Mar
21
Come una freccia – Il ricordo di un campione
March 21, 2013 | Leave a Comment
È morto Pietro Mennea, la freccia del Sud, il mio primo idolo sportivo.
L’ho sentito mentre ero in anticamera dal dentista, in sottofondo. E mi sono sorpreso quando all’improvviso mi è scesa una lacrima.
Era il 1984 e io tifavo per quell’atleta non molto dotato fisicamente ma che con la determinazione e la tenacia aveva stabilito 5 anni prima un record che sarebbe durato fino al 1996, poi passato a Michael Johnson, subito prima di Bolt.
Uno che aveva smesso per la seconda volta dopo essersi fatto la prima iniezione di una sostanza proibita quando, guardandosi allo specchio, aveva capito che non era cosa.
Lui e Vittori, quando l’abbigliamento tecnico lo avevano solo i protagonisti di Star Treck ed i cronometri erano a lancette. A sentirlo adesso sembrano passati mille anni!
E mi rendo conto che ne son passati quasi 30, di anni, eppure sembra ieri. Guardandolo pensai di fare atletica, ma mia madre come al solito mi liquidò: “Hai i piedi piatti e le gambe torte”.
Eppure Pietro sembrava quasi gobbo, sempre ingrugnito, e partiva pure male, come quella finale a Mosca che, se avessero corso i 198 metri, avrebbe sicuramente perso.
Questo è veramente il primo horcrux della mia giovinezza che si rompe.
Ciao Pietro.
Dec
3
Ne sarà valsa la pena?
December 3, 2012 | Leave a Comment
Mi sono appena venuti a dire che è stato pubblicato su Youtube il discorso che Matteo Renzi ha pronunciato ieri.
L’ho visto, ho letto i commenti sottostanti e soprattutto l’ho ascoltato.
Devo dire che mi fanno ridere i commenti di tanta gente: qualcuno dice “forse abbiamo perso un’occasione” e qualcuno risponde “sì, di togliercelo da qui!” Peccato che chi l’ha detto non viva a Firenze. Ma che volete, la gente apre la bocca e le dà fiato, e dietro la tastiera di un pc è tanto più facile, ancora di più se lo si fa da un network mondiale, un po’ meno se lo si fa dla proprio sito.
A parte questo, dico che ancora una volta ci siamo fatti prendere da un male tipicamente italiano e tipicamente tipico degli ultimi 30 anni: lasciare gli under 50 fuori da tutto e da tutti. Quando nel 1974 Antognoni debuttò in nazionale aveva 20 anni; oggi nessuno a quell’età lo fa più, in media ne hanno dai 25 ai 28. Per gli sport, i cinquantenni, appunto.
Da una certo punto si dice che chi ha più anni ha più esperienza, e su questo in generale non si può dire di no. D’altro canto chi ha più esperienza ha normalmente più vissuto e maggiore interesse a mantenere alcune cose così come sono, e non necessariamente questo status quo coincide con gli interessi di tutto. Se un conquantenne (o, come avviene qui da noi, un sessanta-settant’enne) si brucia, poco male, ormai il suo lo ha già fatto – e se non lo ha fatto vuol dire che qualcosa comunque gli è mancato e non sarà certo il tempo a ridarglielo. Un poco più che trentacinquenne invece mette molte più cose a rischio.
Poi, e mettiamo in conto anche quello, c’è un altro fattore, evidenziato anche da una pubblicità recente: il girone degli invidiosi. Se possiamo dire la nostra, lasciamo che molte cose non avvengano non tanto perché non pensiamo che siano la cosa giusta, ma perché invidiamo la persona che le incarna e quindi meglio far morire sansone con tutti i filistei (o Maciste coi farisei, per dirla alla Benigni) che non dare via libera a qualcuno. Come a dire che in quel modo si dava un’occasione solo a lui, non anche a noi.
renzi ci sa fare con le parole e con la gente, chi lo nega ha il prosciutto sugli occhi. Sfrutta appieno quello che è il pr9ncipio di utilizzazione. ieri, nel discorso, quando diceva che era lui solo ad aver perso attingeva a piene mani dal discorso che Al PAcino fa in Ogni maledetta domanica. Quando ha inanelato quella serie infinita di ne sarà valsa la pena ha citato in maniera letterale una delle più belle poesie del ’900, The Love Song of J. Alfred Prurock di T.S.Eliot, per inciso la mia poesia preferita in assoluto.
