Feb

13

Ho appena finito di vedere un’altra puntata di Castle. Ascoltavo in particolare il brano che faceva da sottofondo, col pianoforte che scandiva ininterrotte quei filari di sedicesimi che facevano da sottofondo ad una bella melodia. Allora ho pensato a All Days Are Nights di Rufus Wainwright (se non ce l’avete prendetelo; è il disco più bello degli ultimi dieci anni) e allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere delle nuove canzoni, come ho fatto più o meno ininterrottamente fino a cinque anni fa.
Fin quando non mi è venuto un bruttissimo pensiero: ormai non sono più in grado di farlo.
Da ormai molto tempo c’è soltanto qualche abbozzo di testo, uno effettivamente completato che risale però a… mi correggo, sono tre, tutti scritti tra l’8 e il 13 gennaio 2009. Di due effettivamente c’è anche la musica, registrata da qualche parte, filmata col telefono, che all’epoca era il Samsung Omnia. Ce l’ho ancora, quindi avrò ancora quelle melodie, anche se ripensandoci mi vengono in mente.
Insomma, se facessi il songrwiter uscirebbe un mio disco ogni 7-8 anni. Mamma mia, per quei tempi bisogna essere dei mostri sacri!
È quello che succede a non coltivare mai troppo quello che si fa e che ci piace. Autori e musicisti famosi, che hanno all’attivo dischi che hanno venduto financo 200,000 copie e che sono considerati pietre miliari di un vecchio genere, si erano addirittura offerti di produrmelo. Ma la mia ignavia ha prevalso.
E ora mi dispiace in effetti.
Sì, perché noi che abbiamo passato i quaranta (e siamo entrati in una fase di decenni che termina in una desinenza che prenderà molta della nostra vita ancora da vivere) siamo ancora legati agli album intesi come flusso continuo di 10-15 brani, addirittura ai concept, da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band a The Wall. E adesso che pubblicare non costa più niente, coi negozi di musica online, sembra addirittura perso quel gusto di fare la gavetta tra produttori talentuosi o biechi sfruttatori, un mondo popolato ad un estremo da George Martin e dall’altro dal Colonnello, quel furbone di Tom Parker.
E alla fine, di brani non ne scrivo più. Di grandi brani, se mai ne ho scritti, ancora meno.
Vabbè, che ci volete fare?

