuovo. Come tutte le volte, mi disse di chiamarlo se qualcosa non andava.
Presi la rincorsa: volevo fare il più bel tuffo a bomba mai visto.
Uno, due, tre. Rincorsa e via un bel salto.
Poi l’acqua.
Impiegai molto più del previsto a raggiungere il fondo. Mi fu subito chiaro perché. In quel punto la piscina era molto più fonda rispetto a dove avevo sempre saltato.
La prima cosa che imparai quel giorno fu che le piscine sono costruite in pendenza e quindi hanno profondità variabili.
Inutile dire che mi spaventai. Cominciai ad annaspare come un’anatra impazzita, respirando a pieni polmoni ogni volta che arrivavo in superficie. Dopo aver respirato, urlavo a squarciagola il nome di mio cugino, che era qualche metro più in là a divertirsi con i suoi amici. Capii quindi che o me la cavavo da solo oppure non me cavavo per niente.
Cominciai a usare le mani a mo’ di ali, spingendomi in superficie e respirando, dopodiché andavo a fondo, saltavo e riaffioravo in superficie. Poi mi venne in mente un racconto di un’amica di mia madre che disse di aver camminato sott’acqua da dove non toccava fino a riva, saltando solo per riprendere fiato. Decisi che era la cosa da fare, quindi mi voltai verso il bordo della piscina, presi fiato e feci il primo passo. Non servì a niente.
Panico completo.
Ricominciai allora a fare l’anatra subacquea e nel giro di poco tempo (non so quanto, a me sembrò un’eternità) riuscii ad aggrapparmi al bordo.
Salii in superficie, individuai mio cugino, andai verso di lui e lo trattai come peggio potevo. Mi aveva detto di chiamarlo se avevo bisogno. A cosa serviva se non mi sentiva?
La seconda cosa che imparai è che, quando ti trovi davvero nelle peste, nessuno può tirarti fuori, solo te stesso.
Ma quello che quel giorno non ho imparato è stata un’altra cosa, ben più importante delle altre due. Di quell’esperienza, ho ricordato sempre e solo la paura, il terrore, non il fatto che da solo ero riuscito ad aggrapparmi a riva. Tant’è che da quel giorno, ogni volta che l’acqua mi arriva alla gola, mi sento mancare il respiro, fossi anche nella vasca da bagno.
Da ogni esperienza possiamo trarre tutti i ricordi, le lezioni ed i feedback che vogliamo. Perché allora scegliamo sempre quelli negativi? È esattamente quello che ho fatto io: invece di darmi una bella pacca sulle spalle e dire che una volta dominate le acque era giunto il tempo di divertirsi a bagno, ho deciso di starne alla larga. E così tutte le volte che sono andato al mare con gli amici me ne sono sempre stato a riva a guardarli, non sono mai andato in piscina e meno che mai ho fatto snorkeling alle Maldive.
Tutto perché quel giorno ho deciso di scegliere di ricordare la paura lasciando stare tutto il resto.
Stamani è esploso tutto. Mi sono finalmente ripreso dall’ernia che mi ha paralizzato per un mese intero e reso semi-invalido per altri tre. Adesso devo soltanto rimettermi in forma, liberarmi del (troppo) peso in eccesso e continuare a mantenermi flessibile. Il nuoto è, inutile dirlo, la scelta migliore. Istintivamente ho scartato subito l’opzione, prima ancora che me ne rendessi conto. Mi sono sorpreso al punto di chiedermi perché. E lì ho capito.
Scusatemi se scrivo adesso, sono appena tornato, mi sono iscritto ad un corso di nuoto.