E anche qui Matteo Renzi si distingue su tanti altri: per l’uso di numerose fonti e numerose simbologie, filosofie e idee. In alter parole, per aver usato la cultura. Una cosa che sempre meno persone hanno, che molti cercano di estinguere e che addirittura viene vista come una malattia. Si permette alla gente di fare errori marchiani – si usano obbrobri loinguistici come ginocchia come plurale di ginocchio (il plurale è ginocchi; ginocchia lo si usa per indicare i ginocchi di una collettività; quindi i vostri sono i gnocchi, così come gli orecchi); sis crive un po’ con l’accento (esatto, un pò). Lo diceva già Rumi: chi non può esprimersi è un prigioniero, e lo vediamo nella costante e crescente violenza fisica che dilaga in ogni luogo dove il tasso di alfabetizzazione è basso (anche in Italia con gli stranieri).
Matteo Renzi si è presentato da 37enne in un mondo di ultrasessant’enni, e tutti lo hanno chiamato un ragazzino. Anche chi ha meno anni di lui. Bravi, ci siete cascati!
Onore a Bersani, che ha saputo plasmare al meglio tutto questo, a partire dall’apparato e dalla struttura del partito, che non ha certo la forma mentis renziana. Onore a Bersani, che ha saputo resistere al vulcano del Sindaco di Firenze.
Onore a Bersani, che ha vinto.
Nov
18
Bari. Rapsodia di un mattino autunnale (con tante scuse a Eliot per il titolo!)
November 18, 2012 | Leave a Comment
Don’t talk of love. Well, I heard that word before…
Sul terrazzo del Majesty fa ancora caldo, è il 13 novembre ma solo un po’ di vento rende la temperatura apparentemente meno estiva, ma solo apparentemente.
Penso che l’altro giorno mi sono svegliato pensando a Jane che portava una ciocca dei tuoi capelli. E quella era una lettera, il destinatario non si è mai saputo, almeno io non lo conosco.
E I am a Rock è finita, adesso c’è America che, con quel solo finale, mi fa pensare a quando ho fatto quel tritello di chilometri e in Piazzale Vittorio Veneto gremito da bancarelle e ristoranti per la festa del PD io sfrecciavo con le braccia aperte a mo’ di aeroplanino, l’aeroplanino che da poco era arrivato in città per risollevare le sorti della squadra e, a oggi, sembra esserci riuscito.
Adriano è nato da pochi giorni, io ho fatto finta di non saperlo, in effetti me la son presa un po’ quando la notizia mi è arrivata, più che di rinterzo, proprio da una direzione che non mi aspettavo.
Ancora un po’ di vento, ma fa caldo, fa caldo davvero, tra palme e rampicanti è davvero un paesaggio di altri luoghi. Le buganvilee mi fanno pensare a Lisbona.
E mi torna in mente quella foto sfuocata, mentre sulla destra il micione soriano, snello ed elegante, salta.
Mamma che talento ha Natalie Merchant! E quel brano che ho scritto scimmiottandola. Ma quanto sono bravo a fare gli altri! Mah!
E poi Rosa ha ragione: a Bologna son proprio approssimativi.
Santa voglia di vivere con la dolce venere di Rimmel. A questo mi fa pensare l’attacco di How You’ve Grown che in questo primo meriggio di metà novembre, così irreale per il caldo, mi fa partire la testa come il rotolo della telescrivente su cui Kerouac scrisse On the Road e la reazione di Truman Capote, così risentita tanto da dire che quello non era scrivere ma battere a macchina. Ma il finale di OTR è bello, così come il gatto alla fine di Breakfast at Tiffany’s. E mi mancano i miei gatti.
Come si respira New York in Capote, Fitzgerald, Dylan 62-65 e Woody Allen fino agli anni ’80. Ma anche Sidewalks of New York è un bel film.
