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ISBN 9788862470421
November 14, 2010 | Leave a Comment
Sergio mi chiama e mi chiede se gli presento il libro il 23 ottobre al Pisa Book Festival.
Accetto.
Prima di tutto la sfida: un fiorentino a Pisa. Poi l’altra scommessa: leggerlo con concentrazione, visto che sono costantemente in giro per l’Europa e che i miei orari sono sballati. Alla fine prevale il mio senso di competitività. Accetto, mi faccio spedire il libro via email e lo porto con me a Pisa, in Veneto, Inghilterra, Svizzera, Lombardia e quant’altro. Quando era in vita Busketo non ha volato; fissato sui caratteri binari di un file non solo vola, ma passa anche sotto gli screen degli aeroporti.
Per prima cosa cerco notizie su Busketo. Esaurite le enciclopedie passo a Wikipedia, solo per trovare costanti riferimenti a Recinti sacri, l’altro libro di Sergio. Combinati alla prima pagina del libro, l’epitaffio di Busketo sul duomo di Pisa, diventa tutto chiaro. Chiamo Sergio; lui approva e io mi butto a capofitto nell’avventura. La sfida si arricchisce di un’altra dimensione: rendere tutto questo interessante al pubblico.
Di cosa voglio parlare? Voglio tirare una linea netta e sottile tra sacro e confessionale, i due opposti.
Comincio dal significato etimologico. Oltre il latino trovo derivazioni di antiche lingue indoeuropee nelle quali sac o sak identifica una cosa avvinta, attaccata. L’etimologico, dato anche il significato che il termine ha assunto nei millenni, dà per scontato alla divinità. Io mi fermo all’indoeuropeo, anche perché mi fa pensare più ad un rampicante.
A questo contrappongo l’etimologia di confessionale, qualcosa che viene dichiarato spontaneamente, per trovare subito una contraddizione nelle religioni che rispondono ad un’ortodossia o un governo centrale; sconfinare nel dogmatico è stato quindi un tutt’uno.
Ma più penso di contrapporre, più mi rendo conto che non ce n’è motivo: Busketo è un libro che parla del sacro e basta.
Busketo è un redivivo Hiram, uno dei progettisti delle piramidi di Giza, di quelle messicane e chi più ne ha più ne metta. Il sacro come elemento che dà continuità e si lega. Si lega. Ma non alla divinità, quanto al luogo sul quale sorge. È una rappresentazione, per così dire, “in scala” di qualcosa più grande.
Andate a cercare gli edifici sacri nella storia: sono tutti progettati in accordo col luogo sul quale sorgevano. Non c’è una disciplina standard; tutto è funzione prima di tutto di dov’è, poi dello scopo a cui è deputato.
Dietro il romanzo storico Sergio ci porta ancora dentro i recinti sacri, a riscoprire la sottile arte del come in cielo così in terra; un sapere universale applicato ovunque, in maniera apparentemente diversa (dimensioni, stili ecc.) ma sempre profondamente uguale a se stesso. E lo fa nascondendolo dietro le scaramucce tra prelati e politici del luogo, figure carismatiche, anni diversi nei numeri ma uguali nel fluire del tempo, come a dire che è tutto uguale, ovunque e comunque. Busketo è uno straniero che viene adottato prima da una famiglia e poi dalla comunità; ed è una storia che sentiamo continuamente oggi.
Dietro alla riscoperta di Pisa medievale – per la gioia degli autoctoni, storiofili ed urbanisti vari – emerge una dimensione più profonda e meno locale, la nobile arte del costruire cattedrali e monumenti sacri, i principi che consentivano di realizzare luoghi degni nei quali la divinità non si sarebbe sentita a disagio, ma dove neanche gli uomini avrebbero potuto. Primo, perché quel luogo rendeva esattamente l’idea del dove ci trovavamo; poi perché quella dimensione, necessariamente amplificata, permetteva agli uomini di elevare il proprio stato ed il sentirsi vicino al divino e parte di qualcosa di più grande.
Ecco dove secondo me Busketo coglie più di ogni altra cosa. Nel capire che, se c’è un elemento che unisce le varie civiltà, etnie e religioni, è proprio il fatto che ogni manifestazione di queste entità non può prescindere dal luogo dove vengono manifestate e praticate.
Sotto questo punto di vista, il sacro è quanto di più divino ed umano possa esistere. Non si contrappone al profano, osteggiando fortemente il dogmatico.
Come una fiaba che ha una morale e quindi un insegnamento, Busketo, dietro la cronaca di un’epoca, ci insegna l’arte di rendere un luogo una cosa sacra. Legarlo cioè alla terra e alla sua gente.
Che è poi l’umanità intera, senza distinzione alcuna.