Jan

29

Rimbalzando qua e là su Facebook, vedo nel profilo di una conoscente questo articolo che vado a leggere con molto interesse.
Immediatamente mi vengono alla mente molte cose: dalle amiche bloggatrici che resistono e che mai cessano di far sentire la loro voce ai ricordi della mia adolescenza che si apprestava al giro di boa della maggiore età.
E che c’azzecca, mi chiederete voi?
C’azzecca, c’azzecca!
Cito letteralmente dall’articolo:
“Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».”
Allora, facciamo le bucce a questa frase. È vero, un’esistenza significativa va oltre le necessità materiali. Peccato che in questo Paese malato altro non abbiamo se non quelle. Non tutto si può comprare col denaro (anche perché non ce n’è troppo in giro, almeno ridistribuito in maniera minimamente decente) ma purtroppo tutti si fanno comprare. Anche quando non si vendono – perché il prezzo è troppo basso. Anche quando non si vendono per denaro, ma per andare a dire “non sono riusciti a comprarmi,” magari davanti a gente che fatica a tirare avanti, come purtroppo mi è capitato di sentire ad una cena di amici, da una persona che ha più volte dato prova di una solida impalcatura etica ed umana e che invece alla fine, almeno in quell’occasione (speriamo solo in quella) è caduta vittima del male dell’Ecclesiaste – la vanità (come la mia, che cito a destra e a manca vantandomi della mia memoria elefantiaca. Ma sapete, così poche cose danno soddisfazione e in più non costano niente!)
Un paese più ricco è uno dove le persone soffrono meno. È talmente vero che fa venire i brividi, soprattutto dopo aver saputo (me l’ha detto mio padre al telefono) che dall’inizio dell’anno i caduti sul lavoro sono 56, due al giorno!
Eccolo lì il nostro sollievo. Non sentirlo nei telegiornali, concentrarsi sui baccanali orgiastici e sulla satira (praticamente, abbiamo lo stesso grado di partecipazione alla cosa pubblica dei romani al tempo di Nerone!)
A mia memoria, questa situazione affonda radici molto, molto profonde. A mia memoria, il che significa che probabilmente è ancora più antica.
Faccio un esempio.
Gli anni ’80. Chi se li ricorda? Il matrimonio tra Carlo e Diana, McEnroe che espugna il trono di Wimbledon, John Lennon assassinato mentre rientra a casa, il terremoto in Irpinia, la prima grande tragedia ripresa in diretta tv (Rai pionieristica!) tutti ad aspettare il 1984 di orwelliana memoria (diamo la colpa a lui del Grande Fratello, neh!) il mondiale dell’82, la tripletta di Rossi al Brasile, il ponte dei frati neri a Londra…
Dopo il boom del miracolo economico, si comincia a sentire parlare di borsa. C’è il crack Ambrosiano, qualche altra impennata in basso, ma in generale i mercati gonfiano, gonfiano e crescono, chi ha un capitale di base si lancia, chi è spregiudicato fa letteralmente i miliardi.
Il parente ricco che da anni vive a Milano compra due case al mare; la seconda è a Forte dei Marmi. Tutti a fare la fila per venerarlo, a baciargli l’anello. Io dopo tre anni decido: vado a fare le vacanze lì.
E ci vado per tre anni. Conosco figli e figlie (gaudium magnum) di rampolli, manager di grido, banchieri e banchieresse. Con pochissime eccezioni, i figli di questi difettano di cultura, educazione, sono smargiassi, irrispettosi dell’ambiente, chiamano i collaboratori domestici servi. Quando allo spuntare dei 18 anni prendono la patente, hanno sotto il culo come minimo la Maserati. Non hanno senso del denaro, ma soprattutto incorporano l’idea che il denaro li renda immuni. Alcuni di loro hanno la ragazza che ha fatto lo spot del Calippo. Veline, anno primo.
Conosco anche alcuni dei cosiddetti vip. Tra tutti quelli, la persona più cordiale, squisita ed educata che ricordo è Adriano Panatta, un vero signore, persona sempre gentile, affabile e mai sopra le righe (lui, che avrebbe potuto mettere in piazza il suo talento, più degli altri messi insieme.)
E lì io perdo la mia occasione. Mi annoio e non ci vado più. perdo la mia occasione di vedere in prima persona il gap che separa il paninaro dal parlamentare, come il primo diventi naturalmente il secondo. Mannaggia a me!
Nel frattempo però, al termine del decennio successivo, salto sul volo per gli States ed assisto ad una fenomenologia diversa. Più o meno nel corrispettivo strato sociale del versante Versilia (più più che meno), mi trovo davanti a gente che fa beneficenza, assicura un programma di sviluppo all’ONU, la madre della girlfrienda di quel tempo addirittura rischia nome e reputazione per sostenere Al Gore alle presidenziali (sì, ho incontrato anche lui!) e dopo la sconfitta conosce un attimo di flessione, poi io, come dice Shakespeare, exeunt e quindi più niente so, tranne che i programmi umanitari continuano.
Conosco anche gli italiani che sono andati lì al lavoro. Menti brillanti, argute (per esempio Giandomenico Picco, che tutti o quasi ignorano, ma che è stato l’artefice di una delle operazione diplomatiche in Medio Oriente che ha consentito a numerosi nostri soldati del contingente di pace in vicino e medio Oriente di tornare a casa sani e salvi) che ai miei occhi mostrano un distacco sempre più evidente dall’Italia. All’inizio penso siano degli snob. Anni dopo capisco perché.
Quando torno definitivamente in Italia, si entra nell’Euro. I furbi fanno razzia. Tutti noi pagheremo pochi anni dopo.
La situazione, nonché la struttura che si è creata, è tale che purtroppo io non credo al fatto che la maggior parte delle persone non pensi che la realizzazione sia andare in giro firmati da capo a piedi. Purtroppo anche quelli che non lo fanno spesso adottano questo comportamento per reazione all’altro. Insomma, ormai ci hanno contaminato. Qualcuno di voi ricorda Topo Galileo con Beppe Grillo? Fanno la festa per raccogliere denaro per il contaminato dalle radiazioni. Quando il contaminato arriva (la festa è per lui) tutti scappano scandalizzati e per la stizza nessuno dà niente.
Quello che so è che dall’inizio dell’anno ci sono stati 56 morti sul lavoro, una media di 2 al giorno, dei quali nessuno parla. Nessuno si impegna a creare, a partire dal suo piccolo, una rete che oltre a dare benefici a se stessi dia anche lavoro e contatti agli altri. Chi lo fa spesso e volentieri deve guardarsi alle spalle perché le persone che chiama sono pronte a fregarlo dietro le spalle, in un sistema che non è stimolo e concorrenza quanto piuttosto la logica del mettìncùlo (per dirlo alla Mel Brooks.)
A fare la coda per andare alle feste a casa dei potenti si arriva cominciando così.
E noi, in questo lembo di mondo, è da mo’ che si fa così!