Circle Dream è proprio ipnotica. E comunque in generale l’idea di utilizzare i fagotti come una sorta di violoncello a fiato è notevole.
Rag of your heart.
E l’immancabile blocco se voglio scrivere un testo!
As the willow bends caressing green cactus as the flying plane sounds in the distance where my eyes can’t see.
And Kerouac with his cigarette on that book cover, how could he tell it was over? Was it the vanity of Dulouz that made him blind? Blind to my eyes, blind to his own eyes as you smile and kiss me with your green eyes.
I need fuel, I need fuel, something to tangle up my heart, from the start, for the art, like a part, playing darts.
Amo For No One e il corno che dipinge le nebbie.
Smiling green eyes kissing me. They say they like my lips.
“Wherever you’re going I’m going your way.” E poi la seconda strofa che recitai a Steve a Locarno.
E la conversazione con lui ieri sera, è stata illuminante.
Siamo sempre dietro la stessa estremità dell’arcobaleno, proprio dietro la curva… è lì che mi troverai, da qualche parte, ma oltre, non sopra, l’arcobaleno.
Il tempo è cambiato in maniera così repentina, pochi secondi e piove. È chiaro che it’s all over now.
A casa.
Non vedo l’ora.
Feb
13
Scriteriato in Si Bemolle
February 13, 2011 | Leave a Comment
Ho appena finito di vedere un’altra puntata di Castle. Ascoltavo in particolare il brano che faceva da sottofondo, col pianoforte che scandiva ininterrotte quei filari di sedicesimi che facevano da sottofondo ad una bella melodia. Allora ho pensato a All Days Are Nights di Rufus Wainwright (se non ce l’avete prendetelo; è il disco più bello degli ultimi dieci anni) e allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere delle nuove canzoni, come ho fatto più o meno ininterrottamente fino a cinque anni fa.
Fin quando non mi è venuto un bruttissimo pensiero: ormai non sono più in grado di farlo.
Da ormai molto tempo c’è soltanto qualche abbozzo di testo, uno effettivamente completato che risale però a… mi correggo, sono tre, tutti scritti tra l’8 e il 13 gennaio 2009. Di due effettivamente c’è anche la musica, registrata da qualche parte, filmata col telefono, che all’epoca era il Samsung Omnia. Ce l’ho ancora, quindi avrò ancora quelle melodie, anche se ripensandoci mi vengono in mente.
Insomma, se facessi il songrwiter uscirebbe un mio disco ogni 7-8 anni. Mamma mia, per quei tempi bisogna essere dei mostri sacri!
È quello che succede a non coltivare mai troppo quello che si fa e che ci piace. Autori e musicisti famosi, che hanno all’attivo dischi che hanno venduto financo 200,000 copie e che sono considerati pietre miliari di un vecchio genere, si erano addirittura offerti di produrmelo. Ma la mia ignavia ha prevalso.
E ora mi dispiace in effetti.
Sì, perché noi che abbiamo passato i quaranta (e siamo entrati in una fase di decenni che termina in una desinenza che prenderà molta della nostra vita ancora da vivere) siamo ancora legati agli album intesi come flusso continuo di 10-15 brani, addirittura ai concept, da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band a The Wall. E adesso che pubblicare non costa più niente, coi negozi di musica online, sembra addirittura perso quel gusto di fare la gavetta tra produttori talentuosi o biechi sfruttatori, un mondo popolato ad un estremo da George Martin e dall’altro dal Colonnello, quel furbone di Tom Parker.
E alla fine, di brani non ne scrivo più. Di grandi brani, se mai ne ho scritti, ancora meno.
Vabbè, che ci volete fare?
Jan
29
E gli altri dove sono?
January 29, 2011 | Leave a Comment
Rimbalzando qua e là su Facebook, vedo nel profilo di una conoscente questo articolo che vado a leggere con molto interesse.
Immediatamente mi vengono alla mente molte cose: dalle amiche bloggatrici che resistono e che mai cessano di far sentire la loro voce ai ricordi della mia adolescenza che si apprestava al giro di boa della maggiore età.
E che c’azzecca, mi chiederete voi?
C’azzecca, c’azzecca!
Cito letteralmente dall’articolo:
“Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».”