Apr

10

Mentre girovagavo su Plurk mi sono imbattuto su una disquisizione sul numero 666. Scherzando, ho detto che ci avrei scritto un post; molti mi hanno incoraggiato. Eccovi accontentati.
La menzione del 666 legato alla bestia compare nell’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia cristiana, il cui nome in inglese è tutt’altro che apocalittico: Revelation, la rivelazione.
L’autore, san Giovanni è, tra tutti gli autori del Nuovo Testamento, il più esoterico. Basti pensare che durante alcune cerimonie massoniche (segnatamente quelle sotto il Rito Scozzese Antico ed Accettato) il Libro Sacro viene aperto sull’ara proprio sul prologo del Vangelo di Giovanni (“in principio era il verbo…”). Tale prologo ha infatti un senso di trasversalità religiosa, così come universale è da intendersi la libera muratoria.
Da tutto questo si evince che, se c’è un significato nel numero 666, tale significato non può essere letto con attribuzioni “ordinarie”, dovendo ricorrere all’esoterismo.
Ma andiamo con ordine. La menzione della bestia si ha in Apocalisse 13,1 (anche qui si rifletta sui numeri: il 13). Proprio all’inizio del libro (1,3) troviamo: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.” Da qui capiamo subito che questo libro non può essere letto con occhi “profani”, ma il messaggio è ben celato in una sorta di doppio fondo. C’è qualcosa da leggere, ma dobbiamo sapere anche come leggerla.
La bestia compare, come detto, nel capitolo 13, esattamente dopo che il serpente (prima drago) caduto dal cielo non è riuscito ad uccidere la donna che ha partorito il figlio maschio. [Ancora qui, sul serpente, potremmo parlare ore ed ore. Di sicuro il serpente non ha necessariamente connotazione negativa, basti pensare al Caduceo, all'Uroborus o alla verga di Mosè, trasformatasi per l'appunto in serpente davanti al Faraone. Dice il testo cabalistico Il libro dello splendore che quando Eva subì la tentazione del serpente e si avvicinò all'albero della conoscenza, l'albero recitò i versi del salmo 36,12-13 "Non mi raggiunga il piede del superbo e la man degli empi non mi scacci./Ecco, sono crollati i malfattori, abbattuti, non possono più rialzarsi." Interessante notare, per coincidenza numerica, Apocalisse 12,12-13 "Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo"./Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio."]
Il drago (chiamato serpente nei versi immediatamente seguenti quelli citati) si ferma sulla riva del mare, dal quale sorge la bestia. Di seguito il testo (13,1-2): “Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo./La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande.”
La menzione del numero la si trova in 13,18: “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.” Tutto questo, peraltro, è relativo non alla bestia finora vista, ma ad una seconda (13,11: “Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago.”) Questa, in presenza della prima, ha di essa tutti i poteri e costringe gli abitanti della terra ad adorare la bestia (la prima). Costruisce inoltre una statua della bestia che ha potere di parlare ed infine mettere a morte tutti coloro che tale statua non adorano (echi del profeta Daniele – libro apocalittico della tradizione ebraica – e di quella che poi sarà la storia dei quattro santi coronati. Teniamo a mente Daniele, perché tornerà presto.)
Qui purtroppo deve fermarsi la lettura di chi non sa “leggere” i numeri secondo le tradizioni esoteriche, segnatamente quella ebraica, alla quale evidentemente e per ovvi motivi apparteneva Giovanni. Nella lingua ebraica i numeri non hanno caratteri; sono le lettere a fare da numero; ad esempio alef, prima lettera dell’alfabeto, ha valore 1, bed, 2 e così via (ve ne son anche per le decine e le centinaia). Il numero 666 corrisponde quindi ad un nome. Tutto sta a vedere quale. L’interrogativo quindi è prima di tutto riuscire a capire a quale delle due bestie si riferisce il numero, anche se appare ovvio che sia la seconda bestia, che seduce in nome della prima. E qui l’esoterismo ebraico ci viene non poco in aiuto, considerando sia l’albero della vita che un simbolo molto universale che poi la cristianità ha fatto quasi interamente suo: il Graal. Si dice che la coppa fu intagliata dagli angeli su uno smeraldo staccato dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta (è forse la ferita poi rimarginata della prima bestia in 13,3?). Lucifero è noto come l’angelo della corona (per questo alcuni dicono che era una pietra della sua corona). Corona in ebraico è Kether, il primo sephirah dell’albero della vita. Angelo della corona, in ebraico Hakathriel ha come numero corrispondente proprio il 666. Il Graal fu poi affidato ad Adamo nel paradiso terrestre, che poi non poté tenerlo dopo la sua cacciata.
Ma non basta: il numero 666 viene direttamente dal culto praticato a Babilonia, città nella quale viveva, per l’appunto, il profeta Daniele, ed ecco che quindi torniamo ad una tradizione che affonda le sue radici in epoche molto lontane. Insomma, l’Apocalisse non inventa niente di nuovo (compare infatti nell’Apocalisse la prostituta di Babilonia.)
Importante è chiedersi come debba essere calcolato questo numero. Esotericamente parlando esistono numerosi metodi:
la riduzione cabalistica, la somma cioè delle singole cifre;
la riduzione teosofica, il resto della divisione di un numero per 9. Nel caso di 666, essendo 666/9=74, è 0;
l’addizione teosofica, la somma di un numero con tutti i numeri che lo precedono (36+35+34…+1=666; 36 è il numero degli dei babilonesi). L’addizione teosofica di 666 è 222111;
la radice essenziale di un numero è la riduzione teosofica dell’addizione teosofica (e qui nel nostro caso troviamo ancora 0).
Molti hanno cercato di dare un nome utilizzando soltanto la riduzione cabalistica (che porta, si dice a Nerone o a Hitler, ma abbiamo visto benissimo che porta senza problemi a Lucifero.) L’ultima osservazione da fare è che, per l’ebraismo, i demoni non sono come i demoni cristiani: sono la personificazione sregolata degli istinti. Il principe dei demoni, Asmodeo, catturato da Salomone, fu costretto a fare da guardia ai tesori del Tempio.

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