Jan

9

Qualche tempo fa avevo letto di Joan Baez ricoverata in ospedale dopo essere caduta da un albero. Aveva dormito lì per sentire meglio gli uccellini cantare. Ed il volo era stato notevole, c’è chi dice addirittura intorno ai 6 metri.
E oggi Joan Baez compie 70 anni. Non so come sia la sua voce ultimamente, ma dieci anni fa risuonava ancora cristallina, calda, precisa e potente quando, staccatasi dal microfono, si poteva sentire in tutta Piazza Anfiteatro a Lucca. Più tardi, scambiammo qualche parola, io che per un po’ di tempo avevo abitato a pochi metri da casa sua Carmel e che come vicina avevo una sua ex vicina di casa. Mi baciò sulla guancia; di quell’incontro mi rimane il biglietto autografato ed il ricordo di una giovane signora scalza sul selciato di una piazza che poggia su vestigia romane.
Auguri, Miss Baez.

Jan

4

Siamo tornati

January 4, 2011 | Leave a Comment

Buon 2011 a tutti!
Come sapete, sono stato a lungo inattivo, o più che inattivo, ho avuto problemi, che ancora non ho capito,. col blog.
Tutto risolto nel senso di spostare tutto in un’altra directory.
Il che mi ha dato la possibilità di cambiare indicizzazione e tanto altro.
Allora, avanti verso nuove incredibili avventure.
E ben ritrovati a tutti.
Ancora buon 2011.