Allora, facciamo le bucce a questa frase. È vero, un’esistenza significativa va oltre le necessità materiali. Peccato che in questo Paese malato altro non abbiamo se non quelle. Non tutto si può comprare col denaro (anche perché non ce n’è troppo in giro, almeno ridistribuito in maniera minimamente decente) ma purtroppo tutti si fanno comprare. Anche quando non si vendono – perché il prezzo è troppo basso. Anche quando non si vendono per denaro, ma per andare a dire “non sono riusciti a comprarmi,” magari davanti a gente che fatica a tirare avanti, come purtroppo mi è capitato di sentire ad una cena di amici, da una persona che ha più volte dato prova di una solida impalcatura etica ed umana e che invece alla fine, almeno in quell’occasione (speriamo solo in quella) è caduta vittima del male dell’Ecclesiaste – la vanità (come la mia, che cito a destra e a manca vantandomi della mia memoria elefantiaca. Ma sapete, così poche cose danno soddisfazione e in più non costano niente!)
Un paese più ricco è uno dove le persone soffrono meno. È talmente vero che fa venire i brividi, soprattutto dopo aver saputo (me l’ha detto mio padre al telefono) che dall’inizio dell’anno i caduti sul lavoro sono 56, due al giorno!
Eccolo lì il nostro sollievo. Non sentirlo nei telegiornali, concentrarsi sui baccanali orgiastici e sulla satira (praticamente, abbiamo lo stesso grado di partecipazione alla cosa pubblica dei romani al tempo di Nerone!)
A mia memoria, questa situazione affonda radici molto, molto profonde. A mia memoria, il che significa che probabilmente è ancora più antica.
Faccio un esempio.
Gli anni ’80. Chi se li ricorda? Il matrimonio tra Carlo e Diana, McEnroe che espugna il trono di Wimbledon, John Lennon assassinato mentre rientra a casa, il terremoto in Irpinia, la prima grande tragedia ripresa in diretta tv (Rai pionieristica!) tutti ad aspettare il 1984 di orwelliana memoria (diamo la colpa a lui del Grande Fratello, neh!) il mondiale dell’82, la tripletta di Rossi al Brasile, il ponte dei frati neri a Londra…
Dopo il boom del miracolo economico, si comincia a sentire parlare di borsa. C’è il crack Ambrosiano, qualche altra impennata in basso, ma in generale i mercati gonfiano, gonfiano e crescono, chi ha un capitale di base si lancia, chi è spregiudicato fa letteralmente i miliardi.
Il parente ricco che da anni vive a Milano compra due case al mare; la seconda è a Forte dei Marmi. Tutti a fare la fila per venerarlo, a baciargli l’anello. Io dopo tre anni decido: vado a fare le vacanze lì.
E ci vado per tre anni. Conosco figli e figlie (gaudium magnum) di rampolli, manager di grido, banchieri e banchieresse. Con pochissime eccezioni, i figli di questi difettano di cultura, educazione, sono smargiassi, irrispettosi dell’ambiente, chiamano i collaboratori domestici servi. Quando allo spuntare dei 18 anni prendono la patente, hanno sotto il culo come minimo la Maserati. Non hanno senso del denaro, ma soprattutto incorporano l’idea che il denaro li renda immuni. Alcuni di loro hanno la ragazza che ha fatto lo spot del Calippo. Veline, anno primo.
Conosco anche alcuni dei cosiddetti vip. Tra tutti quelli, la persona più cordiale, squisita ed educata che ricordo è Adriano Panatta, un vero signore, persona sempre gentile, affabile e mai sopra le righe (lui, che avrebbe potuto mettere in piazza il suo talento, più degli altri messi insieme.)
E lì io perdo la mia occasione. Mi annoio e non ci vado più. perdo la mia occasione di vedere in prima persona il gap che separa il paninaro dal parlamentare, come il primo diventi naturalmente il secondo. Mannaggia a me!
Nel frattempo però, al termine del decennio successivo, salto sul volo per gli States ed assisto ad una fenomenologia diversa. Più o meno nel corrispettivo strato sociale del versante Versilia (più più che meno), mi trovo davanti a gente che fa beneficenza, assicura un programma di sviluppo all’ONU, la madre della girlfrienda di quel tempo addirittura rischia nome e reputazione per sostenere Al Gore alle presidenziali (sì, ho incontrato anche lui!) e dopo la sconfitta conosce un attimo di flessione, poi io, come dice Shakespeare, exeunt e quindi più niente so, tranne che i programmi umanitari continuano.
Conosco anche gli italiani che sono andati lì al lavoro. Menti brillanti, argute (per esempio Giandomenico Picco, che tutti o quasi ignorano, ma che è stato l’artefice di una delle operazione diplomatiche in Medio Oriente che ha consentito a numerosi nostri soldati del contingente di pace in vicino e medio Oriente di tornare a casa sani e salvi) che ai miei occhi mostrano un distacco sempre più evidente dall’Italia. All’inizio penso siano degli snob. Anni dopo capisco perché.
Quando torno definitivamente in Italia, si entra nell’Euro. I furbi fanno razzia. Tutti noi pagheremo pochi anni dopo.
La situazione, nonché la struttura che si è creata, è tale che purtroppo io non credo al fatto che la maggior parte delle persone non pensi che la realizzazione sia andare in giro firmati da capo a piedi. Purtroppo anche quelli che non lo fanno spesso adottano questo comportamento per reazione all’altro. Insomma, ormai ci hanno contaminato. Qualcuno di voi ricorda Topo Galileo con Beppe Grillo? Fanno la festa per raccogliere denaro per il contaminato dalle radiazioni. Quando il contaminato arriva (la festa è per lui) tutti scappano scandalizzati e per la stizza nessuno dà niente.
Quello che so è che dall’inizio dell’anno ci sono stati 56 morti sul lavoro, una media di 2 al giorno, dei quali nessuno parla. Nessuno si impegna a creare, a partire dal suo piccolo, una rete che oltre a dare benefici a se stessi dia anche lavoro e contatti agli altri. Chi lo fa spesso e volentieri deve guardarsi alle spalle perché le persone che chiama sono pronte a fregarlo dietro le spalle, in un sistema che non è stimolo e concorrenza quanto piuttosto la logica del mettìncùlo (per dirlo alla Mel Brooks.)
A fare la coda per andare alle feste a casa dei potenti si arriva cominciando così.
E noi, in questo lembo di mondo, è da mo’ che si fa così!
Jan
9
I 70 anni di Joan Baez
January 9, 2011 | Leave a Comment
Qualche tempo fa avevo letto di Joan Baez ricoverata in ospedale dopo essere caduta da un albero. Aveva dormito lì per sentire meglio gli uccellini cantare. Ed il volo era stato notevole, c’è chi dice addirittura intorno ai 6 metri.
E oggi Joan Baez compie 70 anni. Non so come sia la sua voce ultimamente, ma dieci anni fa risuonava ancora cristallina, calda, precisa e potente quando, staccatasi dal microfono, si poteva sentire in tutta Piazza Anfiteatro a Lucca. Più tardi, scambiammo qualche parola, io che per un po’ di tempo avevo abitato a pochi metri da casa sua Carmel e che come vicina avevo una sua ex vicina di casa. Mi baciò sulla guancia; di quell’incontro mi rimane il biglietto autografato ed il ricordo di una giovane signora scalza sul selciato di una piazza che poggia su vestigia romane.
Auguri, Miss Baez.
Jan
4
Siamo tornati
January 4, 2011 | Leave a Comment
Buon 2011 a tutti!
Come sapete, sono stato a lungo inattivo, o più che inattivo, ho avuto problemi, che ancora non ho capito,. col blog.
Tutto risolto nel senso di spostare tutto in un’altra directory.
Il che mi ha dato la possibilità di cambiare indicizzazione e tanto altro.
Allora, avanti verso nuove incredibili avventure.
E ben ritrovati a tutti.
Ancora buon 2011.
Dec
2
Il baule di Pessoa… ma che fine avrebbe fatto?
December 2, 2010 | Leave a Comment
Mentre vedevo un video di un amico mi sono sorpreso a pensare al baule di Fernando Pessoa, il baule pieno di gente, come lo chiamava Tabucchi.