Dec

2

Mentre vedevo un video di un amico mi sono sorpreso a pensare al baule di Fernando Pessoa, il baule pieno di gente, come lo chiamava Tabucchi.
Nell’era dei blog, della carta virtuale, che fine avrebbe fatto? Di sicuro non ci sarebbe stato. E se Pessoa non avesse rinnovato il suo dominio (o, considerando le sue abitudini, tutti i suoi domini, da pessoa.pt fino a bernardosoares.pt oppure desassossego.org e chi più ne ha più ne metta) che fine avrebbero fatto tutti i suoi scritti? Sarebbero rimasti parcheggiati in un server per altri 30 giorni dopodiché sarebbero scomparsi per sempre? Oppure uno zelante amministratore del provider sarebbe andato a ciacciare nei contenuti, li avrebbe scaricati su un hard disk esterno e poi li avrebbe pubblicati tutti a suo nome? Beh, in questo caso avrebbero avuto una paternità diversa ma quantomeno sarebbero stati disponibili!
È anche vera un’altra cosa: Internet dà la possibilità a tutti di pubblicare qualsiasi cosa, anche se la diretta riferibilità all’autore è spesso piuttosto incerta, dati anche gli pseudonimi o i nicknames a quantità industriale (ma in quello Pessoa chi ha insegnato molto, invero invero vi dico!) Gli editori invece cestinano, scartano, oltre che all’arte o alla pubblica utilità devono rendere conto in primis al bilancio e alla possibilità, con ogni nuova uscita, di assicurarsi il sostentamento per le prossime tre.
Sia come sia, io il baule non ce l’ho. Non ho neanche gli ortonimi o eteronimi di Pessoa, non lavoro in Rua dos douradores né ho i doratori in casa. Sono un contabile come titolo di studio. Come lo era lui. Non sono un alcolizzato (purtroppo, a volte!) come lo era lui.
Ho un paio di ISBN per altrettanti libri pubblicati, ho fatto il ghostwriter per altrettanti best-seller (sissignori, bestseller!) Non vivo a Lisbona, purtroppo, neanche a New York, ancora più purtroppo. Vivo a Firenze, cavolo se è purtroppo!
Ho un blogghettino di racconti nel quale per il momento ce n’è uno soltanto. Ho scritto circa 350 canzoni, molte delle quali non ricordo più (e alcune, in verità, meritavano davvero, almeno così mi è stato detto anche da musicisti professionisti) ed ho un libro giallo in lavorazione.
Quasi quasi metto tutto su carta, regolarmente riciclata.
E mi faccio anch’io il mio bel baule!

Nov

14

ISBN 9788862470421

November 14, 2010 | Leave a Comment

Sergio mi chiama e mi chiede se gli presento il libro il 23 ottobre al Pisa Book Festival.
Accetto.
Prima di tutto la sfida: un fiorentino a Pisa. Poi l’altra scommessa: leggerlo con concentrazione, visto che sono costantemente in giro per l’Europa e che i miei orari sono sballati. Alla fine prevale il mio senso di competitività. Accetto, mi faccio spedire il libro via email e lo porto con me a Pisa, in Veneto, Inghilterra, Svizzera, Lombardia e quant’altro. Quando era in vita Busketo non ha volato; fissato sui caratteri binari di un file non solo vola, ma passa anche sotto gli screen degli aeroporti.
Per prima cosa cerco notizie su Busketo. Esaurite le enciclopedie passo a Wikipedia, solo per trovare costanti riferimenti a Recinti sacri, l’altro libro di Sergio. Combinati alla prima pagina del libro, l’epitaffio di Busketo sul duomo di Pisa, diventa tutto chiaro. Chiamo Sergio; lui approva e io mi butto a capofitto nell’avventura. La sfida si arricchisce di un’altra dimensione: rendere tutto questo interessante al pubblico.