Nell’era dei blog, della carta virtuale, che fine avrebbe fatto? Di sicuro non ci sarebbe stato. E se Pessoa non avesse rinnovato il suo dominio (o, considerando le sue abitudini, tutti i suoi domini, da pessoa.pt fino a bernardosoares.pt oppure desassossego.org e chi più ne ha più ne metta) che fine avrebbero fatto tutti i suoi scritti? Sarebbero rimasti parcheggiati in un server per altri 30 giorni dopodiché sarebbero scomparsi per sempre? Oppure uno zelante amministratore del provider sarebbe andato a ciacciare nei contenuti, li avrebbe scaricati su un hard disk esterno e poi li avrebbe pubblicati tutti a suo nome? Beh, in questo caso avrebbero avuto una paternità diversa ma quantomeno sarebbero stati disponibili!
È anche vera un’altra cosa: Internet dà la possibilità a tutti di pubblicare qualsiasi cosa, anche se la diretta riferibilità all’autore è spesso piuttosto incerta, dati anche gli pseudonimi o i nicknames a quantità industriale (ma in quello Pessoa chi ha insegnato molto, invero invero vi dico!) Gli editori invece cestinano, scartano, oltre che all’arte o alla pubblica utilità devono rendere conto in primis al bilancio e alla possibilità, con ogni nuova uscita, di assicurarsi il sostentamento per le prossime tre.
Sia come sia, io il baule non ce l’ho. Non ho neanche gli ortonimi o eteronimi di Pessoa, non lavoro in Rua dos douradores né ho i doratori in casa. Sono un contabile come titolo di studio. Come lo era lui. Non sono un alcolizzato (purtroppo, a volte!) come lo era lui.
Ho un paio di ISBN per altrettanti libri pubblicati, ho fatto il ghostwriter per altrettanti best-seller (sissignori, bestseller!) Non vivo a Lisbona, purtroppo, neanche a New York, ancora più purtroppo. Vivo a Firenze, cavolo se è purtroppo!
Ho un blogghettino di racconti nel quale per il momento ce n’è uno soltanto. Ho scritto circa 350 canzoni, molte delle quali non ricordo più (e alcune, in verità, meritavano davvero, almeno così mi è stato detto anche da musicisti professionisti) ed ho un libro giallo in lavorazione.
Quasi quasi metto tutto su carta, regolarmente riciclata.
E mi faccio anch’io il mio bel baule!
Nov
14
ISBN 9788862470421
November 14, 2010 | Leave a Comment
Sergio mi chiama e mi chiede se gli presento il libro il 23 ottobre al Pisa Book Festival.
Accetto.
Prima di tutto la sfida: un fiorentino a Pisa. Poi l’altra scommessa: leggerlo con concentrazione, visto che sono costantemente in giro per l’Europa e che i miei orari sono sballati. Alla fine prevale il mio senso di competitività. Accetto, mi faccio spedire il libro via email e lo porto con me a Pisa, in Veneto, Inghilterra, Svizzera, Lombardia e quant’altro. Quando era in vita Busketo non ha volato; fissato sui caratteri binari di un file non solo vola, ma passa anche sotto gli screen degli aeroporti.
Per prima cosa cerco notizie su Busketo. Esaurite le enciclopedie passo a Wikipedia, solo per trovare costanti riferimenti a Recinti sacri, l’altro libro di Sergio. Combinati alla prima pagina del libro, l’epitaffio di Busketo sul duomo di Pisa, diventa tutto chiaro. Chiamo Sergio; lui approva e io mi butto a capofitto nell’avventura. La sfida si arricchisce di un’altra dimensione: rendere tutto questo interessante al pubblico.
Di cosa voglio parlare? Voglio tirare una linea netta e sottile tra sacro e confessionale, i due opposti.
Comincio dal significato etimologico. Oltre il latino trovo derivazioni di antiche lingue indoeuropee nelle quali sac o sak identifica una cosa avvinta, attaccata. L’etimologico, dato anche il significato che il termine ha assunto nei millenni, dà per scontato alla divinità. Io mi fermo all’indoeuropeo, anche perché mi fa pensare più ad un rampicante.
A questo contrappongo l’etimologia di confessionale, qualcosa che viene dichiarato spontaneamente, per trovare subito una contraddizione nelle religioni che rispondono ad un’ortodossia o un governo centrale; sconfinare nel dogmatico è stato quindi un tutt’uno.
Ma più penso di contrapporre, più mi rendo conto che non ce n’è motivo: Busketo è un libro che parla del sacro e basta.
Busketo è un redivivo Hiram, uno dei progettisti delle piramidi di Giza, di quelle messicane e chi più ne ha più ne metta. Il sacro come elemento che dà continuità e si lega. Si lega. Ma non alla divinità, quanto al luogo sul quale sorge. È una rappresentazione, per così dire, “in scala” di qualcosa più grande.
Andate a cercare gli edifici sacri nella storia: sono tutti progettati in accordo col luogo sul quale sorgevano. Non c’è una disciplina standard; tutto è funzione prima di tutto di dov’è, poi dello scopo a cui è deputato.
Dietro il romanzo storico Sergio ci porta ancora dentro i recinti sacri, a riscoprire la sottile arte del come in cielo così in terra; un sapere universale applicato ovunque, in maniera apparentemente diversa (dimensioni, stili ecc.) ma sempre profondamente uguale a se stesso. E lo fa nascondendolo dietro le scaramucce tra prelati e politici del luogo, figure carismatiche, anni diversi nei numeri ma uguali nel fluire del tempo, come a dire che è tutto uguale, ovunque e comunque. Busketo è uno straniero che viene adottato prima da una famiglia e poi dalla comunità; ed è una storia che sentiamo continuamente oggi.
Dietro alla riscoperta di Pisa medievale – per la gioia degli autoctoni, storiofili ed urbanisti vari – emerge una dimensione più profonda e meno locale, la nobile arte del costruire cattedrali e monumenti sacri, i principi che consentivano di realizzare luoghi degni nei quali la divinità non si sarebbe sentita a disagio, ma dove neanche gli uomini avrebbero potuto. Primo, perché quel luogo rendeva esattamente l’idea del dove ci trovavamo; poi perché quella dimensione, necessariamente amplificata, permetteva agli uomini di elevare il proprio stato ed il sentirsi vicino al divino e parte di qualcosa di più grande.
Ecco dove secondo me Busketo coglie più di ogni altra cosa. Nel capire che, se c’è un elemento che unisce le varie civiltà, etnie e religioni, è proprio il fatto che ogni manifestazione di queste entità non può prescindere dal luogo dove vengono manifestate e praticate.
Sotto questo punto di vista, il sacro è quanto di più divino ed umano possa esistere. Non si contrappone al profano, osteggiando fortemente il dogmatico.
Come una fiaba che ha una morale e quindi un insegnamento, Busketo, dietro la cronaca di un’epoca, ci insegna l’arte di rendere un luogo una cosa sacra. Legarlo cioè alla terra e alla sua gente.
Che è poi l’umanità intera, senza distinzione alcuna.
Oct
11
Catturare il momento, dilatarlo all'infinito… ed è tutto qui!
October 11, 2010 | Leave a Comment
A volte assistiamo a delle epifanie semplicemente straordinarie, date dal riuscire a catturare un momento e dilatarlo nel tempo. I maestri indiscussi di tale arte sono, inutile dirlo, i fotografi, ma ci sono altri che ci riescono, ad esempio i poeti, o quei musicisti che a volte sviluppano i loro temi e le loro variazioni sulla scorta di un episodio di durata millesimale.
Fa lo stesso James Blunt in “You’re Beautiful,” brano che fino ad oggi avevo solo ascolticchiato distrattamente, con questa vocina in falsetto che mi piace ma che dopo un po’ diventa un po’ troppo… troppo, a volte proprio troppo.
Sostanzialmente, la storia è quella di un volto scorto in un luogo affollato, una donna che già si accompagna ad un altro uomo, ma non importa, perché è bella e questo basta. Basta soltanto averla vista per dilatare quel momento all’infinito.
Letto così, il brano è decisamente più affascinante. Come dice lo stesso autore così “la vita è brillante.”