Di cosa voglio parlare? Voglio tirare una linea netta e sottile tra sacro e confessionale, i due opposti.
Comincio dal significato etimologico. Oltre il latino trovo derivazioni di antiche lingue indoeuropee nelle quali sac o sak identifica una cosa avvinta, attaccata. L’etimologico, dato anche il significato che il termine ha assunto nei millenni, dà per scontato alla divinità. Io mi fermo all’indoeuropeo, anche perché mi fa pensare più ad un rampicante.
A questo contrappongo l’etimologia di confessionale, qualcosa che viene dichiarato spontaneamente, per trovare subito una contraddizione nelle religioni che rispondono ad un’ortodossia o un governo centrale; sconfinare nel dogmatico è stato quindi un tutt’uno.
Ma più penso di contrapporre, più mi rendo conto che non ce n’è motivo: Busketo è un libro che parla del sacro e basta.
Busketo è un redivivo Hiram, uno dei progettisti delle piramidi di Giza, di quelle messicane e chi più ne ha più ne metta. Il sacro come elemento che dà continuità e si lega. Si lega. Ma non alla divinità, quanto al luogo sul quale sorge. È una rappresentazione, per così dire, “in scala” di qualcosa più grande.
Andate a cercare gli edifici sacri nella storia: sono tutti progettati in accordo col luogo sul quale sorgevano. Non c’è una disciplina standard; tutto è funzione prima di tutto di dov’è, poi dello scopo a cui è deputato.
Dietro il romanzo storico Sergio ci porta ancora dentro i recinti sacri, a riscoprire la sottile arte del come in cielo così in terra; un sapere universale applicato ovunque, in maniera apparentemente diversa (dimensioni, stili ecc.) ma sempre profondamente uguale a se stesso. E lo fa nascondendolo dietro le scaramucce tra prelati e politici del luogo, figure carismatiche, anni diversi nei numeri ma uguali nel fluire del tempo, come a dire che è tutto uguale, ovunque e comunque. Busketo è uno straniero che viene adottato prima da una famiglia e poi dalla comunità; ed è una storia che sentiamo continuamente oggi.
Dietro alla riscoperta di Pisa medievale – per la gioia degli autoctoni, storiofili ed urbanisti vari – emerge una dimensione più profonda e meno locale, la nobile arte del costruire cattedrali e monumenti sacri, i principi che consentivano di realizzare luoghi degni nei quali la divinità non si sarebbe sentita a disagio, ma dove neanche gli uomini avrebbero potuto. Primo, perché quel luogo rendeva esattamente l’idea del dove ci trovavamo; poi perché quella dimensione, necessariamente amplificata, permetteva agli uomini di elevare il proprio stato ed il sentirsi vicino al divino e parte di qualcosa di più grande.
Ecco dove secondo me Busketo coglie più di ogni altra cosa. Nel capire che, se c’è un elemento che unisce le varie civiltà, etnie e religioni, è proprio il fatto che ogni manifestazione di queste entità non può prescindere dal luogo dove vengono manifestate e praticate.
Sotto questo punto di vista, il sacro è quanto di più divino ed umano possa esistere. Non si contrappone al profano, osteggiando fortemente il dogmatico.
Come una fiaba che ha una morale e quindi un insegnamento, Busketo, dietro la cronaca di un’epoca, ci insegna l’arte di rendere un luogo una cosa sacra. Legarlo cioè alla terra e alla sua gente.
Che è poi l’umanità intera, senza distinzione alcuna.

Oct

11

A volte assistiamo a delle epifanie semplicemente straordinarie, date dal riuscire a catturare un momento e dilatarlo nel tempo. I maestri indiscussi di tale arte sono, inutile dirlo, i fotografi, ma ci sono altri che ci riescono, ad esempio i poeti, o quei musicisti che a volte sviluppano i loro temi e le loro variazioni sulla scorta di un episodio di durata millesimale.
Fa lo stesso James Blunt in “You’re Beautiful,” brano che fino ad oggi avevo solo ascolticchiato distrattamente, con questa vocina in falsetto che mi piace ma che dopo un po’ diventa un po’ troppo… troppo, a volte proprio troppo.
Sostanzialmente, la storia è quella di un volto scorto in un luogo affollato, una donna che già si accompagna ad un altro uomo, ma non importa, perché è bella e questo basta. Basta soltanto averla vista per dilatare quel momento all’infinito.
Letto così, il brano è decisamente più affascinante. Come dice lo stesso autore così “la vita è brillante.”

Oct

8

Il ricevitore nella segale, meglio conosciuto come il giovane Holden a cui fa eco il vecchio Alex di brizziana memoria. Ecco di cosa hanno bisogno i bambini.
Torna, catcher. Dove sei andato, Holden, adesso che più che mai abbiamo bisogno di te?
Ancora di più adesso, che questi bambini poi adolescenti vivono una vita rubata, alla quale sottraggono la gioia dell’infanzia, accelerano l’adolescenza per farli diventare adulti solo nel fisico e nelle movenze, con una testa incapace di reggere alle pressioni degli scafati, a chi li vede solo come un mercato da conquistare, a chi li priva del futuro con contratti di lavoro che un tempo avevano sigle che facevano il verso alle galline. Ai mostri.
Avere 5000 contatti su Facebook e non sapere con chi andare in vacanza, come dice Jonathan Coe nel suo ultimo libro.
Dov’è andato Holden, l’irrequieto ragazzino che alla fine sta sempre al bordo del campo per evitare che i bambini cadano giù, come in una terra piatta?
Chi si è mangiato Holden? Chi è l’uomo nero?
Non è solo lo zio che uccide la nipote e la violenta un’ora dopo. Non è solo chi torna a casa e picchia la moglie, sevizia i bambini e non appena varca quella soglia in uscita rimette gli abiti del vicino cordiale. Tutti a modo i serial killer, i mostri mediatici. Tutti i vicini che sorridono alle tv a dire che era gentile, salutava sempre, aiutava le vecchiette ad attraversare la strada, cedeva il posto in autobus.
Ogni volta che ce lo scordiamo, noi siamo gli uomini neri.
Ma come facciamo a saperlo, se ormai non usciamo più di casa per paura? Come facciamo a saperlo, noi che portiamo i figli ai giardini e non appena si avvicina qualcuno scattano le antenne, non appena passa uno che non ci piace lo scansiamo come la peste mentre cediamo il posto sempre a colui che potenzialmente una notte verrà e ci taglierà la gola?
Come si fa ad andare in tv a raccontare una pietà falsa, addirittura a raccontare? Ma come si fa a farsi ospitare in una trasmissione poche ore dopo aver appreso della fine di tua sorella, dopo che del fratello non si era mai visto o sentito parlare, lui che stava a Milano per lavoro e che mai in quel periodo era sceso solo per chiedere come andavano le cose’
Torna, Holden, torna!

Oct

2

Candidate Aldo Busi!

October 2, 2010 | 4 Comments

Geniale la distribuzione dei programmi e degli ospiti ieri sera su La7. Dopo il Tg di Mentana che già adesso tanto filo da torcere dà alla Rai, è la volta di Lilli Gruber con il suo “Otto e mezzo,” un tempo appannaggio della coppia fantastica Ferrara-Lerner, e poi della Bignardi che torna con “Le invasioni barbariche.”
E barbaro, soprattutto per la Rai, era l’ospite della Gruber, quell’Aido Busi già buttato fuori da “L’isola dei famosi” per il suo scarso rispetto verso le autorità religiose – ma diciamola bene: verso il papa, visto che alla tv italiana donne parlamentari si permettono di spargere fango su Maometto e senatori in sapore di ancien regime parlano del Presidente della Camera usando, come rafforzativo di spregio, la kippah (per intendersi lo zuccotto che gli ebrei usano quando entrano in sinagoga, usato addirittura sempre da quelli dotati di un particolare fervore religioso o dagli appartenenti a correnti tradizionali.)
Busi è una ventata di aria fresca e di libertà in questo clima! Candidatelo subito! La sinistra ha la vera risposta a tutto, in quest’uomo. Uomo dalle idee chiare, profondamente colto e non erudito, con la lingua di fuoco, ma un fuoco purificatore. Quando lo sentiamo parlare di laicismo capiamo veramente cosa significhi questa parola. Quello che lui chiama provocatoriamente “anticlericalismo” è in realtà la quintessenza del laicismo, una politica che prescinde e quindi separa politica e religione, cosa che praticamente non si è mai verificata in Italia (sì, lo so, alcuni di voi tireranno in ballo qualche nome, soprattutto nel vecchio PCI; ma chi ha mai in fondo seguito queste persone?) Realizzare un programma laico diviene quindi l’unica maniera di rispettare i credo religiosi: prescindendone, rendendo anche obsoleti glia articoli 7 e 8 della Costituzione, che a volte sento proprio come stridenti in un documento che altrimenti è un grande esercizio di tradizione giuridica e civile (ma sarà mica per questo che alla fine lo vogliono cambiare, che in fondo non lo capiscono a fondo?) Quando poi Busi afferma che in realtà il governo italiano viene gestito in uno Stato estero che si sviluppa totalmente all’interno del nostro suolo, alzo le mani al cielo e urlo: “Busi for President!”
Sembra di sentire lo Zapatero italiano. Ma la cosa in fondo è triste: l’unico che ha avuto il coraggio di dire basta alle ingerenze del potere religioso nella cosa pubblica italiana è uno che della cosa pubblica non fa parte.
Ma a questo punto dovrebbe.
Candidate Aldo Busi, oppure
Aldo Busi, candidati!

Sep

12

“Ci sono dei pesci che non possono essere presi.” Così inizia “Big Fish”, un capolavoro del sempre geniale Tim Burton. Ogni volta che lo vedo ne apprezzo sempre dei nuovi dettagli. I film di Burton assomigliano a degli acquarelli, con i colori sempre definiti e allo stesso tempo liquidi, leggeri, come sottili pennellate su un foglio quasi senza spessore.
Sulla scorta di questo film e di “Festa di laurea” di Pupi Avati (che non ho visto, ahimè) Vincenzo Ponticiello ha scritto la sceneggiatura del video per “L’abito blues”, scritta ed eseguita – ovviamente – con tutti i Dennis and the Jets. Per quelli che non sono nati e cresciuti a Firenze e sono un po’ distanti dai circoli rockabilly, rock’n'roll o come li volete chiamare, il nome di questo gruppo dirà poco. Peccato, perché non conoscere ottimi prodotti di artigianato significa sempre perdere qualcosa.
“Ci sono persone che sanno suonare molti generi. Io non ci riesco.” diceva Eric Clapton presentando il suo “From the Cradle”, bellissimo album totalmente blues. Gli ci erano voluti trent’anni per farlo.
Trenta, e sicuramente di più, sono gli anni di attività dei Jets.
Eppure, quando quella mattina del tardo settembre 1981 entrò in classe il nuovo insegnante di educazione tecnica, nessuno ce l’aveva detto che era uno di loro. Abbiamo dovuto scoprirlo da soli che il Porfessor Ponticiello era un bassista (e che bassista, signori miei!) Così come ho dovuto scoprire tante alte cose di lui. Anzitutto il fatto che, quando l’avevo come insegnante, proprio non riuscivo a legare con lui, con tutte le sue frecciatine, i linguaggi diversi e molto altro. Eppure, quando tanti, tanti anni dopo lo trovai ai giardini con la figlia adesso ventenne ma allora piccolissima, in un periodo in cui avevo veramente dato di matto, in cui la mente mi si era curvata a tal punto da arricciarsi su se stessa, scambiammo due parole e mi si parò davanti una persona diversa. Quello che io non ero riuscito a vedere di tante dinamiche che mi coinvolgevano in prima persona lui le aveva viste, percepite ed aveva pure capito come sarebbe andata a finire. Inoltre, era da sempre un musicista; non aveva dovuto fare quello che avevo fatto io, cercare di diventarlo anziché fare lo studente modello di violoncello. Lui sì, perdio, se lo faceva: aveva registrato, faceva quello che più gli piaceva mentre io annaspavo in un mare di niente. Non era lui ad essere diverso, ero io che finalmente cominciavo a pensare con la mia testa e ci vedevo meglio.
Andai a trovare lui e tutto il gruppo nella loro cantina, suonammo, ridemmo, mi chiamarono Nick Manofredda; raramente mi sono divertito così tanto in un contesto simile.
La cosa più bella è sapere che ci sono persone che sono sempre quelle che sono, e che spesso noi vorremmo essere un po’ come loro senza però che questa sia adulazione, imitazione o invidia. Proprio vero, è tempo di dare una spolverata all’abito blu(es) ed uscire di casa. Quanto ai Dennis and the jets, credo che tornerò presto a trovarli nella loro cantina e probabilmente jammeremo ancora.
Nel frattempo il video è qui.


Blogroll

WP Themes